L’invidioso non può accettare: preferisce marcare stretto, circuire con le parole, invadere, fare bottino di qualità e idee, controllare, appiattire su di sè

C’è un male opposto alla chiusura. Ci sono atteggiamenti preoccupanti quanto l’arroccamento dietro mura fortificate e impenetrabili. Si tratta di devianze dell’apertura, malattie della relazione dalle quali occorre guardarsi bene. Perché si rischia di fare e di farsi del male.

Invadere significa superare i leciti confini ai quali ogni persona ha diritto, i limiti che definiscono le forme, le peculiarità di ciascuno e impediscono la simbiosi. Invadere vuol dire non rispettare le giuste distanze, quelle che permettono di mettere a fuoco le cose per poter osservare e valutare correttamente. Vuol dire forzare il segreto che l’altro è.

Perché l’altro è questo: un mistero. Pretendere o affermare di conoscerlo in tutto e per tutto rivela una pericolosa inclinazione al possesso, alla cosificazione che lo eguaglia a uno degli oggetti quotidiani deputati a servirci. E non c’è svalutazione più grande della persona.

Probabilmente ciascuno di noi ha capito cosa fosse un’invasione quando la maestra a scuola ha spiegato quella dei cosiddetti “barbari”, gli stranieri incivili responsabili della caduta di buona parte dell’impero dei romani. Che poi, a ben vedere, non è che i romani brillassero in civiltà; ma questa è un’altra storia. Comunque con la storia dei barbari chi più chi meno ha realizzato quanto è pericolosa e mortale un’invasione. Poi magari più avanti negli anni ha sperimentato l’amarezza di essere concretamente invaso, violato, manipolato, usato.

Si invade perché non si sta bene con se stessi: è spaventosamente ovvio nel maniaco sessuale, nel coniuge violento, nel ladro. Diventa più difficile, invece, riconoscere l’invadente quotidiano: il curiosone della porta accanto o della finestra sopra, che si apposta maldestramente per spiare (e che in genere quando ti incontra ti ripete in continuazione che “non è una persona invadente”); il conoscente, l’amico o il collega di studi e di lavoro che non ti molla un attimo, perché deve guardarti, studiarti fino a prendere le tue movenze, copiare i tuoi gusti, usare le tue parole.

Se ci pensiamo bene tutto parte dal guardare: in-vadere la vita altrui è in genere il frutto dell’in-videre, il guardare storto che ha dato origine alla parola invidia. In realtà quell’“in” è indice di un ripiegamento interiore, dovuto all’incapacità di sollevare gli occhi su un cammino ancora da compiere, ma anche su tante meraviglie già in atto. L’invidioso è un insicuro cronico, perché la concentrazione estrema su di sé diventa insoddisfazione destabilizzante quando incontra l’altro, con la sua diversità, le sue qualità, la sua bellezza. Egli avverte tutto questo come minaccia al suo piccolo mondo e quello sguardo povero gli impedisce il salto.

Cosa dovrebbe fare, allora, per purificare questo sguardo? Dovrebbe ritirare l’invasione dal suo stesso io, prendere le distanze da sé per osservarsi e osservare distintamente, apprezzarsi e apprezzare. E poi capire dove e come crescere, senza la paura di scoprire quanto ancora ha da imparare: questo non svaluta la persona, ma la qualifica nella misura in cui le dona nuove possibilità, rendendo ragione della sua naturale apertura.

E sì, perché il problema è questo: l’altro, con la sua personalità e con le cose stupefacenti nelle quali è impegnato e si esprime, diventa un pungolo a fare di più e meglio, un segno che si ha ancora tanta strada davanti. L’invidioso non può accettarlo: preferisce marcare stretto, circuire con le parole, invadere, fare bottino di qualità e idee, controllare, appiattire su di sè.

Peccato, si perde veramente tanto. E per prendersi molto, molto poco.

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FontePhoto credits: Michela Conte
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Sono un'insegnante, anche se il più delle volte sono io quella in-segnata dai miei studenti. Sono una ricercatrice, perché cerco piste di rilevanza pubblica per una materia troppo fraintesa e troppo di nicchia: la teologia. Sono una giornalista e faccio cose con le parole. "Quello che non ho è quel che non mi manca" (F. De André) e sono immensamente grata alla vita perché, non senza impegno e sacrificio, "ho trovato amore nel mezzo de la via, in abito legger di peregrino" (Dante Alighieri, Vita nova)