Caro amico mio,

Oggi è accaduto quanto non avrei immaginato da bambino. Io Presidente della Repubblica! Non ci credo. Svengo al solo pensiero. Mi hanno chiamato come un papa nominato mentre galoppa in Terra Santa nelle Crociate.

Certo, lo speravo quando il mio nome è iniziato a circolare fra quei corridoi così luminosi al sole ma, credo, anche così tetri quando si incontrano le forze politiche a scendere a compromessi, a inserire una revisione nel Milleproroghe, quando il pettegolezzo su amori, vizi e virtù si affollano. Sognavo sempre accadesse da bambino. Ma ho pensato (facevo lezione quando un alunno ha letto il tweet di un segretario di partito) a un omonimo.

In realtà non faccio altro che un piccolo lavoro in provincia. Chi può mai pensare a me? Non ero a Roma ma ero, appunto, nella mia città, dove da sempre mi rifugio in campagna a pensare, a studiare, e poi nel centro storico a incontrare le persone. Due giorni fa ero per strada ad ascoltare lì il vecchietto che, da anni, vive in quello stabile abbandonato di cui ti parlai. Quel nonnino, anche se solo venti anni più di me, piangeva perché il figlio, a causa della pandemia, aveva visto il suo negozio innovativo (vendeva prodotti biologici e insieme anche libri curiosi) nel nostro paese chiudere. Una chiusura che aveva segnato la vita di quel ragazzo, iperlaureato, ma non considerato in paese perché da sempre indicato come un poco di buono, senza le clientele che hanno coloro che, senza né arte né parte, nascono sotto una buona stella, in famiglie di quelle che si chiamano borghesi o radical chic e dove il progressismo, in realtà, è grondante di denaro sperperato e di vite sfruttate. Gli ho detto, a quel vecchietto, che se un giorno avessi fatto politica avrei iniziato a far vivere alla stessa politica la vita della gente.

Immagina ora che cammino dentro i corridoi di quel palazzo dove i papi hanno vissuto, dove la bandiera italiana si incrocia con quella della nostra Europa. Sono un privilegiato e non vorrei esserlo. Ti metteresti a ridere vedendomi ora. Scrivo in attesa che passino i segretari che mi hanno affidato. Ho chiesto loro di venire qui, stasera, fuori orario, senza farmi vedere da nessuno. Mi sono posto su di una piccola sedia per visitatori nel passaggetto di Urbano VIII. Fa freddo, non accedono visitatori da giorni qui e sto da solo, con me stesso e i miei pensieri, scrivendoti e anche pregando e vicino a rappresentazioni di San Pietro. Il corridoio rimbomba del mio respiro e il cuore mi batte sempre più forte.

Qui sono le 9 di sera, la sera prima del mio insediamento. Poi andrò, di soppiatto a dormire in albergo con mia moglie che intanto non sta nella pelle e i miei due figli che non ci credono ancora. Sono giunti poco fa, con il cambio di abiti per me e il mio pigiama preferito. Stamattina, di nascosto e senza scorta, sono andato da un sarto consigliatomi da un amico di Roma che mi ha assicurato che mi consegnerà una giacca migliore della mia e dei pantaloni due ore prima delle cerimonie. I mocassini, meno male, vanno bene. Quel nome di stamane ero io, ero io a dover essere nominato.

Verso le 11.30, a fine giornata lavorativa, mi ha chiamato un numero sconosciuto. Pensavo fosse il solito scocciatore o un call center. Dopo quattro volte ho risposto, pensando che fosse successo qualcosa a un familiare, a te o ad altri amici. Ho pensato a una barzelletta, a uno scherzo di cattivo gusto: “Sono il Presidente della Camera. Le comunico, in maniera insolita di certo, la sua elezione a Capo dello Stato. Mi scuso, ma il suo nome è stata una sorpresa e non la conosco nemmeno. Ma da ora è il mio Presidente”. Lei, mia moglie, mi ha raccontato che tutti i colori dell’arcobaleno sono passati sul mio volto. Ho salutato cordialmente e ho risposto qualcosa, sbiascicando parole senza senso. Non ricordo. Sono rimasto imbambolato, a guardare la libreria dove subito mi è apparsa l’edizione preferita del Simposio di Platone e la foto di famiglia, mentre tengo in braccio il mio primo figlio. Mi sono fatto male pizzicandomi, credendo in un sogno, splendido, ma sempre sogno. Finché non sono giunti i carabinieri a casa, offrendomi di accompagnarmi all’aeroporto il pomeriggio stesso. Il capitano, emozionatissimo, mi ha comunicato che aveva ricevuto una chiamata dalla Camera dei deputati visto che non rispondevo al telefono. La vicina, sorda, ha creduto mi stessero arrestando di certo quando li ha visti dall’occhiolino magico. Chissà che idea si sarà fatta di me!

