Virginia Di Vivo è una studentessa universitaria parmense che ha raccontato l’intervento di Pietro Bartolo al congresso studentesco degli studenti di Medicina. Il racconto del medico di Lampedusa sul dramma degli immigrati ha scatenato i social: 30mila like e 32mila condivisioni.

Salve. Odysseo la ringrazia per la sua disponibilità. Chi è Virginia? Una piccola biografia cortesemente.

Salve! Virginia è una ragazza come tante altre. Mi piace lo sport. Da quando ho 4 anni gioco a calcio, ma ho ottenuto le mie soddisfazioni anche nel judo dove ho conquistato la cintura nera prima di rompermi le clavicole. Ho tanti interessi, per esempio suono il pianoforte, mi piace molto l’arte e la letteratura e ovviamente sono innamorata della Medicina. Ho molto da studiare. Ho 26 anni, vivo a Parma, che sento come la mia città, ma sono nata in un piccolo paese in provincia di Napoli, da genitori napoletani. Tutto ciò che sono è frutto del loro lavoro e un giorno vorrei dare loro indietro tutto ciò che loro hanno dato a me. Ho un motto, che mi ha insegnato il mio migliore amico, recita: “Studio tutto il giorno, per avere tutto, un giorno”. Sono molto innamorata dell’amore (sempre “colpa” dei miei), non ho ancora capito se preferisco la razionalità o la filosofia. Mi piacciono le persone e cerco sempre di giustificare tutti, andando alla ricerca del perché delle cose, mi aiuta molto la logica, anche se a volte può essere limitante, però è una zona di comfort alla quale non voglio rinunciare. Questo non esclude che a volte io decida di non usarla e dedicarmi all’empatia e all’istinto, che penso siano altrettanto irrinunciabili. Spero un giorno di riuscire a metterli nel mio lavoro. Dalla seconda elementare, come mi racconta sempre mia madre, dico di voler fare “il medico del cuore”, che nel corso degli anni si è meglio definito nella figura del cardiochirurgo. Da un annetto a questa parte sono indirizzata verso la cardiochirurgia pediatrica, che a mio avviso è più interessante dal punto di vista clinico e si sposa abbastanza bene con la mia attitudine. Adoro il profumo dei libri, le camminate in montagna, il silenzio dei musei, il mio fratellone e il mio cane e dico solo queste cose perché non penso sia opportuno andare ad elenchi puntati quando si parla di ciò che si ama e in questo contesto non ci si può dilungare in descrizioni poetiche. Non saprei bene cos’altro dire di me, anche perché ci sono giorni in cui scopro cose nuove che manco sapevo!

Ci spiega cosa è accaduto quel giorno in cui ha scritto il post che tanti hanno condiviso sui social?

Come racconto nel post, mi sono seduta nell’aula magna della facoltà di Medicina, per assistere al congresso MoReMed, che viene organizzato tutti gli anni dall’università per tutti gli studenti dell’UniMoRe. Ovviamente, essendo ad argomento medico, risulta essere più attraente per gli indirizzi scientifico-clinici. Ad essere sincera io non ci sono andata per interesse, ma perché viene richiesto di accumulare un certo numero di crediti annui in congressi e fra i tanti ho scelto il MoReMed perché comunque è organizzato molto bene e parla sempre di temi attuali, di solito clinici, ma proprio come racconto nel post, non avevo molta voglia di andarci. Per questo giocavo con il cellulare. Solo che quando Bartolo ha cominciato a parlare, qualunque cosa io stessi facendo ha perso tutta la sua importanza. E pian piano mi è sembrato di vedere che a tutti i presenti in aula sia capitata la stessa cosa. Un discorso del genere non si può ignorare, perché ti mette le mani nel punto più profondo della tua anima e te la strappa un momentino. Quindi, chiunque tu sia, senti così tanto male che ti tocca rimanere fermo immobile come se anche solo muoversi fosse irrispettoso.

Tra di voi studenti e docenti e relatori c’erano anche rappresentanti delle Istituzioni, politici?

Mi fa una domanda a cui non posso dare risposta certa. Nel senso che non mi sono informata sulle personalità presenti al congresso. Quello che posso dire è che il MoReMed non è un convegno dove conti la politica, anzi! In realtà penso non ci si sia mai neanche posti il problema, visto che gli argomenti di cui si tratta non hanno a che fare con la politica, almeno a livello teorico. I relatori sono normalmente medici, professori, infermieri o tecnici. E anche se fossero esponenti di qualche partito, non arrivano al congresso presentandosi con quella qualifica. Poi ognuno quando ascolta capisce quello che vuole capire, ahimè. E, come ho potuto appurare nei commenti sotto il mio post, la gente si fa un sacco di castelli. Pensi che ho appreso che Bartolo è candidato alle europee proprio da qualcuno che mi ha accusato di volerlo pubblicizzare. In ogni caso io resto responsabile di quello che dico, non di quello che la gente capisce, e l’intento del mio post era far capire che, se si è umani, quando qualcuno arriva in quelle condizioni, prima di decidere se può o no restare, bisognerebbe dirgli: ”Tieni, bevi un goccio d’acqua” e successivamente “raccontami la tua storia”. E, forse, in ultimo, dopo averlo fatto sentire un essere umano, occuparsi della parte organizzativa, con le conseguenti considerazioni, che lascio a chi ne capisce di politica, logistica e amministrazione.

