Fino al prossimo 17 Aprile il MAXXI, a Roma, ospita una grande retrospettiva dedicata a Letizia Battaglia, in occasione dei suoi primi ottantanni di vita e dei suoi primi quaranta da fotografa.

Letizia Battaglia è riconosciuta come una delle figure più importanti della fotografia contemporanea e non solo per gli scattti saldamente presenti nell’immaginario collettivo ma anche per il valore civile ed etico del suo lavoro. La Battaglia è stata testimone visiva della realtà sociale e politica italiana e in particolare dei fatti di cronaca di mafia. L’esposizione di cui si parla in questo articolo restituisce i molteplici aspetti della personalità della Battaglia, tra fotografia, editoria, teatro sperimentale e politica attraverso oltre duecento scatti e diversi materiali originali e di documentazione audiovisiva.

Sì, perché Letizia Battaglia non è solo “la fotografa della mafia”. Le sue foto, spesso in un vivido e nitido bianco e nero, si prefiggono di raccontare soprattutto Palermo nella sua miseria e nel suo splendore, i suoi morti di mafia ma anche le sue tradizioni, gli sguardi di bambini e donne (la Battaglia predilige i soggetti femminili), i quartieri, le strade, le feste e i lutti, la vita quotidiana e i volti del potere di una città contraddittoria.

La mostra si articola in una prima parte che racconta, a partire dalla fine degli anni Sessanta, la sua attività di fotoreporter tra Milano e Palermo: dal suo primo servizio, dedicato alla prostituta Enza Montoro, che risale al 1969 e pubblicato su “L’Ora” di Palermo, quotidiano con il quale collabora per più di vent’anni, al periodo milanese in cui incontra Pier Paolo Pasolini, documenta l’esperienza del Teatro sperimentale alla Palazzina Liberty di Franca Rame e Dario Fo.

Tornata in Sicilia inizia a araccontare la città attraversata dalla seconda guerra di mafia, ma anche dal desiderio di riscatto e di rinascita. La serie dedicata a Palermo, con fotografie inedite e stampe vintage, testimonia la sua presenza sempre in prima linea nel ritrarre i mille volti della città: quelli docili delle bambine nei rioni storici e quelli inermi delle “ammazzantine”, quelli alteri della nobiltà palermitana e quelli delle persone comuni colti in momenti di quotidiana intimità.

La seconda parte della mostra è dedicata all’installazione Anthologia che raccoglie il meglio della produzione della Battaglia attraverso oltre 120 fotografie, tra immagini divenute icone e scatti meno noti: sono ritratti i luoghi e le vittime delle stragi di mafia ma anche la vita e i volti della società palermitana. Immagini di dolore, povertà, morte, ricchezza e ribellione disegnano un percorso narrativo polifonico che racconta un momento storico durato oltre quarant’anni.

Fotografa giudici, poliziotti e uomini delle istituzioni un prima fila nella lotta contro la mafia: da Boris Giuliano a Ninni Cassarà, dal giudice Cesare Terranova al Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, fino al generale Dalla Chiesa e Giovanni Falcone. Nella serie Politici e Mafia sono presenti numerosi scatti tra cui quelli a Salvo Lima e Vito Ciancimino, protagonisti delle vicende di commistione tra politica e mafia. In tal senso significativa è la foto Giulio Andreotti con il mafioso Nino Salvo, trovata dalla Direzione Antimafia negli archivi della Battaglia e che diventerà poi uno dei principali capi d’accusa nel processo contro l’esponente democristiano. Tra i mafiosi ritratti, invece, ci sono sia volti poco noti sia personaggi come Leoluca Bagarella, fotografato durante l’arresto, anche questa immagine divenuta icona nella lotta contro la criminalità mafiosa.

La mostra si conclude con il video diretto da Franco Maresco che rende omaggio all’autrice e in particolare al suo rapporto con il tema della follia.

Questo articolo, invece, si conclude con le parole di Letizia Battaglia che in questo modo impedisce all’articolista di cedere alla tentazione di intromettere la propria voce, almeno per una volta, in un resoconto pensato per essere asettico nel tentativo, che ora si rinnova, di restituire al lettore la voce dell’artista: «Un incubo fare questa mostra e rivedere quello che non volevo vedere. Dopo tanti anni di cronaca violenta non sopportavo più le mie foto la notte sognavo di bruciarle tutte, negativi e provini compresi. In archivio ho trovato un mare di carte, persino una lettera anonima di minacce che non ricordavo. In stampatello dichiarava che la mia sentenza definitiva era già stata pronunciata E che dovevo andare via da Palermo per sempre. Lavoravo a L’Ora, un giornale contro che si batteva con passione. Ho cominciato così ha fotografare la morte, gli ammazzati. Mi ricordo il primo cadavere, emanava un odore terribile nonostante fosse contornato dal verde. E quella chiazza di sangue che avrei rivisto, identica, per tutti gli anni a venire. Le mie fotografie sono cruente, difficili da digerire e questo allestimento quasi mi riscatta dai tanti dolori che attraverso la macchina fotografica ho registrato. In fondo, nonostante io abbia fotografato i morti ammazzati per tutta la vita, rimango una persona che vuole che le cose cambino.»