Una parola al giorno è quello che mi ha insegnato Domenico Dalba, anche lui neo giornalista pubblicista grazie alla sua collaborazione con Odysseo. Domenico è un letterato sui generis, dal lessico ricercato che arriva alla profondità delle coscienze con una forza disarmante, lapalissiana epifania a chilometro zero, un impiattamento di valori, ingredienti di una ricetta diversamente abile, ma con ingredienti dal sicuro successo morale

Congratulazioni, Domenico! Cosa prova un giovanissimo settantenne a conseguire, con inesauribile sete di curiosità, un ennesimo riconoscimento, come il tesserino da giornalista/pubblicista?

Fantasmagoria di colori, suoni, sapori, sensazioni, profumi, le primavere di una volta. Le rondini saettavano nel cielo, i pesci guizzavano nell’acqua cristallina,i lombrichi ingurgitavano suolo sano! Ora, la malinconia incombe sovrana, e l’incubo della tragedia si staglia all’orizzonte di tutti gli esseri. Nessuno ne è immune, persino il sasso di una scarpata, finanche il sorriso dei bambini. Figuriamoci le aspettative di una persona che già vede le cime dei cipressi ergersi tristi sul viale del tramonto. Che cosa provo, quindi, se nel mio giardino personale sboccia il tesserino di giornalista? L’amaro in bocca. Congiuntamente, mi si affastellano con devota gratitudine i ricordi di persone speciali. Li vedo ancora zappettare, innaffiare, ammendare e potare la pianticella che ora tenta di dispiegare nell’aria venefica i suoi liberi petali assetati di conoscenza, giustizia e cura degli altri. Lina, mia madre. Semianalfabeta. Le alzatacce al lume di una lampadina di 40 watt per impastare il pane, le mani artrosiche intirizzite, sciabordanti nell’acqua insaponata. Salti mortali per far quadrare il bilancio e costruire una piccola dimora. Michele, mio padre. Gettato in una guerra ingiusta a combattere un inerme ed affamato popolo nero;ritorna malridotto in patria con il fegato più grande di quello di un elefante, poi travet pendolare a vita. Carmela, mia sorella, e Pino, mio fratello. Compagni di giochi, vittime dei miei dispetti infantili, sempre indaffarati nelle attività, e poi perennemente con la testa china sui libri. I nonni, curvi sotto il peso delle tragedie familiari e della fatica. Giulia, la mia maestra di scuola elementare. Statuaria e dolce. Peppino. Amico perenne, sogna l’università, che gli viene negata. Maria e Rosangela. Dispensatrici di acerbe carezze. Angela, mia moglie. La coperta economica non copre mai tutto il letto,nonostante le acrobazie. Fabio, Michele Lucio, Susanna e Silvia, i quattro figli. Un cantiere di esperienze dialettiche, costantemente aperto, profondi legami sentimentali. Giorgia ed Elisa, le due nipotine dallo sguardo limpido nel cui fondo, come in quello di tutti i bambini, si intravedono ombre per l’irresponsabilità degli adulti. I mitici Giovanni e Liliana di Molfetta. Casa spalancata a chi chiede cultura ed affetto. Gaetano Salvemini, loro mentore, bussola dell’agire quotidiano, è sempre nella loro bocca. I volti delle colleghe Anna e Dolores. Si prodigano, senza risparmiarsi, fiduciosi e sorridenti. Gli alunni. Un esercito di sensibilità, talenti, problematiche umane e cognitive. Il fraterno Pasquale. La sua professoressa non sa che il verde dei pomodori non si cancella neanche con la candeggina. L’ospitale Tonino. Da stagnino a maestro… di vita. Enzo,la materializzazione della generosità, ogni volta che ci incontriamo: “Mimmo, sei più caro di un fratello per me.” Socrate. Col boccale della cicuta rende omaggio alla dignità e alla libertà. L’indomito Paolo Ricci. Amico di Hikmet, Neruda ed Antonio, mio amico partenopeo. Fabrizio De André. Che svela le ipocrisie dei frequentatori di Bocca di Rosa. Don Milani, un faro nella mia giornata scolastica. Gli ultimi acquisti: Salvatore, poeta della parola e della vita; Lello e Pina scrigni aperti di umanità. E poi… ancora, ancora. Altri profili umani, alti, tanti, tutti a zappettare gratuitamente intorno alla pianticella che fatica ad essere se stessa e ad esprimersi. Con un sorriso, un gesto, una parola, una nota musicale, una pacca sulla spalla, un incoraggiamento, un silenzio, un ammonimento aiutano l’ulivo claudicante a crescere dritto. Amabilmente lo spronano a diventare rigoglioso, a resistere alla forza del vento, all’arsura del terreno!Accendono il fuoco della curiosità e destato l’attenzione verso gli altri, soprattutto gli emarginati, i derelitti, gli ammalati. Rendo omaggio in questo frangente al popolo italiano, gente semplice, autentica che non ha grilli per la testa, che detesta i parassiti della società, gli sfruttatori, i criminali: gli operai dalle mani unte ed i contadini,sporchi di terra; i precari, col cuore sempre in gola; i pensionati, che, elargendo esperienza e competenze, rifuggono dalle panchine dei giardini pubblici; i disoccupati, agognanti un lavoro dignitoso; gli invalidi ed i disabili, che guardano con energica fierezza la vita dall’altezza di una carrozzella;i professionisti, che sanno scrutare nell’animo degli interlocutori; gli imprenditori, a cui importa la soddisfazione che offre il lavoro onesto, la vita dei dipendenti, il rispetto dell’ambiente assieme ad uno striminzito portafoglio. Rendo onore a tutte le persone autentiche, serie e laboriose, che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo. Generosi verso di me, con i loro sacrifici, le fatiche, le sofferenze, i sogni ad occhi aperti hanno consentito ad un rampollo del popolo ed ai suoi fratelli di salire alcuni gradini della cultura. Oggi, scrivendo articoli, affido sentimenti, emozioni, sensazioni, riflessioni ed informazioni a testate giornalistiche, cartacee ed online. Lo faccio per me, per cercare di trovare il bandolo della complessa matassa della vita. Richiede impegno e sacrifici.“Sudate carte”, le chiamava, Giacomo Leopardi, eccome che aveva ragione! Non posso, non devo sottrarmi! Ma quando dopo la fatica dell’impervio ed complesso sentiero, comincia ad intravedersi una lucina all’orizzonte, e poi il sole si dispiega in tutto il suo splendore, allora intendo socializzare acquisizioni ed emozioni. Restituendo, così, gratuitamente, doni che mi sono stati elargiti a piene mani. Amo confrontarmi con tutti. Ringrazio, perciò, chi, dissentendo, accartocciai frutti del mio discernimento e chi esibisce il coraggio di dire “Mi aiuti a pensare con la mia testa, a sentire con il mio cuore, ad operare con le mie mani.” Sono per me attestati di stima e grandi opportunità per continuare a crescere. Negli articoli, racconti di vita reale, presto attenzione alla semplicità, all’approfondimento, al coinvolgimento emotivo, alla fiducia nell’utopia, condendole con un pizzico di poesia. Per rispetto verso chi legge. Rivelo storie autentiche, mirando a rigenerarmi. Mi intrigano le persone speciali, i talenti che fanno di tutto per nascondersi dietro la loro umiltà. Ce ne sono tanti, e non li conosciamo. Bisogna andare alla loro ricerca, come dei segugi. Mi seducono le esperienze di chi ama veramente gli uomini, gli animali, le piante e si chiede il senso dell’esistenza di un barattolo che scalcia o di un muro scrostato dall’erosione.

