«Io ti vedo»

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Non so se qualcuno di voi abbia mai vissuto con il suo doppio supremo pur non avendo patologie psichiatriche, né so se qualcuno ne abbia fatto proprio persona, ci abbia preso il caffè.

In questa storia, però, lei lo aveva fatto ed in un modo tale da non poter affatto dire che il doppio non fosse reale: era chiaro fosse lei stessa, ma talmente ingombrante da dover operare una vera e propria scissione, a cui il caso diede anche un nome.

Erano anni, anni che accadeva e all’inizio era molto più complicato vedere certe cose: non era quasi stato possibile rispettare il principio del diviso e non confuso e non se ne era troppo preoccupata, poiché certi assiomi non erano certo del suo mondo: lo sapeva bene.

Poi arrivò un giorno in cui un correttore online fece la differenza: “Spesso è brutto il sesto senso”, avrebbe dovuto esserci scritto. Ma al correttore non piaceva e tramutò quel “brutto” in “Berta”.

“Spesso è Berta il sesto senso”. Stop, fine, alea iacta est. Quel detestabile meccanismo per cui annusava qualsiasi cosa a distanza di miglia e miglia, quella sensazione di totale incomprensibilità davanti a certe cose, il rifiuto apparentemente immotivato per certe persone, l’idea che una cosa ad evidente forma circolare era invece assolutamente quadrata, tutti quegli istinti indimostrabili nell’immediato, ma convincenti in modo disumano, avevano un nome. Lei viveva con Berta e Berta era la regina delle rotture di scatole.

Ci erano voluti interi lustri per darle un nome, altrettanti per convincersi che doveva rassegnarsi non solo alla sua esistenza, ma alle sue ragioni e, peggio, al suo modus.

Berta funzionava così: qualsiasi cosa accadesse, se ne ravvisava la necessità, faceva spuntare una sensazione a metà fra l’accenno di ansia e la soluzione primitiva. Caratteristico del doverle per forza dare retta era un dettaglio al contrario: più quelle sensazioni sembravano seriamente non avere ragion d’essere davanti a un certo fatto, più bisognava piegare la testa davanti all’evidenza che prima o poi la motivazione si sarebbe svelata e niente, Berta avrebbe avuto ragione. Sempre. Era così da sempre. E mai avrebbe smesso di essere.

Non avete idea di quante volte la nostra amica l’avesse ignorata, perché era assolutamente comprensibile lo facesse: per intenderci, se sul tavolo c’erano danari, Berta insisteva perché lei giocasse coppe pur avendo tutti ori in mano. E no, non era possibile, non aveva un senso. Ecco, non c’era stata partita di briscola iniziata così, che poi non avesse visto proliferare, senza apparente ragione, le coppe e non avesse visto Berta, dal fianco del suo doppio in carne, guardarla sottecchi e assumere quel ghigno fraterno atto ad esprimere la frase meno fraterna del mondo: “Te lo avevo detto”, spallucce e sopracciglio alzato.

Mi direte che una cosa del genere, letta di traverso, non poteva che essere un dono: imparare ad usarla come premonizione avrebbe solo potuto essere un grosso ausilio per mettere sin da subito paletti e toppe. Intendo, avere la vocina che ti avvisa dei pericoli è una botta di fortuna con la C maiuscola. Avete ragione: la verità è che lei aveva imparato benissimo e non era la sola. In pochissimi erano a conoscenza dell’esistenza di quell’entità e quei pochi si erano talmente resi conto della verità che vi sto raccontando, da chiederne addirittura il parere. Della serie: «Il fatto è questo. Senti Berta e fai sapere».

Signori miei fa ridere, lo immagino. Eppure accadeva, era un fatto, Berta rispondeva, lei addirittura si firmava con il suo nome fra parentesi per sottolineare chi era ad aver sentenziato ed evidenziare la sua presunta assenza di responsabilità.

Solo che questo gioco eterno avrebbe avuto fine se lei avesse fatto pace con sé stessa, decidendo di prendere atto del suo fottutissimo sesto senso: era comodo deresponsabilizzarsi ogni volta che lo ascoltava, perché lo ascoltava ormai. Cosa c’era che non andava? La mancanza di quiete: quando Berta avvisava, troppo spesso presagiva delusioni o catastrofi. La preparazione previa faceva in modo che le delusioni, alla fine, non fossero tali e scansava le catastrofi con una maestria senza pari: ma il sapore ultimo era sempre quello della sconfitta.

Santo cielo, ci doveva sempre essere qualcosa per cui stare allerta?

«Ancora lo devi capire? Vivi in un’epoca che non è tua, sorella, e per quanto cerchino di farti credere il contrario, tu non puoi cadere nella trappola. Ci sono io a tirare le fila, non ti mischierai mai con quella melma. Per quanto sia faticoso, fattene una ragione. Tua, Berta».

E lo aveva detto lei. Senza scampo, senza soluzione di continuità, senza alternativa. Senza motivo. Con la ragione. Punto.


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Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

1 COMMENTO

  1. Viviamo il nostro quotidiano in maniera assolutamente razionale, messi lì ad incasellare ogni azione-parola-evento, affinché per ognuna di queste ci sia una spiegazione logica.
    Il fatto che rendiamo il tutto, ormai, meccanico e privo quasi di senso, anziché spaventare, ci rassicura e conforta perché risulta chiaro e capibile al nostro conscio.
    Non ci facciamo domande.
    Ma tutti abbiamo una Berta, seppellita sotto le macerie del suddetto conscio, e prima o dopo ognuno di noi dovrà farci i conti, dato che nessuno può sfuggire al proprio sé superiore.
    Ergo, molto meglio imparare a “sentirsi” e ad orientare le proprie vele ascoltando ogni sensazione (anche quelle che non piacciono al conscio), altrimenti il percorso terreno rimane costellato di errori sempre uguali, che si ripetono all’infinito.

    Da bravi viviamo in bilico tra il pensiero scientifico con la sua ossessione per la razionalità, i dati e le misurazioni, e la superstizione pura, con tutte le sue credenze antiche, le intuizioni stregonesche e le sensazioni istintive.

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