Non essere disposti a farsi carico di un passato che non li rappresenta più

«Cosa fanno i tuoi figli?»

«Una studia a Roma, gli altri due a Lecce. Menomale, almeno loro ce li ho ancora legati a casa»

«Eh, non ci sono più i figli di una volta, che rimanevano con i genitori…!»

 

Le chiacchiere da ombrellone sono un serio caso di ascolto passivo, in certi casi drammaticamente subìto. Perché certe cose è meglio davvero non sentirle: nuocciono alla bellezza che il mare ispira e convincono che in giro c’è una generazione davvero poco generativa. È la generazione del moralismo da spiaggia e da ozio estivo post pennichella. Quella che si straccia le vesti per la moda del parlare in corsivo, ma quando prende la parola è la fine. Quella che accusa figli, nipoti, giovani in generale di non essere più «quelli di una volta», senza rendersi conto di aver lasciato loro in eredità un mondo a pezzi.

 

Sotto i nostri occhi brucia non solo la natura, si sfasciano non solo i governi, si sganciano bombe non solo da guerra. Siamo in piena crisi relazionale, ma non ce ne rendiamo conto. Un mondo vecchio è quasi del tutto scomparso, ma i pionieri dei «mala tempora currunt» resistono. Armati fino ai denti di una nostalgia aggressiva e presuntuosa, inclini più all’antiquariato che al restauro delle preziosità passato (le loro case sono piene più di oggetti di morti che di volti di vivi…), combattono contro una generazione che, invece, chiede di vivere il proprio tempo, un tempo semplicemente diverso dal precedente. Come ogni tempo.

 

Qual è la colpa di questi giovani? Non essere disposti a farsi carico di un passato che non li rappresenta più. Non essere a disposizione di certe dinamiche ammalate, in cui al figlio, al nipote, al più piccolo insomma, spetta l’onere di compensare le solitudini e le crisi dell’adulto confuso e smarrito, ben travestito dall’onore dell’ipercelebrazione: «mio figlio…mia figlia…mio nipote…altro che il figlio, la figlia, il nipote di quella e di quello». Un onore che crolla inesorabilmente quando il giovane e la giovane si allontanano dal nido, fanno scelte diverse rispetto alle aspettative, si oppongono a viso aperto alla logica per cui il consanguineo più grande può pretendere da lui tutto e il contrario di tutto. Lì scattano il ricatto morale del tradimento delle radici e dei valori di una volta, declinato nei penosi discorsi da spiaggia e nei musi lunghi.

 

Guardando un pezzo di campagna bruciare, mi veniva in mente una parola bella e difficile: “consumare”. In latino si hanno consùmere e consummare, due termini che condividono ben poco. Tolto infatti il prefisso cum-, con-, la storia prende pieghe diversissime. Perché l’uno significa “prendere”, l’altro “compiere”. Il prologo è sempre la relazione, lo stare con l’altro, ma l’intreccio della storia cambia radicalmente. Perché posso stare con l’altro, nel caso specifico con il più giovane, per prendere e per pretendere, nutrendomi di lui fino alla consumazione della sua sacra autonomia. Oppure per aiutarlo a compiere se stesso, compiendo paradossalmente anche il mio cammino. Perché non c’è cosa più terrificante e al contempo meravigliosa che lasciar andare senza ricatti. Non c’è adultità più vera che fare spazio, ritirarsi, imparare a ritmare parole e silenzi, elaborare il lutto della separazione, abdicare alla tentazione di consumare l’altro e dargli fuoco in pensieri, opere e parole da ombrellone solo perché si rifiuta di essere il mio specchio.

 

Chissà se lavorare per passare dal consumo al compimento non sia la strada per risolvere questa crisi intergenerazionale. E non solo: il mondo più giusto e più pulito, che tanto ci aspettiamo dai piani alti, comincia lì dove il consumo lascia spazio al dono, alla scoperta, all’autocritica, a partire dalle cose più piccole e apparentemente più insignificanti. Del resto, che sia una guerra internazionale o una battaglia domestica, che si tratti di inquinamento dell’acqua o di tossicità domestiche, tutto parte da come si usano le parole e le virgole.


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