«Gli uomini sono un po’ come i libri: ne leggete distrattamente uno, e non prevedete che finirà per lasciare in voi una traccia incancellabile; ne digerite con ogni zelo un altro, che abbia tutta l’aria di esser degno dell’impresa; e scorsi pochi mesi vi accorgete che la fatica è stata peggio che inutile. Ma sul primo momento, al primo incontro, il risultato finale, la perdita o il profitto, sono sospesi a un punto interrogativo».

(Eugenio Montale, La piuma di struzzo)

La piuma di struzzo. Chissà perché Calipso pensò immediatamente a quelli che fanno, appunto, come lo struzzo e scelse di non ripetersi di nuovo qual era la caratteristica di quell’animale.

Amava Montale dal più profondo del suo ventricolo sinistro; non aveva più nessun bisogno di leggerlo, oramai “lo sapeva”, come lo avesse conosciuto. Nel corso degli anni non si era certo limitata a leggerne le righe. Le aveva proprio aperte una ad una, ci aveva cercato l’uomo, ne aveva scorso il cammino. Negli spazi fra le parole lo aveva visto pranzare, camminare, mettersi comodo, struggersi e ridere.

Amava Montale e amava inciampare nei suoi scritti: sì, quelli che capitano per puro caso. Nessuno avrebbe potuto coglierla impreparata, ma l’effetto di ritrovarlo di colpo era sempre un grande battito.

Ed allora si riscoprì a pensare al punto interrogativo in citazione ed all’arroganza di chi non lo rispetta.

C’è gente che ha la pretesa di sapere che tutto può essere o che non può, che si tratti di lavoro, di hobbies o, (peggio mi sento – ndr), di persone; e non solo al primo fatale incontro dentro un supermercato, piuttosto che in mezzo ad una strada. Quella gente ha la sua pellicola, conosce il climax ancor prima di aver letto l’incipit, sentenzia.

Su quale presunta base di preveggenza certa, non è dato capire.

Così apparecchia il piatto d’argento con la chiosa, saltando a piè pari lo svolgimento, o interrompendolo quando lo ritiene più opportuno, secondo il “Manuale di Colui che sa”.

Beata gente!

Oddio no! Beata un gran piffero sotto sale.

Calipso, al contrario, pensava che fosse giusto rispettarli i punti interrogativi, far fare loro il mestiere per cui erano nati, porre loro le domande e lasciar loro il tempo per rispondere, trovare un modo, poiché se non avessero dovuto stare in quella vita, non ci sarebbero mai arrivati.

La presunzione di poter controllare anche le forze che implicano gli incontri, le chiamate in guerra o in pace, gli avvenimenti, le “casualità”. La pigrizia di non voler leggere niente oltre quanto poveramente appare.

Cioè, questa gente, secondo lei, sarebbe stata addirittura capace di sentirsi dire il più potente e sincero “ti amo”, sorridere e rimandare indietro qualcosa tipo: “non ti rispondo”.

Come se chi dichiara amore, cercasse per forza risposta. E invece no, lei era convinta dell’esatto opposto. O meglio, aveva provato a figurarsi una scena del genere, che ringraziava di aver solo immaginato (riteneva terribile la possibilità di provarla davvero una cosa così) e si era detta che lei certo non avrebbe comunicato niente di quel genere, in cerca di risposta. Lo avrebbe detto e basta.

Questi pensieri le rovinarono il tempo, la portarono lontano a pensare a tutte le persone che non le piacevano, ai vanitosi, ai padroni, alle regine, ai saccenti, ai succubi, alle vittime del caso, ai manipolatori e si disse che la resa porta sempre e solo resa.

Persa nei meandri delle sue riflessioni, fu interrotta da un messaggio: “Io lo so che ci sono tante persone indegne, ma da alcune, solo alcune, pochissime, proprio non me lo aspetto; mica è il supermercato la vita, che entri, prendi e vai. Se vuoi fare la spesa e non vuoi offrire il minimo sindacale dell’umano in cambio, il minimo sindacale dico, non è a casa mia che devi bussare”.

