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“Siano molti coloro che vivono in pace con te, ma tuo amico uno su mille” (Siracide, 6,6)

Mi piace tanto il capitolo 6 del libro del Siracide che, tra le tante cose, dice: “se intendi farti un amico mettilo alla prova e non fidarti subito di lui. C’è infatti l’amico compagno di tavola, ma non resiste nel giorno della tua sventura”. In effetti, quando si tratta di amicizia, condividere la tavola è tanto, ma non basta. Anzi a volta accade che qualcuno ne approfitti, per poi rivelarsi drammaticamente carente o addirittura assente nell’atto del ricambiare.

La questione è delicata, perché la linea di confine tra la gratuità e il contraccambio è labile e insidiosa. Amare, si sa, è fare il bene dell’altro, ma già questo apporta tanto benessere personale. Chi non ha bisogno poi, a propria volta, di sperimentare dall’altra parte un amore almeno simile, di cogliere dal fronte opposto un gesto di cura, soprattutto nei momenti di difficoltà? La gratuità, insomma, non annulla tutto questo; in altre parole, chi ama, ama gratuitamente, cioè senza stilare l’analisi previa dei costi e dei benefici, ma conservando sempre in cuore il bisogno di ricevere, di toccare in chi sta di fronte il vivo interesse per la sua vita.

Interesse: questa si che è una parola da liberare. Da cosa? Dalle ombre del tornaconto personale e del calcolo, che ne fanno un quasi logico contrario dell’amore, il sentimento del dis-interesse. Ma è proprio così? Davvero amore ed interesse rimandano ad universi concettuali ed esistenziali paralleli?

Io non credo: basta solo inquadrare il genere di interesse in questione.

Letteralmente inter-esse è stare-tra, essere-in mezzo e tra due persone in relazione molte cose devono per necessità scorrere, come un fiume che distingue e al contempo unisce due sponde. Certo la corrente di un fiume non seleziona cosa trasportare, investe tutto nel suo vigore. Così è l’interesse sano: tocca tutto l’altro, se ne occupa totalmente e globalmente: a chi ama, la vita dell’altro sta a cuore tutta intera.

È malato, invece, l’interesse parziale, perché nasconde il disinteresse per un resto di questioni importanti e in tal modo rivela la meschinità di chi sceglie cosa dell’altro lo riguarda e cosa no. Chissà per quale motivo poi: forse la selezione è fatta sulla base di quel famoso tornaconto? O magari di qualche frustrazione personale? E così, laddove non conviene, scatta il far finta di nulla, il silenzio tattico, il dribbling della questione, questione che magari per te ha grande valore, oppure insostenibile peso, e meriteresti la giusta attenzione e condivisione (quella che tu doni in abbondanza)…e, invece, chi hai di fronte non se ne importa. Però poi ti aggancia come può per quello che gli serve, manifestando attenzione per tutta una serie di cosette preselezionate: affetto alla spicciolata, minimo sforzo massimo rendimento. 

E no, l’amore, nelle sue varie forme e manifestazioni, è esigente e drastico: o tutto o niente. Non puoi scegliere cosa dell’altro ti riguardi. Non puoi evitare di affrontare determinati aspetti del suo vivere. “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” dicevano i latini, cioè “sono un uomo e non considero nulla di ciò che è umano estraneo a me”. Ecco la frase potrebbe suonare così: “sono amico e non considera nulla dell’amico estraneo a me”. Oppure non è amicizia, non è amore, non è legame. È conoscenza. Del resto, il realismo del Siracide conferma: “siano molti coloro che vivono in pace con te, ma tuo amico uno su mille”.


FontePhotocredits: Michela Conte
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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.