Un’opera che testimonia l’incontro della civiltà italiana con quella cinese.

Le relazioni culturali ed economiche tra Italia e Cina attualmente sono decisamente intense; oltre ai programmi “Marco Polo” e “Turandot”, ormai avviati da più di dieci anni, che favoriscono l’inserimento degli studenti cinesi nelle università italiane, l’anno scorso c’è stato l’ingresso del nostro Paese nella “Nuova Via della Seta”, il piano di investimenti da centinaia di miliardi di dollari del governo cinese che coinvolge decine di stati in Asia, Africa ed Europa.

Con questo articolo però non voglio parlare degli attuali rapporti tra Cina e Italia; piuttosto, vorrei tornare un po’ indietro nel tempo, a quando le nostre due civiltà hanno cominciato ad avere rapporti stabili e proficui, soprattutto dal punto di vista culturale, concentrandomi sul ruolo importante che hanno avuto le missioni cattoliche, in particolare quelle dei gesuiti. Relazioni molto fruttuose ma non prive di tribolazioni, sia in passato che ai giorni nostri, visto che attualmente la Repubblica Popolare Cinese e la Città del Vaticano non hanno relazione diplomatiche, anche se a livello non ufficiale Santa Sede e governo cinese sono costantemente in contatto.

Sicuramente il missionario gesuita più noto è Matteo Ricci da Macerata (nome cinese Li Madou利玛窦) che, arrivato a Pechino nel 1601 dopo circa vent’anni trascorsi tra Macao e altre città cinesi, tra cui Nanchino, vi rimase fino alla sua morte avvenuta nel 1610. È molto probabile che Franco Battiato si riferisse soprattutto a lui quando cantava di gesuiti vestiti come bonzi (monaci buddisti di basso rango) per entrare a corte dell’imperatore della dinastia Ming, anche se è curioso il fatto che in realtà Matteo Ricci fu il primo monaco straniero a togliersi gli abiti da bonzo, che aveva indossato durante i suoi anni di soggiorno nel Sud della Cina, proprio poco prima di arrivare a Pechino, per vestire i panni più consoni di letterato. In questo periodo, Padre Ricci inaugurò la prima missione cattolica a Pechino e fu tra i primi missionari europei a tradurre in cinese opere di filosofia, geometria euclidea, astronomia e geografia, con lo scopo di far conoscere alla corte dell’allora imperatore Shenzong gli elementi fondamentali della scienza e del pensiero occidentali. Matteo Ricci realizzò il primo Atlante geografico completamente in lingua cinese, e dovette farlo ponendo la Cina al centro del mondo, visto che in cinese Cina si dice Zhongguo (中国) che significa proprio “Terra di mezzo” o “Terra al centro”, e per l’Imperatore e la sua corte, una mappa eurocentrica sarebbe stata un sacrilegio. Molti dei toponimi utilizzati da lui allora, sono tuttora in uso. Il suo lavoro fu contrassegnato da dedizione, precisione e rispetto per il Paese che l’ospitava, anche se polemizzò con i buddisti. Per manifestare la sua ammirazione nei confronti della cultura cinese, Matteo Ricci studio i classici confuciani, e si può dire che il cristianesimo da lui predicato fu un una religione sincretica che potremmo definire cristiano-confuciana.

L’imperatore Shenzong riconobbe pienamente il suo contributo allo sviluppo della civiltà cinese e fece tumulare con tutti gli onori la sua salma nel cimitero dei missionari stranieri, attualmente incorporato al parco di una scuola di partito che ho visitato qualche anno fa.

Un altro missionario gesuita meritevole di essere menzionato è sicuramente il milanese Giuseppe Castiglione, che arrivò a Pechino più di cent’anni dopo Matteo Ricci (nel 1715) e, come il suo illustre predecessore,  mostrò grande considerazione per la cultura locale, imparando perfettamente il mandarino e forse anche il mancese, la madrelingua della dinastia Qing, allora regnante. È da notare, per curiosità storico-culturale, che nel corso della sua storia, l’Impero cinese ha visto salire al potere alcune dinastie “straniere”, tra cui i mongoli “Yuan” e i mancesi “Qing”, ma in tutti questi i casi fu la cultura “Han”, quella della popolazione assoggettata, a prevalere su quella del ceto dominante, tanto che furono sempre i “conquistatori” ad essere assorbiti dalla lingua e dalla cultura cinese, e mai il contrario. Un chiaro esempio di ciò è il destino della lingua mancese che, a poco più di cent’anni dalla caduta della dinastia Qing, può ormai considerarsi una lingua estinta.

