Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior [1].

(Gaio Valerio Catullo)

Ho la fortuna di poter andare al lavoro in bicicletta. L’altra mattina, mentre ripartivo dopo il rosso di un semaforo, ho visto una scena che mi ha subito scolpito. È stato un attimo, ma sufficiente per commuovermi fin dentro le viscere.

Due ragazzi, età stimabile quindici anni, si abbracciavano in silenzio. Non si baciavano, quasi non respiravano, non era una scena da bollenti spiriti. Solo, lui, di poco più alto di lei, le cingeva le spalle. E lei, più piccolina, gli fasciava i fianchi, la propria fronte poggiata sulla sua spalla destra, il capo che sfiorava l’orecchio di lui. Stavano così, immobili, si appartenevano muti…

Avrei voluto chiedere loro il permesso di stare a guardarli. Anzi no: di trattenermi in contemplazione. Nessun voyerismo, e tanta tenerezza. Erano così belli nel loro dirsi tutto senza fiatare, così indifferenti al traffico che sfrecciava loro intorno, così sordi ad un mondo che, troppo spesso, prova a spegnere l’Amore.

Ecco, mi sarei voluto fermare a gioire del loro Cuore, uno in due, e a proteggerli, se ne fossi capace. Avrei voluto dire loro di non stare a sentire chi racconta che una cotta non è niente, che le passioni adolescenziali passano, che i sentimenti ci rendono vulnerabili.

Avrei voluto ringraziarli perché ci credono ancora. Perché accendono una speranza. Perché se ne infischiano dei grandi, specie dei sior Todero brontolon.

Avrei voluto attendere che potessero vedermi, chissà quanto ci avrebbero messo, immersi com’erano nella loro estasi. Avrei voluto dir loro: «Grazie, ragazzi! La vita che vi pulsa nelle vene è la stessa che pervade ogni uomo. La passione che oggi vi lega vi renderà davvero esposti a gioie e dolori, ma è l’unica cosa che conta, l’unica che vale, l’unica che resta per infiammare il mondo di nuovo sole. Noi grandi non vi abbiamo fatto un buon servizio. Vorrei sbagliarmi, ma non mi pare di lasciarvi un mondo migliore di come l’abbiamo trovato. Eppure, non siamo i primi né gli ultimi ad aver fallito. Siamo solo uomini, commettiamo errori, facciamo casini. E tuttavia: siamo vivi perché altri come voi, prima di voi, ci hanno creduto. E siete vivi perché anche noi, come voi, prima di voi, ci abbiamo creduto. Sbaglierete anche voi, ma continuate a crederci, all’Amore, ragazzi miei. Continuate a crederci. Non sciogliete il vostro abbraccio. E fate che possa accogliere anche chi muore di sclerocardia. Perché nessuno ha più bisogno di abbracci di chi ha non sa più come abbracciare o lasciarsi abbracciare».

Caro lettore, adorata lettrice, naturalmente, a quei ragazzi, non ho detto proprio niente. Non ho emesso fiato. Era troppo sacro, il loro tempo, perché io potessi interromperlo. Era troppo veloce, la mia bici, perché si potesse arrestare. Troppo assordante, il traffico, perché potessero ascoltare la mia voce.

A te, però, posso dirlo, mentre sorseggiamo il nostro caffè: che bello, il mondo, finché due cuori lentigginosi si abbracceranno in silenzio…

***

[1] Traduzione libera. “Odio ed insieme amo. Come è possibile, forse mi chiedi. Non lo so, ma lo sento accadere e mi sento strappare dentro”.

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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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