Giù c’erano raggi di sole, macchiati qua e là da nuvole bianche e grigie, che preannunciavano un vento strano. Il pettirosso che ogni giorno mi saluta dal ramo che si protende verso il balcone della nostra piccola casa era lì, intento a mangiucchiare le briciole che talvolta getto giù in giardino. Non vi erano giornalisti. D’altronde chi mi conosce? Non sanno nemmeno chi sia. Il mio nome non so come sia giunto a Roma. Forse quell’incontro avuto con il senatore giorni fa per strada? Mi ha fermato perché aveva sentito parlare di me e dei miei romanzi, di me e delle mie lezioni a scuola (suo figlio è mio alunno. Spocchioso come non mai ma bravissimo, brillante. Che bella intelligenza!).

Resto turbato. Una chiamata così è assurda, impossibile. Conoscevo il termine vocazione, ma non immaginavo che una chiamata arrivasse per telefono e da Roma per giunta. L’ultima volta Chiara era piccolina, aveva 7 anni e le dissi di lanciare in Fontana di Trevi la monetina per poter tornare nella capitale. Ora lei ha 16 anni. Ne sono passati di anni insomma. Comunque sia, prima di andare all’aeroporto con una valigetta di fortuna (giacca dell’ultimo matrimonio, cravatta che ancora non so nemmeno annodare, jeans) ho chiesto 10 minuti di pazienza al capitano e ho chiesto di accompagnarmi alla chiesetta solitaria della periferia che amo tanto. Nel buio del primo pomeriggio ho avuto la possibilità di stare da solo di fronte alla luce fioca della candela accesa. Mi sono inginocchiato chiedendo se davvero Lui volesse che prendessi questa strada, impossibile a pensarci solo qualche ora fa. Ho pianto, ho detto che “non volevo accettare ma ho detto il mio sì per vanagloria forse”. Non vi è stata nessuna risposta dall’Alto, nessun segno se non un silenzio rotto solo dalle foglie che in questa chiesetta di campagna entrano, portate dal vento e che sbattono contro i sedili in legno. Ho aperto la pagina del libro della Sapienza dove è scritto “dammi la sapienza, che siede accanto a te in trono, e non mi escludere dal numero dei tuoi figli, perché io sono tuo schiavo e figlio della tua schiava, uomo debole e dalla vita breve, incapace di comprendere la giustizia e le leggi”.

Ho tremato. Io che non sono nulla sono stato chiamato a costruire qualcosa, a scegliere qualcuno, a firmare o no leggi. Io che la Costituzione la spiego a scuola, ma che appare cosa lontana, ora diviene per me vita vera. Ma io che ne so di procedure tecniche, di parole vuote della politica dei partiti, delle schermaglie fra opposte fazioni, di tweet al veleno? Io non dovrei essere qui, ho pensato. Dovevo preparare la lezione su Leopardi e invece eccomi qui a vivere la vita da monade leibniziana. Fa freddo a sentirsi soli. Ho chiesto al mio buon padre spirituale di benedirmi e di benedire il mio Paese. Ho avuto e ho un timore di non poter rispondere alle esigenze della mia Italia. Io che non capisco nulla di economia che mai potrò capirci di manovre economiche? Ho chiesto ai carabinieri di non mettere sirene, di non dire nulla a nessuno. Io sono e sarò sempre cittadino e come tale voglio stare. Fra la gente di cui sono abituato a notare gli sguardi. Non ho voluto un aereo tutto per me ma ho ottenuto, con fatica enorme, di prendere il primo volo a basso costo per la città eterna. Quello di Stato è ripartito con la créme dei notabili locali. Con la mascherina, poi, è più semplice. Nessuno ti conosce.