Beh certo, quel messaggio era il proseguo di una lunga conversazione iniziata chissà quanti mesi prima. In pratica, Calipso e il mittente parlavano della stessa cosa da settordici ere geologiche, rimestavano il contenuto e sempre là tornavano: dalla gente non ci si deve aspettare niente, se si vuole godere delle piccole cose, ma passare alla fase rifiuto/spesa forse era troppo. Forse. Perché Calipso nutriva sempre la segretissima ed indomabile speranza che “alcune persone, solo alcune, pochissime” fossero nate per essere niente di tutto ciò. Difficilmente sbagliava, magari un giorno il mondo l’avrebbe fatta ricredere. Magari…

Così tornò a Montale:

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, né più mi occorrono

le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede.

 

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue.

Quando uno dice: avresti potuto fidarti del punto interrogativo e smetterla di abbassarti agli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede.

Che ciascun essere umano fosse un pozzo ben diverso da quello che sembrava e che la realtà stessa fosse tutt’altra storia rispetto anche a sé stessa, Calipso lo aveva imparato talmente bene, da poterci tenere un seminario di formazione: “La verità delle finzioni, la finzione delle verità”, lo poteva intitolare.

Pensateci, un orbo è orbo. Non vede, c’è poco da chiacchierarci sopra; nondimeno fra Eugenio e Mosca, quella quasi cieca era lei, eppure per le scale non ci fu mai traccia di tonfo. Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le sue.

Allora Calipso fu costretta a svegliarsi, un altro messaggio: “è un carcinoma”.

Ecco, gente! Ecco! Succede che in un momento ci si debba svegliare così. E mentre faceva scendere tutti i santi dal calendario, lo urlò in silenzio con tutta la forza che aveva in petto: “le persone a cui dichiarate di voler bene non si possono sprecare così, come vi fossero dovute! Se un giorno vi svegliaste leggendo da una di loro: ‘è un carcinoma’, cosa cazzo avreste concluso, avendole sciupate? Di-te-me-lo!”.

Grazie a Dio squillò il telefono, era Morgan, quel tratto di realtà che tanti difetti aveva, ma non scialacquava mai chi aveva di fianco.

E perché a lei la fortuna di aver avuto Morgan? Facile, perché lei credeva. E Morgan, quella persona che voleva essere salvata ed aveva l’umiltà di ammetterlo e di chiedere aiuto senza opporre rifiuti, quello faceva, inconsapevolmente: sempre, la salvava. Semplicemente respirando. E respirando a modo suo. Lei non avrebbe smesso di fare lo stesso.

Si chiama reciprocità. Al momento della cattiva notizia del fato, laddove fosse stata, nessuno di loro due (almeno di loro due), avrebbe provato il rimorso ed il supplizio di non aver avuto cura dell’altro, per come aveva potuto, al massimo di quanto la vita poteva concedere.

Medito. Medito perché Calipso e Morgan non esistono, se non nelle mie fantasie. Ma mai fantasia umana derivò da nulla, se non dai fatti quotidiani del mondo che si muove e merita, ad ogni passo, di essere rigorosamente osservato.

Allora se Calipso andava di Montale, io vado di Giacomo:

E finalmente non voglio che ti disperi; perché dentro un giorno può svanire la causa delle tue malinconie, e questo è probabilissimo che avvenga; anzi è facilissimo; anzi, andando le cose naturalmente, è certissimo” (Leopardi, 28 gennaio 1823).

Tipo stasera che, pur rimuginando su questa mia tanto cara Calipso, per quanto mi sforzi, il genere umano più o meno osservato, per qualche ragione che davvero non comprendo, mi repelle.

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FontePhotocredits: pixabay.com
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

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