…mentre l’America chiude (e riapre)

Il visto è arrivato sulla 44th street, nell’ufficio di una mia amica, luogo che, prima della pandemia, sembrava essere il più sicuro per la spedizione. Ma è vuoto da più di un mese, e la mia lettera è per terra dietro la porta d’entrata. Per andarla a prendere devo uscire di casa, e fare sedici chilometri in bicicletta per la città.

Indosso la mascherina. Giro la maniglia della porta di casa e lo scatto della serratura echeggia nel corridoio vuoto. Il pavimento è un mosaico di ottagoni bianchi, con ai bordi strisce nere, verdi, e rosse. Le seguo scendendo le scale, passando per l’atrio, per poi uscire fuori dalla porta, finalmente, al sole. Morningside Drive è vuota, si vede Harlem da quassù: i lavori nel parco sono fermi, i trattori posano immobili. Slego la bicicletta ferma al palo da mesi, e dal lucchetto mi scivola sulla mano acqua rugginosa. Faccio mappa mentale e mi dirigo verso Central Park. In bicicletta è meglio passare per il parco.

Sembra che i raggi di sole abbiano infiammato il formicaio, e che l’intera città si sia riversata sui prati di Central Park. Neanche Ferragosto a Gallipoli. Il mio piano sicurezza è fallito. Gruppi di ciclisti mi doppiano sprezzanti, mentre grappoli di corridori si sfiatano addosso. Due bambini attraversano lo stradone sui monopattini, e coppie si baciano sotto alberi in fiore. Come se niente fosse, gente di ogni età cammina sotto il cielo d’aprile.

Carico un video su Instagram e amici europei e sudamericani mi chiedono perché ci sia così tanta gente in giro. “Ma non hanno paura?” Oppure: “Ma la polizia non fa niente?” Rispondo che negli Stati Uniti non siamo ai domiciliari e conseguentemente possiamo uscire di casa. Purtroppo. Sta al buonsenso di ognuno decidere che fare.

Mentre corro a prendere il mio visto, il presidente Donald Trump annuncia uno stop al rilascio delle Green Card (Permesso di Residenza Permanente) e tenta di chiudere l’immigrazione in toto, per dare priorità ai 20 milioni di Americani che hanno perso il proprio lavoro a causa del virus. Ma poi fa dietrofront perché la lobby agricola si infuria: gli Americani non lavorano più nei campi e sono proprio i migranti stagionali che sfamano l’America. Piantano, potano e raccolgono. Che siano utili o meno, ormai i migranti sono tema politico incandescente nella maggior parte dei paesi occidentali.a

I componenti dell’Unione Europea litigano sulla gente che viene dal mare, guardando all’Europa come un santuario da proteggere. Politici che non ricordano i tempi quando erano invece gli Europei che colonizzavano le terre degli odierni richiedenti d’asilo, convinti che invece di santo non avessero niente. Per questioni che incorporano variabili storiche, sociali e soprattutto economiche, la migrazione sarà inevitabilmente il tema fondamentale nelle nostre vite. Studidimostrano che entro il 2100 l’Africa avrà 4 miliardi di abitanti – un terzo dell’umanità. E centinaia di milioni cammineranno verso l’Europa, in fuga da catastrofi ambientali ed economiche. Gli Stati e i confini, per come li conosciamo ora, iniziando da quelli africani costruiti durante la Conferenza di Berlino del 1884, si scioglieranno. Si uniranno o esploderanno. E l’immigrazione verso l’Europa sarà selvaggia. È probabile che tra 15 anni in Europa ci sarà più gente scura che bianca. Oriana Fallaci ammoniva che i migranti islamici avrebbero significato la fine dell’Europa e dell’Occidente. Tiziano Terzani invece proclamava che la migrazione sarebbe stato un evento inevitabile e che avrebbe riunito l’Europa al resto del continente asiatico. Nel bene o nel male è una questione che ci tocca oggi, e ci toccherà sempre di più in futuro.

I confini si chiudono per paura del virus, ma i giornali iniziano a parlare di riaperture interne. L’America scende in strada contro la quarantena, manifestando, toccando sconosciuti, respirando il fiato del vicino che urla contro lo stato profondo: “Fateci uscire”. Obiettano, forse con ragione, che questa non è una crisi dei cittadini metropolitani che hanno un lavoro che si è spostato su Zoom. Chi guadagna costruendo case, andando in fabbrica, o inventandosi la giornata, vuole tornare al lavoro al più presto. Ma a che prezzo? Il sindaco di Las Vegas Carolyn Goodman in una intervista con Anderson Cooper dice di voler aprire i casinò di Las Vegas e che la città potrebbe essere un esperimento. Quando il giornalista le chiede: “Ma lei entrerà nei casinò affollati?” Lei risponde: “Io non gioco, e poi ho famiglia”.

Esco con un sospiro di sollievo da Central Park. Ho pedalato veloce per oltre mezz’ora per uscirne al più presto. In contrasto, le strade di centro città sono deserte, non ci sono macchine. Due ciclisti scompaiono nel fumo che esce dai tombini. I palazzi sono alti e brillanti, aghi che bucano il cielo. Giro sulla 44th street, sono arrivato al palazzo dell’ufficio della mia amica. Dietro la porta il visto non c’è. Allora chiedo al portiere se ha ricevuto una lettera per me. Con guanti e mascherina cerca nella pila di lettere orfane. Il mio visto non c’è. Angoscia. Aspettiamo che arrivi il postino, magari lui sa. Ormai c’è ne solo uno per quartiere. Arriva di fretta, dopo un’ora che aspetto nell’atrio. Mi dice di stare seduto e chiede che nessuno gli si avvicini mentre riempie le buche delle lettere. La vicinanza ad altri essere umani irrita e spaventa. Se ho perso il visto è un problema.

Ma mentre il postino mi dice che anche lui non ne sa niente, la mia amica mi chiama e con affanno mi dice che ha trovato la busta a casa sua, suo padre l’aveva presa per sbaglio dall’ufficio. Il mio corpo si scioglie sulla panca. Prendo un respiro di sollievo e guardo dei residenti del palazzo passare con un cane agghindato e una cassa di vino. Il portiere messicano saluta il postino, e prima che esca dalla porta gli chiede: “Te lo ricordi Josè? Il messicano”. E il postino risponde “Sì,” e il portiere fa: “Stanotte ho ricevuto un messaggio da sua moglie, è morto. Il virus”. “Merda, mi spiace”, risponde il postino. Poi abbassa gli occhi, esce lentamente dal palazzo, e se ne va.