Il romanzo di Francesco Cusa, “Vic” (Algra Editore), è la trasmutazione dal sacro al profano di un uomo normale che intende vivere in maniera estrema, la rappresentazione antropomorfa dell’Ade come la racconterebbe Lynch e della follia descritta da Kubrick, sostanzialmente la periferia che diventa centro dell’anima.

Ciao, Francesco. Qual è il labile confine che divide l’aspetto psicotico da quello sacrale di Vic?

La psicanalisi nasce, non a caso, a fine Ottocento, quando siamo ancora nella cosiddetta “società della repressione”, e su ciò fonda il principio terapeutico che eredita dalle società del passato la razionalizzazione del mito. Il Sacro è parte carsica del nostro tempo “scientifico”, permea le nostre vite, la vita di Vic, in maniera carsica, sotterranea. Vic è una sorta di osceno pontefice che opera fra le maglie del linguaggio.

Quanta influenza assume il genio di David Lynch nella tua scrittura?

Immagino molta, essendo un suo sfegatato fan. Lynch ha, appunto, il merito di aver dato rilevanza all’apparente irrazionalità dell’Oltremondo, descrivendo tramite il cinema l’irruzione delle creature pluridimensionali nel quotidiano di un remoto villaggio, e nella vita dei personaggi dei suoi film.

I luoghi periferici del tuo romanzo rischiano di mistificare realtà come all’interno dell’Overlook Hotel di Shining?

È probabile. Kubrick è un altro riferimento, senza alcun dubbio. Effettivamente, a cominciare dal luogo in cui si svolgono gli eventi del romanzo, Crotone è un non-luogo, una specie di realtà morfologica alienata, un limbo posto fuori o sul limitare del Divenire in cui si muovono i protagonisti del romanzo (della mente di Vic, di quella dell’autore). È tutta una periferia di qualcosa, una palude metafisica in cui i morti paiono più vivi dei vivi.

La vita ha senso solo se vissuta in maniera “estrema”?

Dipende cosa si intende con la parola “estrema”. Tornando a Lynch, egli è una pacifica persona che pratica meditazione trascendentale, in apparente contrasto col flusso delle sue opere. Se per estremo intendiamo il termine ultimo sul piano spaziale e temporale, la mia risposta è: assolutamente sì. Compito di ogni artista è quello di scavare, con picconi, zappe, mani e unghia, di divorare l’esistente, di non lasciare spazio alla tergiversazione. Ogni artista compie gesti totalizzanti e assoluti. È una vocazione non un lavoro; sono lacrime di estrema gioia. Solo da queste lacrime possono sgorgare stille di senso.

Cosa rappresenta il disegno in copertina?

È un disegno di Pier Marco Turchetti, uno straordinario intellettuale e un fantastico artista. Lui racchiude la Sapienza come la si può intendere oggi, nell’era della parcellizzazione dei saperi. Siamo molto amici, e spesso lui è il supervisore delle mie opere in fase di stesura. Cosicché mi ha sottoposto dei suoi disegni e, immediatamente, ho trovato questa tavola perfetta per il romanzo. Il perché di tale aderenza è compito che riservo al lettore di constatare.


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Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.

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