Lang Shining (郎世宁), questo era il suo nome cinese, fu anche un pittore di notevole talento, ed è stato l’oggetto di uno dei miei esami di Storia dell’arte orientale all’ università. Con le sue opere, Castiglione dette un contributo importante allo sviluppo dell’arte pittorica in Cina, servendo tre generazioni di sovrani, gli imperatori Kangxi, Yongzheng e Qianlong, fino alla sua morte sopraggiunta nel 1766.

Uno dei suoi dipinti più rappresentativi di Castiglione è il ritratto dell’Imperatore Qianlong a cavallo, dipinto nel 1758. L’opera è attualmente conservata al Museo della Città Proibita di Pechino, anche se io la prima volta non l’ho ammirata lì, ma al Museo del Corso di Roma nel 2007, in occasione di una mostra sui capolavori della Città Proibita in cui furono esposti circa 300 pezzi provenienti dalla capitale cinese.

Quest’opera, che raffigura Qianlong a cavallo in abiti da parata, è un dipinto a inchiostro su tela, e secondo me è un’opera che ben rappresenta il connubio tra l’arte pittorica cinese e quella italiana, o europea in generale, perché contiene elementi di entrambi gli stili pittorici, a cominciare dal materiale utilizzato: l’inchiostro, usato da millenni nella pittura cinese, e la tela, che soprattutto a partire dal XVI secolo è stata ed è ancora il supporto principale dei dipinti in Europa ma che era sconosciuta in Oriente.

Come nella tradizione cinese, l’imperatore è raffigurato in un momento solenne, in questo caso una grande parata in cui il sovrano passa in rassegna le truppe imperiali. Al contrario della ritrattistica cinese, però, il dipinto è molto realistico, con i dettagli dell’armatura e delle armi ritratti in maniera molto accurata e con la resa tridimensionale delle figure dell’imperatore e del suo cavallo, donando al ritratto un’idea di movimento che era assente nei ritratti cinesi prima di allora. Un altro aspetto che mostra in maniera abbastanza evidente la fusione dei due stili è il paesaggio; le montagne sullo sfondo sono dipinte secondo i canoni della pittura paesaggistica cinese, con colori sfumati e linee non marcate, mentre la vegetazione è dipinta in uno stile che ricorda quello delle nature morte occidentali, con linee e colori ben marcati.

Una curiosità su questo dipinto è che l’armatura indossata da Qianlong è visibile ancora oggi, essendo esposta anch’essa nel Museo della Città Proibita, e questo ci permette di verificare con i nostri occhi l’accuratezza di Castiglione nel riprodurre i dettagli dell’abbigliamento del sovrano nel suo dipinto.

All’imperatore, che al momento del ritratto aveva 47 anni ed era al suo venticinquesimo anno di regno, piacque molto questo dipinto. Qianlong, come suo padre e suo nonno prima di lui, stimava molto Castiglione e instaurò con lui un rapporto di vera amicizia, tanto che la morte del missionario, che fu sepolto con gli onori riservati ai funzionari di alto rango, addolorò molto il sovrano. A dimostrazione di ciò, sulla stele della tomba del monaco milanese, anch’essa sita a Pechino, è tuttora leggibile un epitaffio scritto e fatto incidere dall’imperatore in persona.

La produzione artistica di Giuseppe Castiglione fu enorme, e la maggior parte di queste opere sono attualmente conservate al Museo della Città Proibita di Pechino e al Museo di Palazzo di Taipei.

Un altro dei suoi capolavori, frutto dell’unione dell’arte cinese con quella italiana ed europea, è il contributo dato alla realizzazione dello Yuanming Yuan, da noi conosciuto come il “Vecchio Palazzo d’Estate”, progettando le fontane e le decorazioni dei padiglioni del palazzo. Questo sarà l’argomento del mio prossimo articolo, se avrete voglia e tempo di leggerlo.


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