Imparando dai nodi

L’irrisolto ci attanaglia. Il problem solving sembra una missione quotidiana, più che una competenza limitata al curriculum vitae. Perché spesso sembra di vivere per risolvere problemi, nostri e altrui. E arrivare a fine giornata senza averli risolti tutti può diventare una fonte di ansia non indifferente.

Questioni sospese, discorsi da riprendere, addebiti erronei, accrediti mancati, scartoffie da terminare, incombenze burocratiche da smaltire, elettrodomestici da riparare, telefonate da fare, libri da finire, esami da preparare, angoli di casa da riparare, ferite da tenere d’occhio, relazioni da reimpostare. A volte, tutto è semplicemente troppo. E, se proprio non si può rinunciare, occorrerebbe almeno dilazionare, sospendere qualcosa e concentrarsi sulle urgenze reali.

Altre volte, invece, la questione può diventare più spinosa, perché qualcosa reclama di restare insoluto. Certo, una società della performance non può accettarlo. Dunque, non lo accettiamo nemmeno noi, che continuiamo caparbiamente a cercare soluzioni a tutto, come se ogni nostro giorno fosse un cruciverba della settimana enigmistica, a caselle fisse, a definizioni nette, a completezze da garantire. Del resto, tra le virtù più in voga oggi, c’è proprio l’essere “risoluti”, ossia “pronti a re-solvere”, a “sciogliere problemi”, a “trovare soluzioni immediate”.

Non tutto però può essere risolto, né subito, né dopo. Succede, cioè, che certe soluzioni, trovate a prezzo di sfiancanti analisi, bramate solo per paura di lasciare qualche casellina vuota, si rivelano peggiori del vuoto stesso, del nodo che non si scioglie. E dovremmo seriamente iniziare a prendere in considerazione l’ipotesi che va bene così. Anche perché spesso pretendiamo da volti e fatti del nostro presente di sciogliere nodi di un passato che non li riguarda, di cui non hanno alcuna responsabilità, semplicemente perché non l’abbiamo nemmeno noi. Si soffre, ci si svuota a volte fino al midollo, si resta cavi e segnati, perché il mistero del male ci tocca tutti, dal primo all’ultimo e può accadere che alcune cicatrici restino ben visibili, fastidiose e doloranti, e che alcuni vuoti restino tali, atti solo a rimandarci indietro l’eco dei nostri gemiti. Ci sono cose, insomma, irrisolvibili.

Che fare? Imparare a conviverci e trovare in quei nodi la possibilità di accorciare le distanze, di congiungere cose, di riassaporare gli intrecci, di reimparare i legami, facendo alleanza coi nodi degli altri. Come in una cordata, in cui non si è solo compagni di scalata, ma si sperimenta un’interdipendenza vitale imperniata su un gioco di attaccature e distanze e di tensione vibrante. Come le corde di uno strumento o quelle del cuore, giacché le parole sono misteriosamente collegate dalla radice indoeuropea k-, alla base dell’idea di “spingere”, “incedere”, “piegare”, “vibrare”. E per chi crede che sia solo romanticismo, anche la parola “cervello” trova qui la sua etimologia. Volgere i nodi in una cordata salvifica è questione complessa, coinvolgente, avvolgente, bisognosa di sentimenti delicati, emozioni accolte e scelte assolutamente razionali, “accordate” in una sinfonia unica, che si chiama “vita” anche nei suoni più gravi, anche nelle stonature.

Insomma, forse possiamo essere sia irrisolti sia felici. Per cui «Lascia stare l’orgoglio del tuo io, il coltello che fruga le ferite. Non credere più di tanto ai traumi, agli errori. In verità ogni giorno sei una cosa nuova, non sai niente della vita e la vita non sa niente di te» (F. Arminio).


FonteFoto di Engin Akyurt da Pixabay
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Sono un'insegnante, anche se il più delle volte sono io quella in-segnata dai miei studenti. Sono una ricercatrice, perché cerco piste di rilevanza pubblica per una materia troppo fraintesa e troppo di nicchia: la teologia. Sono una giornalista e faccio cose con le parole. "Quello che non ho è quel che non mi manca" (F. De André) e sono immensamente grata alla vita perché, non senza impegno e sacrificio, "ho trovato amore nel mezzo de la via, in abito legger di peregrino" (Dante Alighieri, Vita nova)

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