Per incontrare la speranza, bisogna andare di là della disperazione.

“Per incontrare la speranza, bisogna andare di là della disperazione.

Quando si va sino alla fine della notte, si incontra una nuova aurora”.

(Bernanos)

Molte volte sulle labbra dei più giovani si sentono riecheggiare queste parole: “La speranza non è – come asserisce il vecchio proverbio – l’ultima a morire, ma è la prima a deludere”.

Eppure gli uomini non finiscono mai e non si stancano mai di sperare, perché la speranza prima di essere una virtù teologale è qualcosa di costitutivo dell’uomo.

La teologia della speranza, nata tra gli anni ’60 e ’70, solleva dire che la speranza è umano e divino che si toccano, si baciano; è dono infuso da Dio – come ricorda ancora la tradizione cattolica – ma non cade sul nulla.

La speranza cade su un atteggiamento antropologico, su un’infrastruttura antropologica che è la dimensione speranzale che l’uomo si porta dentro, perché nasce con l’uomo e vive nell’uomo.

L’uomo è homo sperans.

La speranza è dynamis, spinta che guarda al presente con fiducia nella prospettiva del futuro.

Nella speranza entrano in gioco due tempi: il presente e il futuro. Sperare è, quindi, tensione tra presente e futuro, tra il “già” dato e “non ancora” accaduto.

Ma come scriveva Bernanos: “Per incontrare la speranza, bisogna andare di là della disperazione. Quando si va sino alla fine della notte, si incontra una nuova aurora”.

La speranza è allora aspettare l’aurora nuova, l’aurora certa. Ma per farlo è necessario che passi la notte, si attraversi il buio, passi la negatività.

La stessa morte, partenza estrema, non è mai un addio senza futuro, come molti pensano, soprattutto i più sconfortati, come scriveva in modo amaro Leonardo Sciascia: “Non è la speranza l’ultima a morire, ma il morire è l’ultima speranza”. Partire, finire, morire non sono sospirati o deprecati approdi nel gorgo del nulla, ma un distacco per un nuovo e diverso inizio. Il termine “nuovo” non indica che tutto quello che era prima non conta, ma che tutto quello che è stato si trasforma.

Per questo, è necessario prepararsi, essere pronti come per una nuova giornata impegnativa e importante. È con tale spirito che si dovrebbe intendere anche l’ultimo istante dell’esistenza. La speranza non è scambiarsi un “addio”, ma un “arrivederci”, anche se non sappiamo né il giorno né l’ora né dove.

E queste parole rimandano inevitabilmente alla speranza cristiana che lo scrittore e poeta francese Charles Péguy descrive così: “La Speranza, appesa alle braccia delle sue due sorelle maggiori che la tengono per mano – ossia la Fede e la Carità – in mezzo a loro ha l’aria di lasciarsi tirare, come una bimba che non ha la forza di camminare. In realtà è lei che fa camminare le altre. E lo fa con coraggio ostinato, perché è sperare la cosa difficile, a voce bassa. E la cosa facile è, invece, disperare ed è la grande tentazione”.

È, infatti, continua Péguy “la piccola Speranza ad alzarsi ogni mattina” per aiutarci a vivere. La Fede sta là al centro del paese, “come una cattedrale radicata al suolo, la Carità è un ospedale che raccoglie tutte le miserie del mondo. Ma senza la speranza, tutto questo non sarebbe che un cimitero”.