L’umanesimo globale, planetario e rigenerato, secondo Ceruti-Morin deve essere una condizione sine qua non di quella che chiamano ‘la nostra Europa’

In questi ultimi decenni, da più parti e in diverse costellazioni del sapere sta emergendo con tutta la sua portata innovativa il cosiddetto pensiero complesso sino a diventare non solo una metodologia di ricerca, ma una visione del mondo imprescindibile per affrontare e cercare di risolvere diversamente i problemi emergenti in ogni ambito dell’azione umana; tutto questo è stato possibile, prima, sin dagli anni ’60 del ‘900 grazie alla vasta produzione di Edgar Morin in Francia, e poi, grazie ai lavori di Mauro Ceruti in Italia  a partire dal  celebre volume, a sua cura, Le sfide della complessità del 1985 con la partecipazione dei maggiori studiosi del tempo, poi seguito da altri importanti come Il vincolo e la possibilità (1986), Evoluzione senza fondamenti. Soglie di un’età nuova (1995), riproposti recentemente (2007, 2009 e 2019). Altrettanto importanti per meglio capire il percorso teoretico di Ceruti sono gli ultimi volumi  a partire da La nostra Europa del 2013, volume scritto con Edgar Morin, La fine dell’onniscienza del 2014  ed Il tempo della complessità del 2018, lavori che vengono ad arricchire da un lato le problematiche epistemologiche relative alla natura delle ultime scoperte nell’ambito delle teorie dell’evoluzione e dall’altra a mettere in risalto la necessità di una educazione al pensiero complesso, ritenuto indispensabile per affrontare le nuove questioni planetarie, a partire dai processi di globalizzazione, processi guidati a volte da logiche sconosciute in grado di ribaltare i destini dell’intera umanità; questo spiega anche le ragioni del suo impegno in ambito politico e pedagogico come Senatore della Repubblica (2008-12)  in qualità di Presidente della Commissione del MIUR incaricata di elaborare le Indicazioni per il curricolo per la Scuola dell’Infanzia e per il primo ciclo di istruzione.

Uno degli obiettivi costanti  di Ceruti, sin dai primi scritti, è stato quello di illustrare la genesi e l’indispensabilità del pensiero complesso o dell’epistemologia della complessità, ritenuta una strategia in grado di fare emergere la necessità insieme alla loro autonomia di una pluralità di spiegazioni del reale che hanno rotto i fondamenti di qualsiasi discorso di tipo normativo e unidirezionale; esso si è sviluppato prendendo sempre più coscienza del fatto che tutte le pur importanti narrazioni prodotte dalla modernità erano basate essenzialmente su logiche tendenti a semplificare le leggi che stanno a monte del reale e idealizzare i costrutti teorici, per lo più di natura fisica, escogitati per interpretarlo con eliminare così tutto ciò che non rientrava in essi col mettere da parte le sue diverse rugosità, intese come scarti o dettagli insignificanti. Ma a partire dall’Ottocento e soprattutto con le cosiddette rivoluzioni nella profondità, quella dello spazio con Riemann e quella del tempo con Darwin, si è man mano preso coscienza dell’esistenza di diverse logiche sottostanti l’universo, quello cosmologico dell’infinitamente grande e quello del vivente dell’infinitamente piccolo, logiche che hanno attraversato lo sviluppo della vita e che spingono verso una visione integrale del reale; questo spiega il lungo sforzo di Ceruti teso a comprendere la specificità dei cosiddetti sistemi complessi tali nella misura in cui hanno permesso l’irruzione della variabile tempo nei loro stessi ‘fondamenti’. Essi si sono resi necessari in seguito al loro emergere soprattutto nelle diverse discipline biologiche, caratterizzate dal fatto che propongono una dinamica storica dei sistemi viventi con tutto il corredo di eventi in grado di produrre elementi contingenti al di là di ogni visione fondativa e finalistica.

