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Un’arte che non si improvvisa

Il kintsugi è un’antica arte giapponese: si tratta di recuperare oggetti rotti riparandoli con l’oro e ottenendo, così, qualcosa di addirittura più prezioso e bello rispetto al prodotto iniziale.

Anche nei giardini qualche vaso spesso si crepa e si rompe. E se non è possibile ripararlo con l’oro, si dovrebbe comunque provare l’esperienza di rimettere insieme i cocci per capire quale novità può sprigionarsi da una rottura.

L’altro giorno, durante un’intensa sessione di giardinaggio, mio padre ha riparato un enorme vaso di terracotta. E l’abbiamo posizionato in modo tale che le sue cicatrici siano ben visibili. La solita pianta grassa con le foglie a forma di rosa continua a crescere fiera al suo interno: non importa se la condizione di fragilità è diventata, di fatto, una rottura; la vita continua a scorrere. Perché una crepa e una rottura non sono indice di fallimento; se pensiamo questo, rischiamo seriamente di non sperimentare mai lo stupore oltre gli schemi e quella perfezione che non è tale nonostante l’imperfezione, bensì proprio in virtù di essa.

In realtà tutto dipende da come ci relazioniamo con quest’ultima. C’è chi la usa come scusa per non cambiare mai: «io sono fatto così; nessuno è perfetto!». C’è chi se ne vergogna fino al vittimismo e all’egocentrismo più disperati, e cerca di rattoppare alla meglio gli inevitabili strappi dell’esistenza: «ma proprio a me doveva capitare? Capitano sempre tutte, solo a me. Ma io sono forte e tornerò quello di prima». C’è poi chi, preoccupato unicamente della propria immagine e sconvolto che qualcuno si accorga di crepe evidenti e gravi, reagisce con irruenza, accusando con quel moralismo tipico di chi è in estrema difficoltà: «oh se chi si crede perfetto si guardasse dentro, vedrebbe quanta pulizia deve fare!».

Questo atteggiamento denota una grande miseria, un dualismo esasperato tra vita interiore e vita esteriore. Non esiste una pura interiorità nella quale rintanarsi quando le cose si mettono male; non esiste una retta coscienza alla quale rimandare chi è colpevole, suo malgrado, di aver subìto e, quindi, denunciato gli effetti nefasti delle nostre falle; non esistono, se non nella nostra fantasia, inclinazioni ideali all’onestà che affrancano dalla responsabilità di aver scaricato sugli altri le nostre debolezze. O meglio la loro mancata accettazione.

Una fessura mette in comunicazione due ambienti: così una crepa nel cuore ci salva da una vita a compartimenti stagni e dalla schizofrenia di voler essere qualcuno all’esterno e qualcun altro all’interno di noi. Ogni lesione ci insegna qualcosa degli altri e qualcosa di noi, ci rassicura sul fatto che stiamo vivendo la realtà e non abitando il mondo delle idee, favorisce una vita riconciliata, un’osmosi vitale tra intenzioni e azioni, ombre e luci, fino a spalancarci insospettabili possibilità. Per cui quando il prossimo inciampa nella nostra vita, cozza su qualche coccio rotto e ha la carità di farcelo notare, dovremmo benedirlo perché ci sta dando la possibilità di prendere atto di tutto questo. Soprattutto ci sta aiutando nella conversione ad un’altra perfezione.

La parola viene da perficio, ossia portare a compimento. Il greco va oltre: perfectus è telos e rimanda al concetto di completezza e di soddisfazione di uno scopo. Ecco, se l’unico scopo della vita umana è la vita stessa, allora qualsiasi cosa la soddisfi sarà perfetta: qualsiasi condizione, evento, rottura e rinascita capaci di far fiorire il mondo dentro, fuori e attorno a noi avrà adempiuto i canoni di questa autentica perfezione. Diversamente saremo vittime di idolatria. E potremo inveire all’infinito contro la presunta smania di perfezionismo altrui: le uniche cose veramente lampanti e oggettive, con le quali fare i conti, saranno le conseguenze, su di noi e su chi ci circonda, del non saper vivere della e nella precarietà, del non saper reinventarsi a partire da ogni singola crepa, del voler vivere a tutti i costi dell’idolo che siamo per noi stessi.

Nella genesi di un vaso l’imperfezione è la regola: quando il vasaio lavora al tornio, non taglia via il difetto ma lo reintegra nella lavorazione. Nel prodotto finito le uniche certezze sono una fragilità strutturale e un’apertura a infinite ipotesi. E quando un colpo un po’ più forte di vento lo scaraventa a terra e lo rompe, nulla è perduto. È ancora vaso. Come quello del mio giardino: la sua vocazione a contenere e far crescere continua ad essere soddisfatta. La pianta vive e probabilmente la sua vitalità mette in evidenza le lesioni del vaso; non per questo è colpevole. Pure lei ha le sue ferite. Ognuno le ha e nessuna di esse merita di essere usata come arma di chiusura e recriminazione e come scusa per essere sempre i soliti, ma solo come feritoia per scorgere nuovi orizzonti.

Ma anche questa è arte. E non s’improvvisa.

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FontePhoto credits: Michela Conte
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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

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