“Verrà un giorno in cui ci sarà più rispetto dei diritti umani”

…Verrà un giorno in cui ci sarà più rispetto dei diritti umani, più pace che guerre, più uguaglianza, più libertà che barbarie.

Daniela Maggiulli? Un tarlo l’assilla, non le dà tregua, rodendole l’anima. Incessantemente. La sua indomita e prorompente energia interiore incalza, pretende di donare un anno della vita a degli sconosciuti disperati, senza chiedere nulla in cambio.

Dubbi? Eccome! Fragile donna, lei. Più di te, di me, di molti. Titubante, manifesta il suo proposito a chi le è vicino. Apprezzamenti, incoraggiamenti, ma anche: “Chi te lo fa fare? Il mondo è sempre andato così! Tuuuu…” con il dito puntato come una pistola, “tuuu …vuoi cambiare il mondo!?”

Ascolta, lei, ringrazia e gentilmente… scuote la testa.  Intende mettersi in gioco. La sua dignità la sprona a fugare la propria indifferenza, le comodità, l’illusione consumistica, le certezze di ogni giorno, a farsi coraggio per andare alla ricerca di un’altra dimensione della sua umanità, quella che accomuna tutti gli uomini in un vincolo di solidarietà.

Ancora tentennamenti a non finire, poi …colpo di schiena. Di corsa si precipita ad Andria, alla segreteria dell’Istruzione di Istruzione Secondaria Superiore “G. Colasanto” dove insegna: “…pertanto, chiedo un anno di aspettativa per motivi umanitari!” scrive la mano inanellata, e firma: “Daniela Maggiulli”. Ora, Il dado è tratto.

Il sole riposa ancora sotto le coperte. Le candide mani salutano, trepidanti, la sua Corato.  Poi, si adagiano sul volante, e la vettura prende il volo. Il piede destro premuto con forza sull’acceleratore. Un’unica tirata a perdifiato con gli occhi all’orizzonte, attraversando Puglia, Basilicata e Calabria.

Riace Marina si specchia da alcune ore nel mare azzurro, lasciandosi cullare da biancheggianti onde. Gemmazione dell’antico borgo, sorta negli anni settanta per inseguire “il sogno consumistico”, l’illusione planetaria di tanti, ricchi e poveri. Si inerpica, Daniela, per sette chilometri, percorrendo una strada stretta e tortuosa. “Finalmente!” esclama, spalancando la portiera. Le si dilatano i polmoni, e la frizzante aria dell’antico paese di Riace ne accarezza anche gli alveoli più remoti.

Fino ad una ventina di anni addietro Riace è uno dei tanti Comuni fantasma dell’Italia in rovina. Adagiato su dolci colline, a 300 metri di altitudine, a ridosso dell’Aspromonte. Si perde nel blu cobalto del cielo e ammira estasiato l’azzurro del mare che ha inciso sulla sua storia, remota e recente.

Nel lontano passato dallo Jonio vengono gli assalti e le incursioni dei Saraceni che saccheggiano e terrorizzano i suoi abitanti. Stupri? Tanti. Torri di avvistamento sempre in allerta nel segnalare con le fiamme eventuali incubi. Perennemente si inebria dei profumi salmastri e degli oli essenziali profusi a piene mani dall’ambiente naturale incontaminato.

Più recentemente due eventi rendono famoso il piccolo centro collinare. A circa dieci metri di profondità lungo la costa vengono rinvenute e recuperate due statue di bronzo, forgiate da mani leggiadre nelle fucine dell’antica Grecia. La notizia fa scalpore. Per un lampo gli abitanti sognano che i due reperti archeologici dimorino in loco. Favorendo un flusso turistico capace di ridare vitalità all’economia. All’indifeso paese, privo di padrini politici, però, tocca subire l’oltraggio di venire depauperato prepotentemente di una ricchezza di incommensurabile valore che le appartiene di fatto e di diritto.

Da una ventina di anni a questa parte, poi, viene avviata un’iniziativa politica, economica, sociale e culturale che porta Riace a diventare “il paese dell’accoglienza” per antonomasia, tanto che il sindaco Domenico Lucano, per le sue innovative politiche, è inserito al 40° posto della classifica dei 50 più influenti leader del mondo dalla rivista americana “Fortune”.

