Un continuo oscillare tra il gusto della saggezza e le pillole amare delle molteplici illusioni

Non si è abituati di solito a considerare il vasto campo del pensiero umano un percorso con dei particolari sapori, spesso gradevoli ma che il più delle volte lasciano l’amaro in bocca; ma se ne teniamo presente lo stretto legame con le esperienze della vita, come del resto ci hanno insegnato i Maestri Greci che ne hanno tracciato i primi e ancora indispensabili binari a cui spesso si ricorre quando all’orizzonte si intravedono nuovi scenari, emergono fatti che possono farci assaporare i suoi non lineari e sempre rivedibili esiti con inevitabili ripercussioni sul nostro modo di essere e di agire. Per parafrasare Jean Piaget che nella sua autobiografia parlava di ‘saggezza e illusioni della filosofia’, si può dire che il pensiero, come la vita di ognuno di noi, è un continuo oscillare tra la sua capacità di farci assaggiare il gusto della saggezza e nello stesso tempo un modo per farci  ingoiare le pillole amare delle molteplici illusioni.

Il sapore della saggezza, derivando sempre dal confronto-scontro con le rugosità del reale che ci circonda, consiste nella capacità di formulare un perché delle cose e di trarne  insegnamenti tali da costruirci delle piattaforme più o meno stabili, secondo il senso etimologico della parola  saf  di origine sanscrita che significa ‘certo’, ‘stabile’, ‘sicuro’; in tal modo abbiamo in mano uno strumento a cui diamo affidamento e con esso assaggiamo il gusto di qualcosa di vero e più corrispondente alle logiche del mondo esterno col darci l’illusione di dominarlo almeno sino ad un certo punto. Ma sapendo di giocare sempre in un ambiente pieno di incognite, abbiamo incominciato a raffinare i nostri primi strumenti cognitivi sino a creare le basi del pensiero scientifico, la cosiddetta  episteme  che, secondo una ormai canonica etimologia, sta a significare ‘stare sopra’ e per stare sopra qualcosa bisogna essere certi che sia stabile, sicura e con dei solidi fondamenti; ma la parola episteme, come ci ha insegnato Michel Serres nel suo continuo girovagare tra religioni e scienze nel mondo antico, contiene dentro di sé il prefisso pe che nelle  antiche lingue sacre mediterranee dall’egiziana alla punica, dall’ebraica a quella greca, stava a significare  ‘bocca degli dei’ e nella bocca degli dei non può albergare la falsità.

Da  pe  traggono origine le parole  poesia  e poema, sinonimi di creazione con caratteristiche divine dove non si può mentire col dare identica fisionomia agli stessi  numeri e alla misura della terra; già i Babilonesi, come dice Simone Weil, avevano  operato con una visione ‘divina’ anche se misteriosa dei numeri, ma sono stati i Greci che, grandi facitori di poemi epici, hanno  in seguito in un certo qual modo laicizzato tale fatto sino a dare adito, come dirà Federigo Enriques,  a veri e propri ‘poemi matematici’ con Parmenide e Pitagora e poi Archimede nel gettare le basi razionali del  pi greco. Non è dunque un caso se   pi   ha preso posto nella successiva parola greca e-pi-steme  con l’aprire quella vexata quaestio del carattere ‘divino’ delle matematiche o ‘irragionevole efficacia delle matematiche’ che sta a monte dei percorsi di Galileo sino ad Einstein e Feynman, sino a creare la famosa battuta che ‘solo i matematici parlano con Dio, i fisici parlano con i matematici, e gli altri parlano fra di loro’.

I Greci hanno sviluppato in tal modo una delle prime forme di conoscenza dotata di una intrinseca stabilità concettuale e con particolari procedure formali come la matematica, che però ha avuto bisogno di un altro e più sofisticato strumento concettuale qual è stato la filosofia per capirne il senso e gli ingranaggi e renderla ancora più stabile attraverso l’invenzione della logica. Il lungo e plurisecolare dibattito di natura filosofica sulla validità delle verità matematiche ha portato allo sviluppo della logica matematica, la madre dell’informatica teorica e applicata; questo solo per far capire che dietro tutti i più sofisticati prodotti tecnologici, come quelli attuali, si nasconde un lungo e travagliato lavorio concettuale, lastricato di molte sconfitte e di poche vittorie. E chi, pubblico o privato, avrebbe investito su delle discussioni filosofiche che avrebbero avuto delle applicazioni solo dopo secoli?

In tal modo abbiamo assaporato come genere umano il gusto della verità, ottenuta confidando prima nel carattere ‘divino’ delle matematiche racchiuso nel detto di Galileo che come uomini conosciamo poco, ma quel poco lo conosciamo in maniera ‘divina’, e poi negli esiti tecnologici che tale potere ha permesso di ottenere in diversi campi. Ma tutto questo è il frutto di aver gustato il pensiero ad una sola dimensione che ha portato ad una visione unilaterale della conoscenza, del mondo e della vita; e soprattutto  ha dato mano libera, come diceva già a partire dagli anni ‘70 Michel Serres, all’umanità di coniugare solo il verbo ‘potere’ col creare l’illusione di dominare  le logiche del reale con una sola determinata verità, poi rivelatasi parziale e frutto di mutilazioni varie in seguito ad altre esplosioni intellettuali quali sono state le geometrie non euclidee,  la teoria dell’evoluzione,  la meccanica quantistica, i teoremi limitativi di Kurt Gödel e altre ancora più recenti nel campo delle scienze della vita. Ma sono stati i disastri umani ed esistenziali procurati da un tale atteggiamento, divenuto vera e propria pratica sociale, che ha caratterizzato la modernità col dimostrarsi sempre più aggressivo man mano che rivelava la sua inadeguatezza nel capire che  ogni frutto cognitivo acquisito di per sé  implica una maggiore responsabilità  nei confronti del reale stesso, umano o naturale che sia, ed è sempre una risposta parziale ad un suo intrinseco perché.

