Mi ha insegnato a guardare bene le parole prima di usarle. Possono poi essere donate o tornare libere.

Ho uno strano vicino, credo tutti ne abbiano almeno uno ma questo è davvero singolare. Uomo solo ma la condizione nel suo caso esula dalla scelta o dalla necessità. Pare sia solo perché è il suo essere naturale, tipo avere i capelli neri o biondi. Anche a colorarli, dopo un mese massimo, e che cos’è un mese, la radice torna sempre al naturale.

Un giorno che mi affacciai alla sua porta con un mio dolce appena sfornato da condividere, perché il dolce resta sempre enorme, vidi sui suoi mobili, privi di soprammobili, tanti giornali stesi . Mi sorrise dolcemente e quasi in tono di scuse mi disse che servivano a non far posare la polvere. Li buttava ogni tanto e a tenere in ordine era un attimo.

A cosa porta la solitudine, pensai mentre rientravo. Ma fu quando a distanza di mesi mi fece un regalo, un signor regalo, che mi spiegò realmente la funzione dei giornali ed io stetti ad ascoltarlo basita.

Era cominciata davvero dalla necessità di non avere ingombri inutili ed era finita che le parole scritte sui giornali gli tenevano buona giusta compagnia. Andavano in giro per casa ma erano confuse, come in trappola. Così aveva cominciato a cercarle in giro le parole belle, fermo alla panchina nei giardini mentre guardava i cani correre ed i bimbi giocare, in bilico in autobus, mentre spingeva il carrello del supermercato.

Neanche se n’era accorto. Era diventato un acchiappaparole.

Quando ne catturava una bella nel retino della sua mente con un sussulto del cuore, la portava a casa di corsa. Una volta al sicuro, la scriveva su un cartoncino che appendeva all’ingresso. Come le vasche di stabulazione dove aveva visto la cultura dei pesci di allevamento quella volta che era andato al lago, la parola in questione passava poi da una stanza all’altra, cambiava colore di cartoncino, si evolveva. Lui se ne prendeva solo cura. C’erano giorni di sole dove splendeva spavalda e giorni di nuvole dove sonnecchiava e rimaneva in ombra. Giorni buoni e giorni pessimi. Quando la cura era completa, quando la parola aveva finito l’iter prestabilito, allora poteva pensare a cosa farne. A quel punto la contornava col pennarello indelebile perché era perfetta, come quei giorni nitidi di luce diafana, quando si vede più lontano del solito. Giorni in cui, mi disse, gli angeli lavano i vetri. E allora la lasciava andar di nuovo per il mondo o la donava.

Quella che porse a me era un omaggio alla mia gentilezza discreta, mi disse abbassando lo sguardo alle sue scarpe antiche e lise.

Aprii la busta appena andò via. Era un cartoncino rosa pallido con su scritto FIERA.

Sono una persona fiera? Oppure la mia chioma di capelli ricci come serpenti di Medusa ricorda una fiera vera, un animale che ha movenze armoniose ed imprevedibili? E se invece è riferita a una bella fiera di paese, di quelle con buona esposizione di prodotti tipici e magari pure dei dolci che ogni tanto preparo e offro per riempire le ore? E chi lo sa. Il cartoncino rosa è lì che mi guarda.

Ieri l’altro ho visto il mio omino gentile che rientrava quasi di corsa schivando un gruppetto di ragazzi che ridevano di lui. Ha sbattuto forte la porta di casa vietando l’accesso alle parole brutte. Che ne sanno quei miseri che non credono a quanta bellezza ci possa essere nei posti più impensati.

Ho avuto a tutt’oggi regali di ogni tipo. Regali che soddisfano innanzitutto chi li fa. Non ho mai ricevuto in dono una parola.

Io ho uno strano vicino. Tutti ne abbiamo uno. No, io ho un signor vicino.  Mi ha insegnato a guardare bene le parole prima di usarle. Possono poi essere donate o tornare libere. Non mi ha parlato di altre opzioni.