L’annuncio dopo la testimonianza

Nella ormai consueta conferenza stampa a bordo dell’aereo che caratterizza i viaggi apostolici del Santo Padre, Papa Francesco, rientrando dalla visita in Mozambico, Madagascar e Mauritius, ha avuto parole chiare e trasparenti sullo stile della missione: “Ai missionari io dico di non fare proseli­tismo… Evangelizzare è testimonianza… L’annuncio viene dopo la testimonianza…. Le proposte religiose che fanno proselitismo non sono cristiane…”

Parole indigeste che rimandano a una profonda riflessione sul concetto di “missione” nella Chiesa; pertanto è importante essere credenti o credibili? Si tratta di intraprendere un percorso di conver­sione ecclesiale in un contesto di ascolto a partire dalla pluralità delle culture, dagli avvenimenti tragici del mondo e della stessa Chiesa, dove troviamo cardinali che attaccano papa Francesco e atei che lo difendono, dal declino sociologico, dalla de-istituzionalizzazione, dalla questione del mi­nistero ordinato, dal ruolo delle donne, dalla cultura popolare e dalla reazione neotradizionalista.

Piuttosto che emettere rassicuranti documenti teologici, quattro sfide sembrano fondamentali, per un confronto che miri a una “missione” degna di fede: la bassa credibilità, la deformazione clericale, i pregiudizi maschili e la mondanità spirituale. È a partire dalla contemplazione, quale momento di silenzio davanti a Dio, che si può elaborare un progetto missionario. In questo, il tacere è la condizione per incontrare Dio e porsi in ascolto delle vicende critiche che attanagliano la vita di tanti, per poi intraprendere l’impegno nella storia. Senza la profezia, il linguaggio della contempla­zione corre il rischio di non avere mordente; così come senza la dimensione mistica, il linguaggio profetico può restringere la propria visuale e affievolire la sua forza.

La credibilità di un annuncio esige un lavoro che passa attraverso le grida e gli occhi dei poveri. Questa vasta platea di Via Crucis obbliga a mettersi in un atteggiamento di ascolto e di obbedien­za. Purtroppo la parola “ascolto” non appartiene al vocabolario abituale dei predicatori. Eppure, il peccato trova la sua origine proprio in un ascolto fallito.

Qui, sostiene Gustavo Gutierrez, la sfida non proviene dal non credente, ma da colui che l’ordine sociale esistente non riconosce come persona: il povero, lo sfruttato, chi è sistematicamente e le­galmente spogliato della sua qualità di uomo, chi quasi non sa che è un essere umano. La non-persona mette in discussione non il nostro universo religioso, ma il nostro mondo economico, so­ciale, politico, culturale. Qui emerge una chiamata missionaria alla trasformazione delle basi stesse di una società. La domanda non sarà allora: in che modo parlare di Dio, ma in che modo annunciarlo come Padre in un mondo non umano? La risposta parte dal considerare la povertà non come luogo di lavoro, ma come propria residenza: non andare verso quella realtà per qualche ora a predicare il Vangelo, bensì partire ogni mattina da quei luoghi per annunciare la “Buona Noti­zia” a ogni persona umana.

L’affermazione di molti, secondo cui il nuovo centro della Chiesa è nel sud del mondo, deve essere sfumata a favore di due stimoli che non sono destinati a scomparire negli anni venturi: le giovani generazioni e le disuguaglianze che hanno forti impatti sulla vita presente e futura della gente, dove il nuovo principio relazionale non è più la “collaborazione”, ma la “competizione”. Dal modo in cui la Chiesa vi risponderà oggi, dipenderà il suo futuro, e in questo si possono intravvedere colla­borazioni fattive anche fuori dal suo raggio di visuale, perché chi non vive per servire, non serve per vivere.


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