
La percezione del rischio, infatti, non dipende soltanto dalla conoscenza tecnica di un pericolo. Entrano in gioco anche l’esperienza personale, le abitudini, la fiducia nelle proprie capacità, il comportamento dei colleghi e il contesto organizzativo.
L’11 ottobre, a Longarone, ANMIL dedica uno spazio alla letteratura durante la 76ª Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro. La presentazione di Crimini della sicurezza di Yuleisy Cruz Lezcano offre l’occasione per riflettere su come raccontare le vite, gli affetti e i sogni delle vittime possa contribuire a costruire una cultura della prevenzione. La sicurezza sul lavoro si impara attraverso le norme, la formazione e la conoscenza dei rischi. Ma si costruisce anche attraverso le emozioni, i valori e la capacità di comprendere che dietro ogni lavoratore esiste una vita che merita di essere protetta. È su questo rapporto tra psicologia, memoria e prevenzione che si può leggere la scelta di ANMIL di dare spazio alla letteratura durante la Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro, in programma domenica 11 ottobre a Longarone, in provincia di Belluno.
La percezione del rischio, infatti, non dipende soltanto dalla conoscenza tecnica di un pericolo. Entrano in gioco anche l’esperienza personale, le abitudini, la fiducia nelle proprie capacità, il comportamento dei colleghi e il contesto organizzativo. Un rischio conosciuto teoricamente può apparire lontano, soprattutto quando un’operazione viene ripetuta ogni giorno e la familiarità finisce per attenuare la percezione del pericolo. Al contrario, comprendere le conseguenze concrete di un incidente può rendere più evidente il valore delle misure di protezione.
Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 sulla rivista scientifica Safety Science, firmata da Giulia Priolo, Michela Vignoli e Karina Nielsen, ha analizzato 89 studi sulla relazione tra percezione del rischio e comportamenti di sicurezza nei lavoratori esposti a pericoli fisici. I risultati indicano un’associazione positiva in molti studi, pur con risultati eterogenei. Gli autori sottolineano in particolare l’importanza di considerare anche la dimensione emotiva della percezione del rischio, spesso trascurata nella formazione professionale.
Le emozioni, dunque, possono aiutare a rendere il rischio più comprensibile e vicino all’esperienza quotidiana. La paura, da sola, non basta: può persino generare evitamento o paralisi. La prevenzione più efficace accompagna invece il coinvolgimento emotivo con informazioni chiare, competenze pratiche, fiducia nella possibilità di agire e condizioni organizzative che consentano davvero di lavorare in sicurezza. È qui che entra in gioco la narrazione. Una norma spiega che cosa deve essere fatto; una storia può aiutare a comprendere perché quella norma riguarda la vita di ciascuno. Leggere di un giovane che esce di casa per andare al lavoro, dei suoi progetti, delle persone che lo aspettano e delle conseguenze della sua morte significa avvicinarsi alla realtà dell’infortunio attraverso una prospettiva umana. Il lavoratore smette di essere una figura astratta e diventa una persona riconoscibile, con legami e responsabilità affettive. La sicurezza acquista così un significato che va oltre l’adempimento: proteggere la vita significa proteggere anche tutto ciò che quella vita rappresenta.
La ricerca sulla comunicazione narrativa offre indicazioni interessanti. Uno studio pubblicato nel 2025 sul Journal of Occupational Health Psychology, intitolato More than facts: How stories shape safety intentions, ha esaminato come le storie possano influenzare le intenzioni legate alla sicurezza. In due esperimenti, il coinvolgimento nella narrazione è risultato un meccanismo importante per orientare le intenzioni di sicurezza, mentre non è stato rilevato un effetto equivalente sui risultati dei test di conoscenza. È una distinzione significativa: una storia può stimolare attenzione e motivazione, ma deve essere affiancata da formazione concreta e verifica dell’apprendimento.
Il valore delle emozioni emerge soprattutto quando si raccontano le vittime delle morti sul lavoro. La cronaca registra l’incidente, il luogo, le circostanze e l’età. La letteratura può spingersi oltre, ricostruendo la quotidianità di chi è morto: le amicizie, le passioni, le relazioni familiari, i progetti professionali e i sogni ancora da realizzare. Può dare spazio anche a chi sopravvive a un infortunio e deve convivere con una menomazione, affrontando un percorso di riabilitazione e una trasformazione profonda della propria identità e della propria vita.
Raccontare queste esperienze significa accompagnare la memoria delle famiglie e permettere alla collettività di riconoscere il costo umano degli incidenti. Significa anche interrogarsi sulle condizioni che precedono una tragedia: la formazione ricevuta, l’organizzazione del lavoro, la gestione dei rischi, la pressione sui tempi e la possibilità concreta di fermare un’attività pericolosa. L’attenzione alle emozioni non deve trasformarsi in una ricerca di colpe individuali o in una semplice commozione momentanea. Deve favorire una riflessione sulle responsabilità e sulle misure necessarie per evitare che eventi simili si ripetano.
Per questo la letteratura può avere un ruolo importante anche nelle scuole e nella formazione professionale. Le testimonianze dirette, i racconti, la poesia, il teatro e i documentari possono affiancare le lezioni tecniche, aiutando studenti e lavoratori a discutere di rischio, responsabilità e diritti. L’incontro con chi ha subito un infortunio o con i familiari di una vittima può rendere concreto ciò che i manuali descrivono in termini generali. La narrazione, se inserita in percorsi didattici strutturati, può contribuire a costruire valori condivisi e a rafforzare la consapevolezza che la sicurezza è una responsabilità individuale, organizzativa e collettiva.
È in questa prospettiva che si colloca la presentazione di Crimini della sicurezza, il libro di Yuleisy Cruz Lezcano, pubblicato da Il Ponte Vecchio, prevista durante la giornata ANMIL dell’11 ottobre a Longarone. Attraverso racconti e poesie, l’autrice restituisce spazio alle vite delle persone morte sul lavoro, alle reti di affetti che le circondavano e ai desideri rimasti incompiuti. Il libro porta nella giornata della commemorazione una dimensione essenziale: la possibilità di incontrare le vittime attraverso la loro umanità, oltre le circostanze della morte.
La scelta di ANMIL assume un significato particolare in un evento che riunisce istituzioni, lavoratori, famiglie e persone che convivono con le conseguenze di un infortunio. La memoria diventa così un’occasione di confronto sul presente e sulle azioni necessarie per rafforzare la prevenzione. A Longarone, territorio segnato dalla tragedia del Vajont, il ricordo richiama il rapporto tra responsabilità, tutela della vita e conseguenze delle decisioni umane.
La letteratura non sostituisce le leggi, i controlli, la formazione obbligatoria o gli investimenti nella sicurezza. Può però contribuire a dare significato a questi strumenti, facendo comprendere che ogni procedura protegge qualcosa di prezioso: una persona, una famiglia, una possibilità di futuro. Quando le emozioni sono accompagnate dalla conoscenza, possono rafforzare l’attenzione, stimolare il confronto e sostenere comportamenti più consapevoli.
La prevenzione comincia dalla conoscenza del rischio, ma trova una ragione profonda nella consapevolezza del valore della vita. Raccontare le storie delle vittime significa mantenere viva questa consapevolezza anche dopo la fine della commemorazione, affinché la memoria possa tradursi in formazione, responsabilità e cambiamento concreto. Perché dietro ogni lavoratore ci sono persone che lo aspettano, progetti che meritano di continuare e una vita che la sicurezza ha il compito di proteggere.


























