«Le parole hanno il potere di distruggere e di creare. Quando le parole sono sincere e gentili possono cambiare il mondo»

(Buddha)

Essere in debito con qualcuno comporta che, prima o poi, l’obbligo lo si estingua poiché, così facendo, si possa mantener un’armonia tra il creditore e l’obbligato.

Questi due soggetti si dovranno somigliare, almeno sotto il profilo etico, in quanto, sia da una parte, sia dall’altra, non sfugga e resti schiva la parola data, né per ragioni opportunistiche, né per ripensamenti soggettivi, maturati al solo scopo, appunto, per venir meno all’impegno preso, fatto a suon di assensi e di fiducia reciproca.

Nei casi in cui l’atteggiamento contegnoso di una persona, sia il suo biglietto da visita, sarà pure che il “piccolo stampato” risulti, assolutamente, che si riferisca, non solo al nome e cognome, al numero di telefono e all’indirizzo di casa, ma ad una garanzia, ad una sicurezza esplicita a trecentosessanta gradi. Stiamo parlando di un contegno serio e non informale; di persone che esercitano compostezza con meno sussiego possibile, ma con modestia e cordialità.

La parola data, tra persone equilibrate, ha sempre un sostanziale peso. Non è una scatola di cartone: vuota e lasciata per strada, dove le prime folate di vento se la portano seco. Non è nemmeno un acquisto fatto e  confezionato in quel di Forcella o nel mercato della Maddalena a Napoli, assai più sbalorditivo e ingannevole, oppure ad un ovetto con la sorpresina, attesa dal bambino per appagarsi dell’istante in cui la tocca con mano.

La parola assume una forma più che olografa e, quindi, veste di una tale autorità e chiarezza, da non suscitare dubbi e sgradevoli strascichi di inadempienze a promesse fatte, a patti raggiunti, presi, concordati.

Certo è che, il contingere, il toccar per mano, il venire a contatto con la realtà, quasi sempre lascia piccole delusioni se durante le aspettative si “alterano”, si “dilatano” le immagini del desiderato.

Come si metterebbe, qualora prendessimo ad esempio la parola e le promesse, con i patti a voce e quelli scritti e protocollati, prodotti dai politici? Cosa ne sarebbe degli intrallazzoni, dei portaborse, i giannizzeri, gli spalleggiatori e i tanti lacchè, se solo si aprisse il giusto obiettivo per fotografarli per quel che sono?

A conti fatti si può prendere atto  del relativo importo, come con l’esperienza si dovrebbe conoscere e  distinguere una gallina padovana da uno struzzo; anche se, tra un pennuto e l’altro, chi perde sempre le penne, siamo noi sprovveduti.

Osannare il prodotto della nostra fantasia, prima ancor che si faccia realtà, sarebbe come mettersi al sicuro, da un leone aggressivo, arrampicandosi su di una quercia, per poi scoprire di trovarsi in compagnia di un giaguaro.

È di questi giorni la notizia dell’ennesimo disastro, causato a suon di razzi dalla contraerea ucraina, di un aereo russo, abbattuto: un Ilyushin II-76, del quale, le due parti in guerra, Russia e Ucraina, la menano a proprio interesse e…piacimento. I russi affermano che trasportava prigionieri ucraini per uno scambio con quelli russi, mentre gli ucraini sostengono che si tratti di una bufala e che l’aereo-cargo trasportasse armi per le postazioni russe.

In questo caso? Nessuna veridica soluzione, nemmeno optando per una via di mezzo si conseguirebbe la pura verità. Il frangente in causa, mostra quanto cinismo e quanta falsità si elargisce per addivenire ad una posizione di comodo, di speculativo interesse, sia materiale sia di facciata.

In un dissidio bellico, quasi sempre, l’autentica posta in gioco, è il disprezzo per la vita: è la filosofia dei cinici.  Sfugge ad ogni analisi di buon senso, la ponderabilità, il “peso” di ogni promessa fatta e di patti, anzitempo sottoscritti, per farli diventare, inadempienti e temporanee panacee o delle mine a tempo.

Lo strumento bocca arriva ad insufflare le parole, più disarmoniche, laddove viene a mancare la sufficienza necessaria per un diverbio. Di gufi, ciarlatani, smargiassi e portinaie, ahimè, ne abbiamo a uffa e, naturalmente, non serve cercarseli, né incrementarne la specie.

Assai volte si passa dalle parole ai fatti, mentre altre volte sono i fatti a giustificarne quelle espresse in  critica. Ma è sempre il peso equilibrato che, della parola, ne fa il giusto mezzo per la comprensione e l’affidamento di garanzia, tra persone assennate.

Tale rimane, una parola vuota, spesa gratuitamente, oppure ad elevato esborso altrui, in attesa di un vento ostile che la propaghi tra gli animi, in eterno subbuglio esistenziale.

«Le sue parole salivano e scendevano come le palle colorate di un giocoliere, e dentro di esse non c’erano il giusto, il vero e il bene, non c’era neanche la coscienza, c’era solo aria»  (Fabrizio Caramagna).


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Salvatore Memeo è nato a San Ferdinando di Puglia nel 1938. Si è diplomato in ragioneria, ma non ha mai praticato la professione. Ha scritto articoli di attualità su diversi giornali, sia in Italia che in Germania. Come poeta ha scritto e pubblicato tre libri con Levante Editori: La Bolgia, Il vento e la spiga, L’epilogo. A due mani, con un sacerdote di Bisceglie, don Francesco Dell’Orco, ha scritto due volumi: 366 Giorni con il Venerabile don Pasquale Uva (ed. Rotas) e Per conoscere Gesù e crescere nel discepolato (ed. La Nuova Mezzina). Su questi due ultimi libri ha curato solo la parte della poesia. Come scrittore ha pronto per la stampa diversi scritti tra i quali, due libri di novelle: Con gli occhi del senno e Non sperando il meglio… È stato Chef e Ristoratore in diversi Stati europei. Attualmente è in pensione e vive a San Ferdinando di Puglia.

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