Ma chi è Mimmo, per Daniela, la volontaria pugliese e per tantissimi estimatori sparsi nel mondo? Un uomo a tutto tondo, come le due statue di bronzo, alta caratura morale, generosità a tutto spiano, onestà intellettuale, tenacia, ardimento, passione, un ariete disposto anche a rischiare la vita.

È animato dal desiderio di accogliere dignitosamente i migranti che bussano alla sua porta di Sindaco e congiuntamente arde dalla voglia di far risorgere Riace, un paese che per l’emigrazione si è ridotto a meno di duemila abitanti.

Quando, dopo anni all’opposizione, gli si spalancano le porte del Palazzo Comunale, si trova ad amministrare un paese asfittico, disperato, case pericolanti, strade dissestate, sterpi per le campagne, boschi rinselvatichiti, incendi dolosi, servizi irrisori per i residenti. Vi dimorano soprattutto anziani e vecchi, che non hanno potuto o voluto misurarsi nella rischiosa e promettente sfida dell’emigrazione. Per la miseria, l’analfabetismo o per il lungimirante attaccamento alla propria terra, che, curata umilmente e faticosamente, non arricchisce, ma offre una sobria esistenza agli scarni visi bruciati dal sole.

Che fa Mimmo? Si rimbocca le mani, ed i neuroni si scatenano tumultuosamente in una tempesta di sinapsi. Senza tregua. Si mettono in moto energie locali, fuoco in dormiveglia sotto la cenere. Volontari arrivano dall’Italia e dall’estero. Per offrire mano e cuore.

Sorgono, così, come per incanto, botteghe e laboratori, nei quali rivedono la luce antiche tradizioni, si creano posti di lavoro, nascono prodotti innovativi. Si sega, si pialla e si leviga il legno; il martello batte sull’incudine, e volano scintille; l’ago cuce e ricama; l’uncinetto riprende ad arpionare; antichi telai, manovrati dai piedi, entrano febbrilmente in azione; ceramiche, anfore e vetri artistici fanno sorridere di compiacimento artefici e turisti. Per gli asini, impiegati nella raccolta dei rifiuti vengono erette vezzose casette di legno; la lingua italiana torna su banchi di scuola occupati da poveri cristi spaesati.

Nell’arco di dieci anni vi sostano dignitosamente sei mila migranti, fuggiti dalle guerre, create ed alimentate artatamente con l’esproprio di ambite terre da parte di “civili” paesi occidentali, dalla miseria, dalle malattie, dai regimi autoritari, foraggiati anche dall’Italia delle lobby e dei colletti bianchi.

Combatte strenuamente, il coraggioso sindaco contro il pensiero dominante, che mette i poveri del territorio contro un’affaticata umanità provata dalle torture dei lager e dalle minacciose onde di marosi, insensibili al grido di dolore di vulnerabili carrette di mare, gommoni alla deriva. Non mancano ostacoli, trappole, ostilità, ma i partigiani della solidarietà si battono con abnegazione per il successo dell’iniziativa cantierizzata, un modello, che merita rispetto e… repliche altrove.

Ottenuta l’autorizzazione dai legittimi proprietari, espatriati in cerca di fortuna, una decente abitazione viene concessa in comodato d’uso ad ogni nucleo familiare. Maestranze professionali e volontari di ogni colore provvedono per tempo a restaurare gli immobili gravati da incuria, degrado e pericolosità. Famiglie intere, così, possono ritornare ad amarsi, ad avere fiducia negli altri ed a sognare.

I bambini, bianchi e neri, giocano festosamente per le viuzze dell’antico abitato. Ridono, scorrazzano, fanno scherzi, si divertono comunicando con il linguaggio analogico fatto di gesti, posture, espressioni. Vengono in soccorso le parole del linguaggio digitale imparate sui banchi e nei vicoli.

Mamme di diverse etnie con vesti dagli sgargianti colori passeggiano insieme, raccontando il loro vissuto, cosparso di sofferenze, ferite, lutti e confidando in prospettive più rosee.  Echeggiano ritmi africani, festosi e cadenzati; risorgono danze popolari; mani piccole e grandi, tenere e scarnite s’intrecciano; occhi curiosi sprofondano in quelli di persone sconosciute: un crogiuolo di musiche e balli conditi di entusiasmo, armonia, solidarietà e legittime aspettative.

