Martin Buber  (2/3)

Nell’aprile 1947 Martin Buber (1878-1965) tenne una conferenza [1] a Woodbrook (Olanda), che ci offre una sintesi della vasta e profonda indagine di questo autentico maestro del pensiero filosofico e religioso. A proposito della nascita disse:

«Con ogni essere umano viene al mondo qualcosa di nuovo che non è mai esistito, qualcosa di primo e unico… Ogni singolo uomo è cosa nuova nel mondo e deve portare a compimento la propria natura in questo mondo. Ciascuno è tenuto a sviluppare e a dar corpo a questa unicità e irripetibilità, non invece a rifare ancora una volta ciò che un altro, fosse pure la persona più grande, ha già realizzato».

Si cita un famoso rabbino di Lublino che disse: «Non si tratta di dire all’uomo quale cammino deve percorrere… è compito di ogni persona conoscere bene verso quale cammino lo attrae il proprio cuore e poi scegliere quello con tutte le forze». Buber ne deduce che bisogna conoscere la tradizione, gli insegnamenti del passato, ma non imitarli pedissequamente: «Per quanto infimo possa essere ciò che noi siamo in grado di realizzare, se paragonato ai grandi patriarchi del passato, il suo valore risiede comunque nel fatto che siamo noi a realizzarlo nel modo a noi proprio e con le nostre forze».

Dunque gli esseri umani sono ineguali per natura e non bisogna cercare di renderli uguali: «Tutti gli uomini hanno accesso a Dio, ma ciascuno ha un accesso diverso. È infatti la diversità degli uomini, la differenziazione delle loro qualità e delle loro tendenze che costituisce la grande risorsa del genere umano… Dio non dice: “Questo cammino conduce fino a me, mentre quell’altro no”; dice invece: ”Tutto quello che fai può essere un cammino verso di me, a condizione che tu lo faccia in modo tale che ti conduca fino a me”». Secondo questa linea di pensiero, il cammino attraverso il quale un essere umano giunge a Dio può essere indicato unicamente dalla conoscenza del proprio essere, la conoscenza della propria qualità e della propria tendenza essenziale. In ognuno c’è qualcosa di prezioso che non c’è in nessun altro.

Per noi oggi queste parole di Buber suonano in evidente controtendenza rispetto al conformismo e, se parliamo di educazione, non possiamo non riflettere sui nostri discutibili criteri di valutazione, non solo delle conoscenze degli studenti, ma, più in generale, dello sviluppo infantile e giovanile. Ammettendo pure che i “benchmark”, le “medie statistiche” possano avere qualche significato nella misurazione delle conoscenze, che dire invece della soggettività degli studenti, dello sviluppo del loro carattere, delle loro scelte, delle caratteristiche del loro comportamento, delle loro emozioni? Anche lì esiste uno standard, un livello medio, una curva statistica?

Ma torniamo a Buber. Egli non solo definisce il punto di partenza, la nascita e l’originalità unica di ogni persona, ma stabilisce il punto di arrivo: «portare a compimento la propria natura in questo mondo». Sembrerebbe un appello all’individualismo più sfrenato, ma non è così.

Anche in questo caso Buber parte da un racconto chassidico. Un famoso rabbino dice al consuocero, che era tormentato da dubbi sulla propria religiosità: «Dimenticatevi di voi stessi e pensate al mondo!». Bisogna cioè cominciare da se stessi, ma non finire con se stessi; prendersi come punto di partenza, non come meta; conoscersi, ma non preoccuparsi di sé: «Non di te stesso, ma del mondo ti devi preoccupare!».

Ci sono due tipi di persone, secondo questa linea di pensiero: l’orgoglioso che, magari sotto l’apparenza più nobile, pensa a se stesso e l’umile che in ogni cosa pensa al mondo. «Solo quando cede all’umiltà l’orgoglio è redento e solo quando questo è redento, il mondo a sua volta può essere redento».

Rabbi Mendel di Kozk disse alla comunità riunita: «Cosa chiedo a ciascuno di voi? Tre cose soltanto: non sbirciare fuori di sé, non sbirciare dentro gli altri, non pensare a se stessi».  E Buber spiega: primo, ciascuno deve custodire la propria anima nel modo e nel luogo a lui propri, senza invidiare il modo e il luogo degli altri; secondo, ciascuno deve rispettare il mistero dell’anima del suo simile e astenersi dal penetrarvi con un’indiscrezione impudente e dall’utilizzarlo per i propri fini; terzo, ciascuno deve, nella vita con se stesso e nella vita con il mondo, guardarsi dal prendere se stesso come fine.

Altro che individualismo! Altro che social media!

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Leggi la prima parte: La nascita come fondamento. Hannah Arendt

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[1] Martin Buber Il cammino dell’uomo, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 1990.


1 COMMENTO

  1. Ognuno di noi è unico e irripetibile, è per questo che nella diversità di ognuno c’è ricchezza. Dio è uno e trino, Dio è l’essere unico che si completa nella Trinità. Penso che ognuno di noi, nella propria unicità ha bisogno dell’unicità e della diversità dell’altro per crescere, completarsi e diventare a sua volta ricchezza per gli altri.

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