Ci hai, spesso, raccontato su Odysseo le storie degli indigenti, degli umili, delle classi meno abbienti. In che modo la cultura può farci riapprezzare il gusto delle radici, tesaurizzando il peso delle nostre tradizioni?

Per oltre duemila anni, gli ulivi del Salento sono prodighi con i residenti, donando prezioso olio evo, olive in salamoia, rametti da intrecciare con linguine di canne per panieri, meraviglioso legno venato per lo scultore Michele, mio amico, ombra. A Pasqua, poi, ricordano a tutti l’importanza della pace. Rendono, poi, incantevole il paesaggio antropico con la loro statuaria presenza. Da un pugno di anni, deperiscono e seccano. Perché? Le loro radici soffrono terribilmente. Le si costringe, infatti, a sopravvivere in un terreno compatto. Le si contamina pesantemente con pesticidi, erbicidi e concimi chimici. Urlano al vento le loro sofferenze, ma pochi accorrono in loro aiuto. Messa sotto i piedi la cultura millenaria dei contadini di una volta. Per i più conta solo il profitto. Quale sorte meritano le radici di un popolo? Le tradizioni, i costumi, i valori, le relazioni umane, le buone pratiche dell’agricoltura, dell’artigianato, del commercio, dell’insegnamento, della medicina. Occorre prendersene cura con la cultura autentica, materiale e spirituale, subito, con determinazione, altrimenti crolla l’intera convivenza civile. L’identità di un popolo, il suo futuro, non può prescindere dalle tante esperienze belle che la comunità ha accumulato nel corso dei secoli. All’orizzonte, purtroppo, si stagliano fosche nubi di conflittualità, cinismo, sfruttamento e devastazione, mentre costumi tossici anestetizzano subdolamente con case confortevoli oltremisura, vetture sempre in moto, cibi avvelenati, mass media starnazzanti.

In una società inquinata dalle contaminazioni di cibi non sani e pensieri corrotti, quale ruolo potrebbero ricoprire i giovani nell’ottica futura di una politica sempre più green?

È normale che le redini passino nelle mani delle nuove generazioni, anche se i capelli bianchi manifestano una certa resistenza nel cedere il testimone. Occorre che la consegna avvenga serenamente con il sorriso in bocca, nell’interesse di tutti, rammentando che nessuno è padrone della Terra, ma tutti semplici inquilini. È diritto di ogni essere vivente fruire della bellezza e del benessere. I giovani devono studiare, tanto, sviluppando immaginazione, spirito critico ed un cuore grande quanto una cattedrale. Dialogare. Partecipare attivamente alla vita sociale, economica, politica e culturale, coltivando l’utopia di un mondo diverso che non veda nessuna forma di sopraffazione e sfruttamento. È imprescindibile che l’intera società investa enormi risorse nella loro formazione ed educazione, togliendole alle armi ed all’evasione fiscale. A loro toccherà un compito arduo e pesante, bonificare il pianeta di tutte le forme di scorie e veleni, materiali ed impalpabili che lo hanno gravato a partire dalla rivoluzione industriale, inseguendo un paranoico modello di sviluppo economico, mirante alla continua crescita economica. Da soli non possono farcela. Tutti gli umani di buona volontà devono montare in trincea e mettersi sotto le stanghe del carretto. In questo momento il mio pensiero corre a tre giovani, che possono essere presi a modello: Marielle Franco, l’attivista brasiliana uccisa per il suo impegno a favore delle favelas; Greta Thunberg, la ragazza svedese che lancia un fragoroso sasso nell’acqua stagnante dell’ambiente, ad un passo dal collasso; Scott Warren, il docente universitario statunitense, reo di offrire da buon samaritano un bicchiere d’acqua ai migranti. Grazie, giovane Miky, adorabile creatura, che vivi nell’alveo spirituale dei giovani appena nominati.


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Miky Di Corato
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.