Profumi nuovi si mescolano con quelli ancestrali. Si assaggiano esotiche pietanze dai gusti insoliti. Nascono rapporti di buon vicinato, di solidarietà: “Nicoletta, hai una foglia di prezzemolo, un uovo? Poi, te lo restituisco.” “Entra, accomodati, non rimanere sulla porta!” I nuovi arrivati assaporano la lingua di Dante piegata a cadenze dialettali, ed i residenti degustano convivialmente parole di idiomi nati dove il sole è implacabile durante tutto l’anno.

In alcuni centri di accoglienza di altre parti d’Italia, invece, migranti di ogni condizione vengono confinati in anonimi capannoni, superaffollati, indecenti, separati dalla collettività, privi di adeguati servizi. Su di loro piombano le voraci mani dello sfruttamento, sempre in allerta non appena l’odore di guadagno illecito lambisce le loro ansanti narici.

Ad ispirare Mimmo per lunghi anni nella sua azione quotidiana, che non tiene conto dell’alba, del sole allo zenit o del tramonto, provvede la sua squisita sensibilità e la conoscenza diretta o indiretta di straordinari personaggi. Tra gli altri, Tommaso Campanella, filosofo calabrese del XVI secolo, trent’anni in prigione per aver osato disegnare una società più giusta. Pino Puglisi, prete recentemente ucciso dalla mafia per l’inconcepibile pretesa di recuperare ragazzi che rischiosamente vivacchiano a Palermo, nel quartiere “Brancaccio. Pasolini, che anzitempo, oltre un trentennio addietro, addita i rischi dello sfrenato consumismo con i libri, i film e sulle colonne del Corriere della Sera.

Che fa Daniela a Riace? Mette a disposizione le sue competenze linguistiche e si butta a capofitto nella nutrita corolla di attività che vengono promosse. Le viene offerta, di converso, l’opportunità di toccare con mano i drammi e le speranze di misera gente proveniente dalle più svariate parti del continente africano e dal Medio Oriente, un balsamo per la sua anima.

Diventa amica, consigliera, sorella. Ha molto da imparare, ed umilmente offre quello che la sua sensibilità le suggerisce. Coglie anche l’occasione, sotto un cielo illuminato dalle baluginanti stelle, di riflettere criticamente sulla sua vita e su quella della società che l’ha allevata. Scopre che può fare a meno di tutte le comodità a cui è abituata, rinuncia alle lusinghe dei congegni digitali, trovando tempo e spazio per sé e gli altri.

Ritorna in Puglia, rinata, più ricca interiormente, più generosa, abbracciata festosamente da congiunti, amici ed alunni. “Ne è valsa la pena” confida soddisfatta.” Dentro di sé cova una gran voglia di far conoscere ai quattro venti la splendida esperienza vissuta e di ritornare nella terra della sua resurrezione spirituale.

Da Riace Daniela torna con Kadèr Diabate, un giovane migrante di appena 19 anni della Costa d’Avorio, incarcerato e torturato in Libia, approdato fortunosamente con uno sconquassato gommone stracolmo di viaggiatori, affamati, assetati ed esausti sulla spiaggia di Riace: “L’ho adottato”, bisbiglia, guardandolo negli occhi ed accarezzando con fierezza il nero viso che si apre in un luminoso sorriso, su cui si affacciano vezzosamente denti bianchissimi, “ora fa parte della mia famiglia.”

“Kadèr”, aggiunge, “parla all’ONU ed a Ginevra dei lavori svolti a Marrakech per il Global Compact. Indossando con orgoglio la spilletta dell’ANPI, donata dal Presidente territoriale, Roberto Tarantino. Credo che sia il primo delegato Partigiano ONU a combattere per la giustizia, in Italia e nel mondo, orgogliosamente con la pelle nera.”

Una mattina, un fulmine a ciel sereno fende l’aria ancora febbrile di Riace. I notiziari diramano che il Tribunale del Riesame di Reggio Calabria dispone il divieto di dimora per il sindaco “sospeso” di Riace. Non vengono messi in discussione i suoi buoni propositi o l’impianto valoriale iniziale, ma di fatto viene demolito il modello “Riace”, perché Lucano Domenico “ha perso la bussola e il senso dell’orientamento della legalità tanto da far prevalere sugli scopi e le ragioni umanitarie la voglia di apparire e di presentare all’esterno un sistema che è tutt’altro che perfetto.”

