«Or ci movemmo con la scorta fida 
lungo la proda del bollor vermiglio, 
dove i bolliti facieno alte strida»

(Inferno, XII, vv.100-102)

Dodicesimo dell’Inferno, Dante e Virgilio fanno il loro ingresso nel settimo cerchio, laddove scontano la loro condanna i violenti contro il prossimo. Essi sono immersi in un fiume di sangue bollente, il Flegetonte.

Il primo incontro dei nostri viaggiatori è con il Minotauro. Anch’egli prova a impedire il cammino di Dante, anch’egli si becca la spiccia risposta di Virgilio. Con parafrasi libera: «Allontanati bestia e non confonderci con Teseo che, istruito da tua sorella Arianna, ti diede la morte. Dante è qui perché possa vedere le vostre pene».

Il nome del Minotauro è legato a un fitto intreccio miti. Si tratta di una lunga trama di violenza, spargimenti di sangue e tradimenti. Provo a richiamarla per cenni: la mostruosa creatura, metà uomo e metà toro, è imprigionata nel labirinto di Creta, progettato da Dedalo su ordine del re Minosse, marito di Pasifae; questa, lasciva, l’aveva concepito congiungendosi con un toro bianco; in realtà, il toro era stato un dono del dio Poseidone a cui Minosse aveva promesso di sacrificare la bestia, salvo poi tenersela per sé; era stato così il dio del mare a provocare l’insana passione di Pasifae, il parto dell’orrendo neonato, la necessità di nasconderlo in un labirinto ove nessuno potesse vederlo e da cui nessuno potesse uscire; il Minotauro si pasceva di carne umana e, per sfamarlo, Atene – al tempo succube di Creta – doveva inviare ogni anno sette fanciulli e sette fanciulle; fra questi, giunse il turno di Teseo che, sedotta Arianna, anche lei figlia di Pasifae e Minosse, la convinse ad aiutarlo con un gomitolo di filo rosso, riavvolgendo il quale, una volta ucciso il Minotauro, poté trovare l’uscita dal labirinto; nella sua fuga, però, Teseo abbandonò Arianna, la quale, disperata, pianse fino alla morte.

Nel settimo cerchio Dante incontra anche i centauri, metà uomini e metà cavallo, armati di arco e frecce, essi obbediscono agli ordini di Chirone, il precettore Achille, e hanno il compito di impedire ai dannati di sfuggire alla loro pena. Tra i centauri è anche Nesso che, su ordine di Chirone, fa salire Dante in groppa e, mostrandogli tiranni, assassini, predoni, guada il Flegetonte per farlo scendere sulla sponda opposta.

Dante ha così modo di scorgere un Alessandro (forse Alessandro Magno), Dionisio di Siracusa, Ezzelino da Romano, Òbizzo d’Este, Guido di Montfort. Nel punto in cui il fiume è più profondo sono invece puniti Attila, Pirro, Sesto Pompeo, Riniero da Corneto e Rinieri dei Pazzi.

Come si vede, nomi famigerati si alternano a nomi a noi meno familiari, così come la storia si confonde con la leggenda, ma la nota dominante è quello della violenza: «sangue» è il termine ricorrente del canto e colpisce il suo sinonimo «bulicame», a indicare il sangue ribollente del Flegetonte.

Con una tecnica che sembra anticipare l’arte espressionista, Dante applica così, ancora una volta, la legge del contrappasso: chi versò sangue è immerso nel sangue, tanto più profondamente quanto maggiore fu il sangue versato: ben hanno ragione i «bolliti» di versare «alte strida» nel «bollor vermiglio».

Mi fermo.

Caro lettore, adorata lettrice,

caso vuole che questo canto ci si offra nella settimana in cui abbiamo fatto memoria della Shoah. Non ti sembra un invito a considerare ancora una volta non solo l’attualità delle parole di Dante quanto piuttosto l’ossessiva capacità che l’uomo ha di ripetere i propri errori?

Il Minotauro divorava bambine e bambini: proprio come le ciminiere di Auschwitz. Tiranni, assassini e predoni hanno sparso fiumi di sangue: è quel che succede ancora oggi. I piedi di Dante e Virgilio si son poggiati su una riva ribollente: mentre ti scrivo, i piedi dei profughi alle porte della Croazia affondano, nudi, o in ciabatte, in mezzo al ghiaccio e alla neve.

Così come di ghiaccio e neve risuonano le parole di Noam Chomsky: «L’istruzione non è memorizzare che Hitler ha ucciso sei milioni di ebrei. L’istruzione è capire come è stato possibile che milioni di persone comuni fossero convinte che fosse necessario farlo. L’istruzione è anche imparare a riconoscere i segni della storia, se e quando dovesse ripetersi».

E si ripete… Anche in Palestina. Anche oggi.

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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

3 COMMENTI

  1. Paolo, ho come al solito apprezzato molto la tua descrizione dell’incedere di Dante lungo le perigliose strade che lo porteranno alla vetta suprema. C’è però il fatto che ti leggono in tanti. E in tanti m’han chiamato per verificare che fossi in vita e, soprattutto, che non fossi destinato agli inferi.
    Ti dispiace precisare che il Pirro che egli incontra all’inferno non è Peppino ma quell’altro?
    Ti ringrazio, ma sappi che se non lo fai sarò costretto a ricorrere al mio legale che tu sai ben chi è!

  2. La Divina Commedia è stata scritta a inizio XIV° Secolo, circa. Se Dante l’avesse scritta di questi tempi chissà di quanti gironi supplementari ne sarebbero occorsi per sistemare, noi dannati…

    La storia si ripete, se manca la memoria

    S’aspetta una risposta che non viene
    Dall’infernale giostra baccanale
    Finita ahimè nel vortice fatale
    Senza una fede più che la sostiene…

    L’acredine scontento si mantiene
    In un girone in cui nessun s’avvale
    Dell’ego innato e a dare un chiaro strale
    Laddove al giusto fine non sovviene

    A rimembrar che il tutto scorre via
    Per non lasciare nulla, all’arroganza:
    Un fiume in corso mentre il tempo danza…

    Non serve, per rancori e ipocrisia,
    Lasciare la concordia in latitanza:
    Sodale e onesta intesa di paranza.

    04/02/2021

    Salvatore Memeo

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