Così quella che da più parti è stata vista come una visione nichilistica non è stato altro che prendere atto del gusto amaro sulla nostra pelle del fallimento di illusioni  di impronta assolutista che hanno, però, fatto da stimolo fra Ottocento e Novecento, per la prima volta nella storia umana, ad iniziare a fare i conti teoretici ed esistenziali, sia pure molto faticosamente,  con quelle che già Leonardo Da Vinci quasi timidamente chiamava ‘mille ragioni del reale silente’, molte delle quali la modernità le ha scartate ma non spazzate via;  esse, cacciate forzatamente via da una certa razionalità  unilaterale e ad una dimensione, sono ritornate con tutto il loro precipitato di verità sempre grazie alla ragione polemica di un uomo, diremmo con Gaston Bachelard, ‘anabattista’ spogliatosi di false credenze facilmente manipolabili e nutritosi della ‘ragione del perché no?’ e poi sulla sua scia della ‘ragione polifonica’ con Edgar Morin, più in grado di cogliere i diversi volti del reale e di interrogare con più umiltà ‘gli strazi’ che lo hanno caratterizzato  nella sua lunga storia, come li chiamava il geo-paleontologo e gesuita negli anni ’30 Pierre Teilhard de Chardin nel suo bellissimo  Inno alla materia.

In tal modo abbiamo incominciato ad avvertire  il sapore del pensiero complesso, la cui lenta ma proficua metabolizzazione è ancora in corso, date le molte difficoltà di ingoiare l’amaro in bocca derivato dall’individuare le diverse illusioni coltivate per secoli e di mettere  da parte il loro intrinseco portato ideologico; e la prima delizia del palato, una volta evidenziata e vissuta la falsità di molte narrazioni della modernità con il peso di tutti i naufragi verificatisi soprattutto nel primo Novecento, è quella di assaporare e di tracciare un altro sentiero certamente più impervio, ma necessario e di costruire un orizzonte epistemico frutto di diverse comunità di pensiero e di destino, data per la prima volta nella storia la presa di coscienza della dimensione planetaria e cosmopolitica dei problemi. Ed il pensiero moderno, come ogni autentico pensiero, pur essendo stato l’esito di un confronto-scontro da parte dell’uomo con i propri limiti, fatto che spesso si dimentica anche se pensatori o  savants  alla francese del  calibro di Pascal e Kant ne hanno fatto una delle ragioni di fondo dei rispettivi percorsi, ad un certo punto ha quasi abdicato a questa sua funzione strategica col creare inevitabili false illusioni; il pensiero complesso ci permette di riportare tale questione dei limiti in tutte le diverse articolazioni al centro del nostro pensiero-azione, ci dà gli strumenti razionali non per espungerla dal nostro orizzonte, ma per farla parte integrante delle scelte di vita.

E, come per i Maestri Greci che hanno messo sul tappeto il sapore del pensiero in generale tramutando l’eterna domanda umana del ‘perché’ delle cose in forme di conoscenza con l’obiettivo di farne una cosa stabile, assaporare il pensiero complesso significa prendere atto in modo definitivo in sede teoretica degli innumerevoli ‘perché’, oggetto di ogni sano pensiero filosofico-scientifico, e soprattutto dei molteplici significati di ogni singolo ‘perché’   individuati e tramutati in domande epistemiche, se interrogato rispettandone l’integrità, è in grado di darci. L’unica certezza da trarre dal pensiero complesso è quello di fornirci delle strategie sempre rivedibili per saper convivere sul piano cognitivo ed insieme esistenziale con questa estrema pluralità di significati, intrinseca in ogni reale sui quali non si può mentire come avvertiva lucidamente Simone Weil, una volta però messa al centro di ogni pensiero-azione la problematica dei limiti. Certo assaporare, vivere i limiti significa non edificare più,  come nel recente passato,  gli ‘assoluti-terrestri’ con i loro furori ideologici, come li chiama Dario Antiseri, ma convivere in maniera costitutiva con la fragilità nelle sue diverse varianti da quella cognitiva a quella umana più in generale; e chi come individuo o come comunità  assaggia, come hanno fatto i Greci, il sapore più nascosto del pensiero che indaga e che è andato oltre il ‘puro dato’ come diceva Federigo Enriques,  mantiene sempre vigile il lume della ragione contro i propri eccessi e non a caso fornisce le basi del vivere democratico che fa della sua fragilità un punto di forza da coltivare continuamente.

In tal modo si può gustare appieno il sapore del pensiero complesso che riarticola su nuove basi, grazie a queste diverse anime che si nutrono a vicenda dove ognuna grazie al contributo veritativo delle altre non prende mai il sopravvento e si arricchisce di inedite prospettive, il percorso  kantiano dove   conoscenza, responsabilità e speranza non possono essere separate, ma orientate a fornirci una piattaforma per un pensiero-azione più in grado di soddisfare le esigenze dell’umanità contemporanea alle prese con sfide inedite.


FontePhoto by Avery Evans on Unsplash
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Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.

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