La vita può fluttuare, può capovolgere il cielo e far franare la terra sotto i piedi.

La vita può alleggerire l’anima o spargerla nel vento o farla proliferare fra petali leggeri ed esili.

La vita può avere l’indirizzo del mare e piantarsi lì a fissarlo per ore, quasi fosse un canovaccio d’attesa ingannatore fino a rendere inaccessibile la riva dei desideri.

La vita prende, chiude in cerchi, sposta zolle, abbina i cambiamenti senza promesse, senza vincitori né vinti, senza dare un nome preciso alla felicità, neutralizzando le attese e l’impeto di sogni.

La vita è a Limnionas, un promontorio a nord-est di Kos dove il mare non sempre è gentile e in mezzo a tanta roccia sprofonda un silenzio che o accarezza come brezza soave o mette a dura prova e acuisce la rabbia.

In questo fazzoletto di mare, cielo e roccia Luciana De Palma, insegnante di scuola primaria con numerose pubblicazioni in attivo, nel suo romanzo “Il mulino blu” pubblicato con Florestano Edizioni, ambienta le radici di Iris, donna dal nome di un fiore, delicata e tenace al contempo.

Come un fiore, forzato all’immobilità, sono rimasta sulle sponde dell’esistenza a guardare le onde andare e tornare. Conosco tutto di questo mare che un giorno mi diede la felicità e il giorno dopo me la rubò.

In verità non esiste un codice preciso di felicità ma una lingua dell’anima che bisogna imparare ad ascoltare, anche quando sembra remare contro perché ora dopo ora, giorno dopo giorno, le sorprese pongono altre domande e inchiodano nell’ansia finché non si percepisce nell’aria il rombo di una risposta.

Erastos per Iris è il cambiamento tanto atteso e la memoria da salvaguardare e custodire dopo la sua morte.

Il tempo è un lattante mai sazio, ribadisce con forza l’autrice in uno stile evocativo e molto suggestivo.

Il tempo non sempre calza a pennello come un vestito giallo e insinua nelle pupille a bruciapelo una profondità di ritorno che disorienta, innamora, infuoca e irrita.

Il tempo zittisce esattamente come il mare, ribalta barche dentro e diffonde l’odore di legno marcio misto alle alghe, espone al mistero di un chiarimento che resta nascosto nella coltre di un buio indecifrabile.

Il mare, dal canto suo, ha il volto del passato e il profilo di un futuro che giungerà a dissolvere le ombre, perché se è vero che il mare toglie, è altrettanto vero che deve risarcire il dolore passando attraverso il dubbio e il tormento.

Nel mezzo c’è Alekos, il figlio che non spiegherà mai ad Iris in che modo è morto Erastos.

Il dolore traccia un solco che non è uguale a se stesso, solido come la terra, prepotente come il cielo, pungente come uno schiaffo in viso che assomiglia a una sconfitta.

Nell’alternanza delle stagioni funambola di emozioni in espansione, pronte a contrarre l’impronta della morta, Iris s’affanna a resistere.

Il dolore non è la premessa di nulla ma è l’epilogo di qualcosa, tenta di convincerla invano Costa, troppo legato a un palcoscenico prestabilito su cui ognuno ha una parte ben precisa da recitare al meglio.

Non basta chiudere gli occhi e far finta di nulla! Chi ha radici si lega al mare vincolando la sua anima alle onde volubili e incostanti.

Forse, a volte, è bene rallentare, scalare le marce, adattarsi alla corrente per andare comunque avanti.

Può la novità di un mulino ridipinto di blu da un tedesco mettere in discussione l’appartenenza a un territorio e alle sue tradizioni?

Iris non ha paura di schierarsi dalla parte della novità perché può essere l’inizio del cambiamento tanto atteso.

Jürgen potrebbe salvarla perché la vita non fa sempre a pugni e, dopo aver deposto l’armatura, premia mutando il calco dei ricordi.

Tra pennellate di blu che richiama il cielo e il mare, mentre i turisti affollano ancora le spiagge per poi recarsi al ristorante dove Dimitri offre menù succulenti, la libertà riannoda i fili spezzati dalla prima virata.

Com’è che nell’universo a volte ci si sente sempre esuli? I viaggi di ritorno cominciano quando ci si sente pronti, quando di curva in curva la visione della vita torna limpida, quando tra precisi simboli l’amore fa nuovamente capolino.

Ma se non si è fedeli ai sogni, se tra l’imbarazzo e il tono di voce intransigente non si stempera l’alfabeto di una rinascita, si resta orfani mentre gli altri puntano l’indice contro.

Spesso l’errore consiste nel tentativo di dare una misura a tutto e di adattarla a ogni distanza.

Può nascere la pace da una nuova formula per il futuro? O da una manciata di sillabe che simulano un commiato?

La terra ha le dimensioni delle nostre speranze, dei nostri desideri. Il lettore lo avverte pagina dopo pagina. Il mare può anche attraversare il cervello insieme alla paura ma prima o poi, a guardarlo meglio, farà decollare lo sguardo su un orizzonte sconfinato.


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Angela Aniello
Angela Aniello è nata a Bitonto nel 1973, si è laureata in Lettere classiche e dal 1998 insegna nella scuola secondaria di primo grado. Da tempo si dedica alla scrittura come vocazione dell’anima. Ha pubblicato nel 1997 il racconto “Un figlio diverso” edito da Arti Grafiche Savarese e, nel 2005, ha pubblicato anche una raccolta di poesie dal titolo “Piccoli sussurri” edito da Editrice Internazionale Libro Italiano. Ha vinto il concorso nazionale Don Tonino Bello nel 1997 e nel 2004, ha conquistato il secondo premio a un certamen di poesia latina, Premio Catullo ad Acerra (Na) e nel febbraio del 2006 è arrivata il suo quarto premio al concorso di poesia d’amore Arden Borghi Santucci. Quest’anno (precisamente a giugno 2018) ha vinto il terzo premio di poesia e il primo premio per il racconto “Anche la paura puzza” al Concorso “La Battaglia in versi”.

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