La libertà di espressione è un tema sempre attuale e costantemente dibattuto in riferimento ai limiti che ad essa sia legittimo porre. La Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la giurisprudenza della relativa Corte forniscono un contributo significativo alla trattazione dell’argomento.
Il quadro istituzionale costituito dalla suddetta Convenzione si fonda sui valori democratici volti a vincere l’estremismo in ogni sua possibile manifestazione. La Corte europea dei diritti dell’uomo identifica un certo numero di forme d’espressione offensive e contrarie all’ordinamento quali il razzismo, la xenofobia, l’antisemitismo, il nazionalismo aggressivo, la discriminazione delle minoranze. Ma ciò che più rileva è che la Corte distingue una incitazione grave e reale all’estremismo dal diritto delle persone (in particolare giornalisti, politici e altre categorie professionali affini) di esprimersi liberamente e di “urtare, scioccare o inquietare” gli interlocutori. L’espressione “discorsi d’odio” qui richiamata in realtà non dispone di una definizione universalmente ammessa, tuttavia la Corte ne individua i parametri caratterizzanti con specifico rinvio alla Convenzione.
L’art.10 dell’accordo sancisce il diritto di ognuno alla libertà d’espressione, compresa la libertà d’opinione nonché la libertà di diffondere informazioni e idee senza l’ingerenza delle autorità pubbliche né limitazioni di frontiera. È interessante la successiva precisazione per cui l’esercizio di tali libertà comporta inevitabilmente doveri e responsabilità. Nel contesto di una società democratica come la nostra, il dibattito politico assume un ruolo estremamente importante se non determinante ed essenziale: eventuali restrizioni o sanzioni, infatti, sono compatibili unicamente se dettate da esigenze sociali imperiose e soltanto se proporzionate allo scopo legittimo perseguito dallo Stato contraente che le stabilisce. Se pure le singole entità nazionali vedono attribuirsi un certo margine di discrezionalità, la loro attività a tale proposito deve sottostare al controllo europeo. Ad accompagnare la disposizione appena illustrata c’è l’art. 17 della medesima Convenzione che nega la possibilità ad ogni Stato, gruppo o individuo di sovvertire in qualunque modo i diritti e le libertà in essa riconosciuti.
È evidente che il diritto di esprimersi liberamente riveste una posizione di assoluta centralità ai fini di una convivenza pacifica e umana tra i singoli, prima, e tra le comunità, poi. Il limite tra permesso e interdetto non è facilmente determinabile. Da un lato, ridurre pericolosamente la soglia di tolleranza verso il “dicibile” significa favorire la creazione di un pensiero unico, ossia quello del “politicamente corretto”; dall’altro lato, lasciare impuniti gli autori di “discorsi d’odio” gratuitamente offensivi, violenti e discriminatori significa legittimare le disuguaglianze, alimentare il sentimento dell’odio anziché promuovere il rispetto per la diversità.
Sono queste le considerazioni elaborate da Benoit Frydman nel rapporto annuale 2011 “Discrimination/Diversité” del Centre pour l’égalité des chances et la lutte contre le racisme. Egli conclude sottolineando che la democrazia non è un regime tranquillo e consensuale bensì un luogo di libera espressione e acceso confronto, il cui compito è di convertire i conflitti di interessi in dibattiti civili invece che in guerre civili. Espressioni che ci “urtano, scioccano o inquietano” sono ammesse nei limiti già descritti, perché la libertà di parola ci accorda lo stesso diritto e la medesima protezione per respingerle. Non è semplice, ma di sicuro più stimolante che metterle al bando arbitrariamente.
Una profonda riflessione su simili tematiche sembra oggi più doverosa che mai. La domanda è se le nostre società democratiche siano realmente in grado di adempiere i loro obblighi, specie alla luce di quanto sta accadendo nel mondo.
«È la storia di una società che precipita e che mentre sta precipitando si ripete per farsi coraggio fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene… il problema non è la caduta ma l’atterraggio» (dal film “L’odio”, La Haine, di Mathieu Kassovitz)