Le città francesi sotto assedio per una violenza che nasce sui socials ma affonda le sue radici nel divario esistente nella società francese.

La Francia brucia e non per le temperature estive, ma per la rivolta sociale che sta divampando in tutto il suo territorio, che ha colpito le grandi città e i piccoli centri, con esiti come vedremo inquietanti, e che ha varcato i confini del Paese, facendo registrare scontri in Svizzera e Belgio.

Tutto era iniziato con la morte di Nahel, un ragazzo di 17 anni freddato ad un posto di blocco da un colpo di pistola di un poliziotto lo scorso 27 giugno. Una miccia che ha innescato la rabbia delle periferie francesi che per sei notti hanno scatenato il putiferio portando paura e violenza nel cuore nevralgico del Paese.

La famiglia del poliziotto ha spiegato che Florian M., questo il suo nome, non aveva mai sparato a nessuno e ha porto le scuse per quanto avvenuto. Parigi, Marsiglia, Lione e non solo hanno conosciuto nottate difficili e piene di paura. Singolare è quello che è avvenuto a L’Hay-les-Roses, dove è stata assaltata la casa del sindaco Vincent Jeanbrun, dove i manifestanti violenti hanno ferito i figli e la moglie del sindaco. Jeanbrun ha parlato di “indicibile vigliaccheria”. Grave resta la situazione, a tal punto che il presidente Macron ha dovuto rinviare la visita di Stato in Germania e ha chiesto di ristabilire l’ordine, con 45000 poliziotti pronti per fronteggiare l’ondata di violenza.

È atteso un incontro del Presidente della Repubblica con i presidenti delle Camere e i sindaci. La nonna di Nahel intanto invoca la calma e invita i giovani a fermarsi. Proprio i giovani sono i protagonisti di questa violenza senza quartiere, nata sui socials, che stanno giocando un ruolo predominante nell’amplificazione del risentimento e della vendetta da scatenare nelle strade delle città e sui poliziotti.

Proprio la polizia ha fatto sapere che l’età media dei manifestanti è di 17 anni. Parliamo di giovanissimi, che si riscaldano su internet e che scaricano la loro rabbia notturna sulla società inerme e sonnolenta, che cade nel terrore del passato. Perché ci sarà qualcosa che lega questi disordini alle violenze delle banlieues del 2005; ai terribili attentati della stagione di sangue del 2015, quando il Paese transalpino sprofondò nella paura per gli attentati alla sede di Charlie Hebdo e al Bataclan, facendo avvertire più forte la presenza dello straniero; alle proteste del mouvement des gilets jaunes, i cosiddetti gilet gialli, che sfociarono anch’essi nella rabbia, per arrivare infine a questa intollerabile rivolta che mette ancor più in risalto la tensione di una parte della variegata società francese costituita da immigrati e gente svantaggiata, che non si riconosce con il contesto in cui vive. Probabilmente sente il forte divario con il resto del Paese che vede nello straniero un elemento di cui aver paura, che bisogna assolutamente omologare alla laicità tanto decantata dello Stato.

Un dato può far riflettere: negli ultimi anni è aumentato il sentimento dell’antisemitismo, che ha radici antiche, che ebbe origine probabilmente nell’Affaire Dreyfus. Questa stratificazione sociale così netta all’interno della società dell’Hexagone incarna un profondo senso di rivalità, un continuo grido di Vengeance (Vendetta) contro l’oppressore, un tempo colonialista, ora detentore del potere politico, influente nei rapporti sociali.

Lo straniero in Francia ha sempre qualcosa per cui combattere, una legittimazione come cittadino che gli viene a mancare, che produce quasi un bisbigliare impacciato del motto rivoluzionario della Repubblica Liberté, Égalité, Fraternité.

Gli eventi storici hanno tracciato un solco nella società francese e le tensioni sono più nette rispetto a Gran Bretagna, Germania e Olanda dove il percorso di integrazione ha avuto dinamiche diverse, per certo meno traumatiche. C’è qualcosa che avvicina l’esperienza francese a quella americana, un’insoddisfazione di neri o immigrati che non si riconoscono nel Paese da cui comunque dipendono. Non aiuta la situazione politica generale che in Europa, ne avevo già parlato in un articolo di qualche mese fa, ha visto la vittoria dei partiti di destra, come confermato dalle ultime elezioni in Grecia, dove ha avuto la meglio Nuova Democrazia di Kyriákos Mitsotákis.

La rivolta in Francia insegna, ancor di più, che in Europa c’è bisogno di un vero cammino di integrazione, che non si limiti soltanto alla mera accoglienza ma che interiorizzi i valori altrui, filtrati solitamente dal credo religioso. L’equazione musulmano uguale pericolo è un giochino semplice e perverso che colpisce l’europeo medio che non conosce fino in fondo gli aspetti culturali della controparte e che è pronta a fare inique generalizzazioni, che sfociano in episodi estremi, come quello che è avvenuto a Stocccolma dove dei manifestanti hanno bruciato il Corano. Le Crociate sono finite secoli fa, ma c’è una battaglia culturale che si combatte, che non è solo una questione religiosa. Le violenze finiranno, per ora, ma basterà poco per riaccendere la rabbia e la protesta perché c’è sempre qualcosa per cui far emergere la situazione di svantaggio rispetto alla politica e alla società.

Intanto si invoca la normalità e si spera che il Tour in arrivo dai Paesi Baschi possa aprire il mese di festa che culmina con il giorno della Presa della Bastiglia, il 14 luglio. Ci si augura che questa volta i fuochi d’artificio vengano sparati in cielo e non sui poliziotti.