Arrivato a Fiumicino ho dribblato la ressa dei fotografi nascondendomi fra i turisti. Anche perché pensavano all’aereo di Stato che ospitava solo i politici locali, spiazzati dal mio nome ma che dovevano venire qui. Mica a me! Pazienza, sopporterò quei notabili nei loro falsi, a maggioranza, salamelecchi. Ho preso la navetta che arriva vicino a Trastevere passando per l’Aurelia e da lì sono sceso in metro fino a Barberini. Una metro vuota e quelle poche persone nel tunnel correvano come matte. Un barbone mi ha colpito mentre mi guardava. Mi ha impressionato la sua coperta bucherellata qua e là. Ho notato il mio nome sulle notizie dell’ultim’ora e la mia foto campeggiare sugli schermi tv, fra una pubblicità di intimo femminile e un manifesto contro la violenza sulle donne. Sto male in quella foto sai? I miei capelli improbabili e un viso che sembrano quelli di un mafioso. Che ridere…

Arrivato dalla zona della Scuderie (ci sta a Roma farsi una passeggiata no?) ho preso da un chioschetto ambulante su via Ventiquattro maggio un panino con la porchetta e mi sono nascosto fra due furgoni della Rai, mentre i giornalisti erano lontani, più su, a fare interviste e commenti. Quel panino è stato gustosissimo, il migliore. Potrebbero mai immaginare il Presidente fare uno spuntino fra i propri mezzi? È proprio la vita che ti prende prima di qualcosa che, forse, la vita normale te la toglierà e me la trasformerà.

Passava di lì un vigile che mi ha detto che non era il momento di disturbarlo. Al Quirinale diceva che ci fosse allarme perché nessuno riusciva a trovare il Presidente. Cioè me. Al che gli ho detto grazie del suo lavoro e ho abbassato, di soppiatto, la mascherina. Gli ho chiesto di farmi entrare senza clamori. Al che mi ha fatto cenno, sbiancando prima, di seguirlo. Siamo entrati da un portone laterale, nascosto da un ponteggio per ristrutturazioni. Il suo amico all’entrata laterale ci ha aperto e io sono entrato. Vi era silenzio. Ha chiamato subito il corpo di guardia e mi hanno salutato con tutti gli onori i corazzieri (poveracci quelli fuori, con questo freddo che sferza Roma e impossibilitati a poter pure andare in bagno mi sa!) e anche la loro mascotte, Briciola si chiama, che gironzolava per quella parte del Palazzo. Mi ha guardato in maniera strana, non abituata al mio viso, così diverso da quello impostato e definito del mio predecessore. L’ho accarezzata. E l’ho presa in braccio fra i sorrisi di circostanza dell’ufficiale e dei segretari che scendevano correndo dalle sale nobili.

Sono rimasto a bocca aperta entrando, come quando da bambino vidi Roma la prima volta. I candelabri bellissimi, stanze con arazzi e dipinti da togliere il respiro. Qui non c’ero mai stato se non di passaggio, dall’esterno, quando la professoressa di storia, quella folle, decise al Liceo di portarci in visita a Montecitorio facendoci assistere involontariamente allo spettacolo, allora tragico, del rapimento di Aldo Moro. Il giorno prima, il 15 marzo, avevamo visto il Transatlantico. Eravamo quindi a Roma quel giorno, il 16 marzo 1978, in gita. Rammento cosa sentimmo sulla pelle, la paura che ti pervadeva. Dormimmo in un albergo scalcinato, spaventati. Non provai nemmeno a bussare alla porta della ragazza dell’altra classe che mi piaceva quella notte. La professoressa non fece la guardia. Restammo silenziosi, attoniti. Un pugno allo stomaco. Avrei potuto fare qualsiasi cosa ma eravamo terrorizzati. Le immagini di Frajese erano spaventose, mentre calpestava i proiettili. Altro che terzi e quarti gradi. Si pestavano allegramente quei bossoli come tanti sogni e progetti. La nostra serenità spezzata da terroristi e chissà chi altro. Inoltre, sapere che in giro per la capitale c’erano persone con mitra pronte a sparare ti portava a credere che si era vicini a un colpo di Stato, con gente che chiedeva stati d’assedio.

Negli anni quelle ore mi si sono impresse nel corpo, da segnare la mia immaginazione e le paure di trame oscure. Nel 1992 non mi perdevo le cronache di Tangentopoli, con il povero Brosio dinanzi la procura di Milano a riportare pedissequamente ogni nome. Quando ho iniziato a pensare alla politica mi sono messo a studiare i testi bellissimi di Giorgio La Pira, un geniale politico che inseriva la fede nell’agire politico. E da quando ho letto quelle frasi i brividi mi hanno tenuto prigioniero (bellissimo questo) nel calore della speranza che le cose possano cambiare.

E ora sono qui. La mia famiglia mi ha raggiunto poco fa. Cosa farò domani quando verrò nominato? Cosa dovrò dire al mio primo discorso ufficiale? E se faccio come sempre la mia uscita dialettale? Io vorrei donare il cuore a questo Paese che ignora chi io sia. Quando ami devi imparare prima a rinunciare, recitava la canzone che ascoltavo in radio al mio vetusto mp3 in aereo. Il mio nome ora è sulla bocca di tutti. Ma io desidererei conoscere la vita di ogni mio concittadino, il suo nome, assaporarne la vita, ascoltare le sue frustrazioni, abbracciare le sue desolazioni, affrescare di un sorriso la sua tristezza, sorridere alle sue gioie.

