Parole antiche, antichissime.

Vir è il maschio forte, autosufficiente, destinato a grandi cose, ben corazzato. La parola virilità, che ne deriva, dice tutto. Homo è un termine aperto ad altre qualità e attitudini della persona; difatti è passato facilmente ad indicare l’essere umano in senso generico, sia femmina sia maschio.

I corrispettivi greci sono rispettivamente anér e anthropos. Il primo è il maschio da un punto di vista biologico e anatomico. L’androcentrismo, ossia la cultura maschilista in cui siamo immersi, deriva proprio da qui ed è connotata dall’esaltazione della potenza e della razionalità, classicamente ricondotte al maschio. Il secondo, invece, è l’uomo emancipato dal dominio della forza bruta. O meglio, la esercita in modo diverso, in un’aurea di cultura, di politica, di parola, che lo affrancano dall’essere semplicemente il più alto esponente del regno animale.

E la donna? La donna è passata dalla soggezione assoluta all’anér e al vir, alla sfrenata imitazione di quella sua forza bruta. Ma se si rimane nella potenza autosufficiente, non si risolve granchè.

Nell’epoca in cui viviamo (chiamata postmodernità perché tutto è avanti, tutto è oltre), si è intrufolato un piccolo, minuscolo esserino, nocivo e vizioso, che sta uccidendo migliaia di persone.

Covid-19 è il nome del virus in questione, parola latina indicante una sostanza velenosa e infettiva. Il virus pure è un bruto, e non solo perché uccide: ha una membrana che lo isola dal mondo circostante, è immune da tutto e da tutti. Eppure non è un vero e proprio essere vivente: ha un DNA, ma non riesce a decodificarlo. Non sa gestire la sua struttura, le sue cose. Per farlo, sfrutta le cellule di chi infetta e solo allora prende vita. Dunque, vive solo nella misura in cui invade e sfrutta.

Terribile quello che può fare l’autosufficienza. Terribile dove si può arrivare quando non ci si conosce dall’interno.

La quarantena ci ha costretti nella membrana delle case e, contemporaneamente, nella membrana di noi stessi. Al di là di tutto, una cosa è essenziale: non restare immuni a ciò che accade fuori, garantire alla nostra struttura interna l’osmosi con le situazioni più drammatiche e “lontane”. È vitale, perché quando veniamo a contatto con gli altri gratuitamente, cioè non solo per giocare a fare gli eroi, le loro cose portano scompiglio nella nostra membrana. Ma solo così riusciamo a conoscerci un po’ di più e restare caldi, affettivamente connessi con loro, anche in solitudine.

Diversamente, rimaniamo sempre uguali e sempre estranei a noi stessi. È il dramma della simbiosi: l’altro ci serve solo come linfa da consumare, come appoggio per decodificare meglio e duplicare la nostra autosufficienza. E così, quando questo medesimo altro non è immediatamente disponibile, è lontano, come in questa quarantena, smette di riguardarci. O, al massimo, ci manca solo perché non sappiamo a chi appoggiarci. Deve accadere questo a chi si ostina a parlare di psicosi collettiva e di esagerazione. Non può essere diversamente: chi continua a parlare così di fronte a migliaia di morti, bare, ammalati isolati, medici, infermieri, trasportatori e venditori di alimenti, cassieri, farmacisti stremati, non può che avere un serio problema al proprio interno.

Lo scambio di umanità è attualmente l’unico contagio non solo possibile, ma anche dovuto. Perché da virile a virale è un attimo. E non solo in quarantena.

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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.