Ma ciò che caratterizza il percorso di Ceruti e quello dello stesso Morin, sin dall’inizio e soprattutto negli ultimi scritti, oltre all’attenzione sempre presente e  con l’invito esteso a tutti ad educarsi a pensare secondo complessità, è il risvolto etico, politico a antropologico del loro discorso in quanto si ritiene necessario oggi più che mai passare dalla teoria alla prassi, ad agire nel concreto umano ed in ogni situazione socio-economica secondo le nuove modalità di una visione integrale dei problemi; sono da tenere presenti  quelle che chiama con Morin le direttive del nuovo ‘umanesimo planetario’ o ‘umanesimo rigenerato’, dove  devono essere abbandonate le vecchie pretese di sapere tutto in maniera essenziale  e nello stesso tempo di incominciare a fare i conti con le diverse implicazioni delle azioni umane. Se con Michel Serres, un altro filosofo ed epistemologo francese fautore di una epistemologia delle interrelazioni scomparso qualche anno fa, si può dire che l’umanità per vari secoli ha coniugato solo il verbo ‘potere’, oggi più che mai tale verbo deve essere necessariamente coniugato col verbo ‘dovere’, pena il venir meno delle condizioni che hanno reso possibile quella cha chiama ‘biogea’;  c’è bisogno di rifondare le basi insieme teoriche, morali e spirituali di un nuovo umanesimo, come già diceva Simone Weil nel suo ultimo lavoro, significativamente intitolato L’Enracinement, dopo le profonde analisi delle cause che avevano portato alle macerie provocate dal secondo conflitto mondiale.

L’umanesimo globale, planetario e rigenerato secondo Ceruti-Morin deve essere una condizione sine qua non  soprattutto di quella che chiamano ‘la nostra Europa’, in quanto posto dove è sorto l’Umanesimo,  e del mondo intero, frutto della presa di coscienza di quella che si ritiene oggi più che mai indispensabile e cioè ‘un’universale condizione cosmopolitica’, già del resto  individuata in Immanuel Kant, dove si gioca il destino del vivente e con esso dell’uomo; per questo si parla delle ‘molte nascite dell’umanità’ nel corso dei millenni, della sua ‘storia creatrice’ sino a costituire una ‘specie incompiuta’, ma caratterizzata dal fatto  che si è coevoluta con altre forme di vita in  loro stretta relazione dove  è venuta a prendere piede quella che viene chiamata ‘evoluzione senza fondamenti’, cioè dove nulla è predeterminato in anticipo, frutto della flessibilità contingente della biosfera, di quelli che prima Leopardi chiamava ‘li continui rivolgimenti della materia’ e poi nel primo ‘900, nell’Inno alla materia del 1931, il gesuita francese, scienziato e teologo Pierre Teilhard de Chardin, definiva ‘gli strazi della materia’ da cui scaturisce la stessa singolarità dell’uomo.

“L’umanesimo divenuto planetario richiede che solidarietà e responsabilità… siano estese alla comunità di destino planetaria. La presa di coscienza della comunità di destino terrestre deve essere l’evento chiave del nostro secolo. Siamo solidali in questo pianeta e con questo pianeta. Siamo essere antropo-biofisici, figli di questo pianeta, che è la nostra Terra-Patria”; questi importanti concetti di Morin-Ceruti, anche se sono stati esposti in un recente scritto, hanno accompagnato il loro intero comune percorso e hanno trovato una importante sponda nella Laudato sì di Papa Francesco, le cui direttive di fondo possono essere meglio comprese e soprattutto messe in pratica tenendoli programmaticamente presente. E questo assume ancora un maggiore significato, cioè la coincidenza di un risultato raggiunto dal mondo del pensiero insieme con le scelte pastorali di un pontefice nutritesi anche di quelle idee, soprattutto in un momento come quello odierno in cui il mondo sembra lacerato da devastanti conflitti anche di natura ideologica.

TRA LA RUGOSITÀ DEL REALE:

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FonteIn copertina: Edgar Morin
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Mario Castellana
Mario Castellana, docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.

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