Qui da solo in questo corridoio comprendo come le vite dei miei connazionali siano un progetto ancora in procinto di sbocciare, quasi come la radice d’albero che non dovrebbe spaccare l’asfalto e un marciapiede ma ci riesce comunque. Ho mal di pancia, ho freddo, ho caldo, tremo al pensiero di cosa sia diventato ora. E di cosa diventerò. Non voglio un cuore arido. Ogni firma che metterò su un decreto vorrei fosse un sigillo di amore, un servizio di custodia del prossimo e non solo un atto burocratico. Ma un Pertini, un Ciampi, un De Nicola hanno pensato a questo? Quel povero primo presidente avrà vissuto le mie sensazioni o, scafato nella politica e dopo aver visto gli orrori della guerra, non provò nulla?

Io domani sentirò la campana della Camera suonare per me, quasi come una celebrazione eucaristica in procinto di iniziare. Quell’articolo 91 mi fa tremare i polsi. Non avrò che il sorriso di mia moglie e quello dei miei figli dentro e penserò alla promessa di avere cura di questo Paese che vorrà anche una parola. Ma che parola posso dire io se non che sono uno qualsiasi a cui viene chiesto di servire il Paese per poi tornare a scuola? Voglio tornare a insegnare come uno qualunque, dai miei studenti. Sono fuori posto.

Domattina la sveglia in albergo sarà sempre alle 6 e 20 e come ogni giorno ascolterò il primo programma radiofonico e parleranno di me. Io che mi sento estraneo a me stesso diverrò l’estraneo che abiterà la vita dei telespettatori, della casalinga che cucina e della colf che fa le pulizie, del carcerato che ascolterà la tv accesa dal secondino. E sarò ignorato nelle periferie di quelle grandi città in cui, ho deciso, abiterò per almeno una giornata per viverle. Un Presidente non può vivere qui. Io ho bisogno di incontrare sguardi e di vedere gioie e lacrime.

Scusa, ma devo lasciarti. Impegni istituzionali mi attendono: la cena con i miei familiari in una piccola osteria di Ariccia. Ci accompagnano di soppiatto con un furgoncino. Ho invitato i poveri che dormono qui vicino all’aperto a mangiare con noi. Alcuni ci saranno e li prenderà qualcuno dei volontari che, ho deciso!, saranno i primi invitati a vivere nel Quirinale al posto mio. A turno verranno a dormirci persone che amano la nostra Italia. Io qui verrò solo a lavorarci. Qui è casa di chi fa grande la Nazione, i piccoli che sanno ascoltare la bellezza fra i poveri, gli ultimi. Di loro saranno queste stanze. Io non sono degno di stare qui. Dormirò in un piccolo appartamento venendo al Quirinale per gli impegni istituzionali, facendo ancora 3 ore a scuola. Io sono cittadino al servizio. Non altro…

Ci sentiamo presto.


Fontehttps://commons.wikimedia.org/wiki/File:Quirinale_Dioscuri.JPG
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Antonio Cecere (1980), docente di Filosofia e Storia presso il Liceo Tito Livio di Martina Franca. Laurea in Filosofia presso l’Università degli studi di Bari nel 2004, con relatore il prof. Francesco Fistetti e una tesi in Storia della filosofia contemporanea su Karol Wojtyla. Appassionato di Bioetica, ha conseguito il Master in Bioetica e Consulenza filosofica a Bari e il Master in Bioetica per le sperimentazioni cliniche e i Comitati etici presso il Politecnico delle Marche oltre a vari perfezionamenti di ambito pedagogico e didattico. Impegnato nella Cisl Scuola, è in Azione Cattolica per cui attualmente coordina il Mlac di Taranto come incaricato. Socio Uciim, insegna filosofia anche agli adulti presso l’Università popolare Agorà di Martina Franca. Fra le sue passioni lo studio della storia, il calcio e la musica rock. In passato, oltre che clown terapeuta presso l'asssociazione Mister Sorriso di Taranto, è stato anche conduttore di programmi radiofonici. Presso il Liceo Tito Livio, da qualche anno, coordina il Progetto Percorsi di Bioetica per avvicinare, attraverso modalità didattiche innovative e con la collaborazione di esperti esterni, gli allievi alla cittadinanza bioetica. Ideatore di vari caffè filosofici nella provincia di Taranto e in Valle d'Itria.