Il visionario Domenico, in realtà, per Daniela e per tanti italiani e stranieri che non si lasciano travolgere dalla paura e dalla faziosità razziale, vuole svolgere seriamente il suo mandato popolare di sindaco, sintonizzandosi con le esigenze vere e profonde della sua gente.

Vi sono, però, delle regole, delle procedure che rallentano e bloccano tutti gli amministratori italiani nell’espletamento delle loro attribuzioni.  Bisognerà, comunque, aspettare la conclusione del processo per sapere se Mimmo ha agito nella legalità. Certamente, il suo cuore ha palpitato per gli ultimi, anche se ha trasgredito qualche comma di una legge disumana deliberata da legislatori miopi ed egoisti.

Gongolano le forze politiche reazionarie che da sempre fanno leva sulla paura e sulla precarietà della povera gente per accumulare consensi, estorti, sia pure “democraticamente”. Non perdono l’occasione, poi, per gettare fango addosso a chi ha il coraggio di guardare negli occhi la gente, senza che gliene vengano vantaggi politici o economici.

Delusione bruciante, umiliante sconfitta per Mimmo, per Daniela, per Kadèr, per i migranti e tutti gli uomini di buona volontà protesi nel conseguimento ad ogni latitudine dei diritti umani, inalienabili. Ma a Natale…

…incredibile! A Milano, la capitale economica dello Stivale, la terra della Lega, la formazione politica che si batte freneticamente e sconsideratamente per cacciare i migranti, contrada dove sovente si chiudono gli occhi su tante forme di sopruso, sfruttamento, evasione fiscale, riciclaggio, spaccio, frode e perenne inquinamento, il sindaco Sala Giuseppe accoglie amabilmente, con commozione il discusso collega della minuscola Riace, concedendogli la cittadinanza onoraria.

E gli scoscianti applausi, che fanno dimenticare lo smacco subito “ingiustamente”, raggiungono la Madonnina che dall’alto della guglia maggiore del Duomo guarda pietosa fino alla punta dello Stivale anche nelle giornate in cui la nebbia campeggia sovrana.

Poi, schiude le commosse labbra di rame dorato, alza, sospirando, gli occhi al cielo e sussurra le parole di Mimmo Lucano: “Verrà un giorno in cui ci sarà più rispetto dei diritti umani, più pace che guerre, più uguaglianza, più libertà che barbarie. Allora non ci saranno più persone che viaggiano in business class ed altre ammassate come merci umane provenienti da porti coloniali con le mani aggrappate alle onde nei mari dell’odio”.


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Domenico Dalba
Percorso scolastico. Scuola media. Liceo classico. Laurea in storia e filosofia. I primi anni furono difficili perché la mia lingua madre era il dialetto. Poi, pian piano imparai ad avere dimestichezza con l’italiano. Che ho insegnato per quarant’anni. Con passione. Facendo comprendere ai mieli alunni l’importanza del conoscere bene la propria lingua. “Per capire e difendersi”, come diceva don Milani.Attività sociali. Frequenza sociale attiva nella parrocchia. Servizio civile in una bibliotechina di quartiere, in un ospedale psichiatrico, in Germania ed in Africa, nel Burundi, per costruire una scuola.Professione. Ora in pensione, per anni docente di lettere in una scuola media. Tra le mille iniziative mi vengono in mente: Le attività teatrali. L’insegnamento della dizione. La realizzazione di giardini nell’ambito della scuola. Murales tendine dipinte e piante ornamentali in classe. L’applicazione di targhette esplicative a tutti gli alberi dei giardini pubblici della stazione di Barletta. Escursioni nel territorio, un giorno alla settimana. Produzione di compostaggio, con rifiuti organici portati dagli alunni. Uso massivo delle mappe concettuali. Valutazione dei docenti della classe da parte di alunni e genitori. Denuncia alla procura della repubblica per due presidi, inclini ad una gestione privatistica della scuola.Passioni: fotografia, pesca subacquea, nuotate chilometriche, trekking, zappettare, cogliere fichi e distribuirli agli amici, tinteggiare, armeggiare con la cazzuola, giocherellare con i cavi elettrici, coltivare le amicizie, dilettarmi con la penna, partecipare alle iniziative del Movimento 5 stelle.Coniugato. Mia moglie, Angela, mi attribuisce mille difetti. Forse ha ragione. Aspiro ad una vita sinceramente più etica.