A mia nonna Lucia

Qualche giorno fa mi chiedevo cosa ci mancasse di più in questo strano periodo in cui siamo segregati in casa. Sento tutti dire che manca la libertà, ma è un’affermazione troppo generica, la libertà di fare cosa? Ho provato ad interrogarmi e mi sono accorta di non avere la risposta …Così ho chiesto a mio marito e lui mi ha detto: la libertà di fare una passeggiata, di uscire. Ecco lui aveva le idee chiare a differenza mia.

Stamattina poi ho capito. La risposta mi è arrivata all’improvviso e sapeva di acqua: gocce di pioggia mescolate a lacrime salate. È arrivata in una lunga “limousine” nera che custodiva una persona cara. È stato come uno schiaffo in pieno viso, preciso e violento, uno di quelli che vogliono lasciare il segno. Mi manca il contatto, mi manca la libertà di stringere una mano, di avere e dare un abbraccio, di sentire il calore umano, la libertà di poter stare vicini vicini. Abbiamo tutta la tecnologia del mondo, tutte le app, i social che ci connettono aldilà di uno schermo, che accorciano le distanze, che ci permettono di vedere gli amici, fare ginnastica, lavorare ma non possiamo abbracciarci, nemmeno per confortarci in un momento di dolore.

Lei, invece, ignara del progresso informatico, aveva capito tutto prima di me. Aveva una scatola enorme con dentro una miriade di farmaci e tutti riportavano la stessa dicitura scritta con la mano insicura di chi nella vita aveva scritto molto poco: “dolore Lucia”. Non so quante volte noi nipoti abbiamo riso perché non capivamo come mai scrivesse la stessa cosa su tutte quelle scatole di farmaci, e soprattutto con quale criterio scegliesse un “dolore Lucia” piuttosto che un altro. Resterà per sempre un segreto. A lei non importava delle nostre risate e nemmeno che le sue gambe non volevano più saperne di fare il loro dovere, lei aveva chiaro l’obbiettivo. Prendeva la scatola magica e pescava uno di quei farmaci analgesici o antinfiammatori, metteva la sua collana di perle ed era pronta! Pur di prendere parte ad un evento, piccolo o grande che fosse, si imbottiva di farmaci e andava. Lei ci doveva essere, anche a costo di salire in quadrupedia una scala di un ristorante senza ascensore, anche rischiando di cadere sull’erba bagnata di un buffet, anche se lentamente, appoggiata a qualcuno, arrivava per ultima a farti gli auguri del compleanno o della laurea. L’importante era esserci, stare in compagnia, essere a contatto con chi amava. E aveva ragione.

Stamattina l’abbiamo attesa davanti al cancello di quel viale con cipressi che tanto ci fa paura, l’abbiamo vista arrivare e siamo rimasti sgomenti, ognuno dietro la propria mascherina, ognuno triste nella propria solitudine.  Così la matriarca della mia famiglia, la donna roccia  la persona con più voglia di vivere che io abbia mai conosciuto, l’Ursula della mia Macondo se n’è andata  senza salutare e senza essere salutata, ma ricordandoci quello che avevamo dimenticato.

Irene Sciancalepore


FontePhotocredits: Robero Strafella
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Redazione
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