Chi impara a sentire l’angoscia nel modo giusto, ha imparato la cosa più alta

Angosciarsi e imparare a sperare sono due cose contrapposte. Ma lo sono veramente?
Una favola dei fratelli Grimm racconta di un giovane che partì per imparare ad aver paura: egli affronta intrepido le avventure più pericolose e nulla trova in esse di spaventoso. Paura e terrore gli rimangono del tutto sconosciuti. Poi una notte la paura gli viene insegnata dalla moglie, che pur lo ama, con un secchio di acqua fredda contenente una quantità di pesci piccoli e irti di spine: allora egli impara a conoscere il terrore senza nome e lo spavento abissale.
Due pensatori moderni hanno ripreso questo racconto, un teologo e un filosofo, per trarne conclusioni diverse.
Soren Kierkegaard ne Il concetto dell’angoscia fece ad esso seguire questa tesi: “imparare a sentire l’angoscia è un’avventura attraverso la quale deve passare ogni uomo, affinché non vada in perdizione. Chi impara a sentire l’angoscia nel modo giusto, ha imparato la cosa più alta”.
Ernst Bloch ne Il principio speranza partì dalla tesi opposta: “L’importante è imparare a sperare. Chi spera non rinuncia, è innamorato del successo anziché del fallimento. Sperare è cosa superiore al temere. Il moto della speranza dilata gli uomini anziché rattrappirli”.
Certo è che chi viene messo alle strette prova paura, mentre la speranza dilata il cuore.
L’angoscia serra la gola dell’uomo e lo soffoca. Invece la speranza gli fa trarre dei sospiri di sollievo.
L’una rende deboli e cattivi; l’altra è alzare il capo e camminare dritto.
La prima vuole la prigione e la morte, la seconda guarda alla libertà e alla vita.
Da una parte, allora, la notte del Getsemani, la notte dove la vita umana si mostra nella sua più radicale inermità e dall’altra l’alba della risurrezione, primavera di una nuova creazione che non è mai un fatto chiuso nel passato, ma un processo ancora aperto.
Il riferimento biblico non è casuale perché ambedue le esperienze sono riassunte nel percorso e nella persona di Cristo. Ma di questo ne parleremo nel prossimo articolo.
Comune, però, sia all’angosciarsi che allo sperare è la sensibilità per il possibile: per il possibile pericolo o per la possibile salvezza.
Con l’una e l’altra difatti l’uomo si spinge al di là della realtà esistente e anticipa il futuro per decidere nel modo giusto sul suo presente.
Ma come sappiamo il futuro è ambiguo, è opportunità ma anche pericolo; esso entusiasma ma nello stesso tempo minaccia.
Però è anche vero che senza il sentimento dell’angoscia non si noterebbe il pericolo e quindi si diventerebbe ciechi, incauti, imprevidenti.
Senza la speranza non si vedrebbe la luce, l’altra parte della medaglia.
Se la speranza rende coraggiosi, l’angoscia rende circospetti e cauti.
Ambedue sono complementari e necessarie. Ma forse la seconda di più.


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