Non ha avuto la sensazione che qualcuno non volesse conoscere o vedere certi drammi, che sia più comodo non usare la coscienza ammesso che se ne abbia una?

Mi sono sicuramente posta questa domanda, insieme a tante altre. Credo che a volte, come meccanismo di difesa, le persone preferiscano pensare che queste cose non accadano o accadano lontano da loro, per non dover empatizzare con quella sofferenza e quindi non doversene preoccupare. Non so se accada perché sia comodo o perché sia spaventoso.
Penso altresì che molti non abbiano come priorità il senso civico, o che non si siano molto impegnati quando i genitori spiegavano loro cosa vuol dire comportarsi con compassione verso il prossimo. Mi lascio comunque il beneficio del dubbio.

Ha idea di cosa possa fare per prima l’uomo e poi la politica, lei pensa di poter nel suo piccolo contribuire?

Purtroppo io mi reputo molto ignorante in politica. Perciò sotto quell’aspetto non mi sento di esprimermi. Anche perché quello che magari a me può risultare facile, burocraticamente potrebbe essere molto ostico, proprio perché non conosco i meccanismi. Dal punto di vista umano però penso che si possa fare molto. Nel senso che anche solo la condivisione di questi temi, penso sia un passo verso qualcosa. L’uomo è un individuo che fa parte di una comunità e può mettere la propria sensibilità al servizio di questa. Poi chi apprezzerà quella sensibilità potrà farla sua e svilupparla a suo modo, gli altri verteranno sull’acquisire altre caratteristiche. Io nel mio piccolo penso di poter contribuire con chi mi circonda. Non sono un personaggio pubblico, quindi fortunatamente non devo preoccuparmi come invece dovrebbe fare un influencer, però mi preoccupo delle persone che mi circondano. I miei amici e la mia famiglia. Credo che si debba dare qualcosa di sé agli altri in modo che questi abbiano almeno voglia di ragionare su quello che dici ed eventualmente portare lo stesso tema che li ha toccati nella propria cerchia. E credo che per questo si debba guadagnare la fiducia del prossimo, comportandosi da brave persone. Poi magari un argomento può prendere piede e fare effetto domino, a seconda dell’interesse che suscita e della capacità di comunicazione di chi ne parla.

Simpatizza per un partito politico, accetterebbe di candidarsi qualora le fosse proposto?

Purtroppo non posso permettermi di simpatizzare per nessun partito, perché ancora una volta devo ammettere di essere ignorantissima e, per quanto se ne parli, preferisco sempre non ascoltare perché non voglio acquisire informazioni su un argomento in medias res, preferisco partire dal principio e sapere tutto quello che serve per non essere influenzata da dettagli decontestualizzati. Ma, con tutte le cose che faccio, non è mai stata una mia priorità informarmi su questo argomento. Sicuramente sbaglierò, ma dovendo scegliere…
E comunque no, al momento non accetterei di candidarmi, sia perché sarebbe incoerente per i motivi di cui sopra, sia perché ho interessi che proprio a mio avviso non c’entrano nulla. E non vedo il motivo per occuparmi di qualcosa che non mi interessa. Sarebbe una violenza verso la mia persona.

Oltre ai videogiochi, nel suo post ne fa cenno, i suoi interessi?

In realtà non sono per nulla un’appassionata di videogiochi, ma il rapporto con i Pokémon è figlio di una storia divertente: quando ero piccola guardavo il cartone e nello stesso periodo era uscito il Game Boy Color con gioco annesso, in cui era possibile diventare un allenatore di Pokémon e catturarli virtualmente. L’ho sempre voluto, ma non me lo hanno mai comprato. Quindi, quando è uscita questa applicazione per cellulare, che mima un po’ ciò che ti permetteva di fare il Game Boy, mi son sentita un po’ bimba e mi sono presa la mia rivalsa come allenatrice di Pokémon.
Come ho già detto, i miei interessi confluiscono nello sport, nella musica, nell’arte, nella letteratura. Mi piace molto sapere cose, non per questo mi reputo una secchiona, perché a me piace sapere, non proprio studiare! Ho un debole per la psicologia, ero una di quei bambini insopportabili che chiedono “perché?” a ripetizione e questa cosa ora la applico sui comportamenti delle persone, magari tenendomelo per me a volte. Ho la mania di comprare libri, tantissimi libri. Soprattutto antichi. Sogno di avere una casa con dentro una biblioteca come quella che si vede nel cartone de “La Bella e la Bestia”, ma per ora sono ancora troppo povera per quello; mi piace moltissimo visitare le città, non importa quale città, purché io non l’abbia mai vista. Mi sento bene sul crinale di un monte in mezzo alla neve. E quando mi parlano di qualche malattia strana e complessa con conseguente difficoltà di diagnosi e terapia mi affascina moltissimo. Mi piace prendermi cura delle persone che amo, perché amare bene gli altri mi fa sentire meglio con me stessa. Forse è per questo che voglio fare il dottore, chissà.

Progetti futuri?

Laurea, lavoro, estinguere tutti i prestiti che mamma e papà hanno fatto per farmi studiare. Poi da lì, ci penso.