«Chi crederebbe giù nel mondo errante, 
che Rifeo Troiano in questo tondo 
fosse la quinta de le luci sante?»

(Paradiso XX, vv.67-69)

Il canto ventesimo si svolge ancora nel cielo degli spiriti giusti e offre una sorta di esemplificazione di quanto argomentato nel canto precedente. Dante scoprirà così che non solo c’è spazio per la salvezza di tutti, ma anzi che anche in Paradiso è possibile fare incontri del tutto inattesi, un po’ come si era già verificato in Purgatorio con Manfredi e Stazio.

Perché i disegni di Dio sono imperscrutabili agli stessi beati, e nella “terra promessa” c’è posto per tutti.

L’aquila, dopo aver incantato il poeta con uno sfavillio di luce e una melodia così dolce che la sua memoria non la sa rievocare, riprende a parlare e gli presenta gli spiriti giusti che compongono la sua pupilla, li sommi (v.36) tra i beati del Cielo di Giove.

Cinque dei sei giusti presentati furono sovrani: Davide il gran salmista, l’imperatore Traiano, capace di rendere giustizia ad una povera vedova, Costantino, beato “nonostante” la nefasta donazione di Roma al Papa (e che, un secolo e mezzo dopo, nel De falso credita et ementita Costantini donatione, Lorenzo Valla dimostrerà essere un grande bluff), il re biblico Ezechia, capace di differire la propria morte con digiuni e preghiere, e Guglielmo II d’Altavilla, compianto e saggio re di Sicilia e Puglia.

Ma è il sesto nome che crea sconcerto ed è quello di un ben poco noto personaggio dell’Eneide che risponde al nome di Rifeo. Come a dire: uno che sarebbe vissuto mille anni prima di Cristo e che, come Davide e Traiano, si trova ora in paradiso.

Il fatto è che se per Davide si può dire che fu cantore de lo Spirito Santo (v.38) e dalla sua famiglia discese Gesù di Nazareth, se per Traiano si può citare l’intercessione di Gregorio Magno, per Rifeo tutto quello che c’è da dire è che fu uomo virtuoso e che ottenne una sorta di “battesimo di desiderio” per opera delle tre virtù teologali. E sì, perché la divina voluntate è vinta da caldo amore e da viva speranza, la cui violenza il Regno dei cieli è in grado di patire (vv.94-96).

Mica male, no? Come a dire: non “entra” chi ha il certificato di battesimo, ma chi ha amato e sperato fino alla fine, a prescindere dalla sua “appartenenza”, a prescindere da dove e quando è vissuto.

Dante giunge così alla conclusione che già ci era parsa l’unica verosimile commentando il canto diciannovesimo: il Regno dei Cieli non è questione di pezzi di carta e nomi annotati su un registro parrocchiale. È mestiere di amore, di fede, di speranza, anche quando sono declinati da un pagano, persino se incarnate secoli prima che Cristo si facesse carne.

Detto con san Paolo: chi ama, ha adempiuto la Legge (Rm 13,8). Punto.

E veniamo per un momento a noi. Abbiamo la stessa elasticità di cuore e di mente di Dante, questo figlio del Medioevo “buio e oscurantista”? Siamo capaci di dire che, nelle nostre consorterie, nelle nostre amicizie, nei nostri consessi più nobili entra chi merita, a prescindere dalla carta di identità? A me non pare. Ci diciamo moderni, ma per tanti versi i muri li alziamo noi: e belli alti.

Magari provate a parlarne con chi discetta di ius soli, ius sanguinis e ius scholae e poi aiutatemi a capire i loro ragionamenti.

Perché io proprio non ci arrivo. Non capisco come si possa brandire un rosario e predicare xenofobia. Non capisco come si possa citare il Vangelo, e poi stare con chi bombarda i bambini. Certo, lo ha fatto anche la Chiesa al tempo delle Crociate, ma ora dovrebbe essere diverso. E così non pare.

Per non parlare di chi si batte il petto ed è sempre lì, pronto a invocare misericordia e puntare il dito …Oppure a brandire un cellulare per riprendere chi viene barbaramente pestato a sangue, fino alla morte, invece che correre in suo aiuto.

Jovanotti: «Non rivendico nessuna appartenenza, tranne quella al mondo degli esseri viventi col diritto di affondare le radici, sogno un universo dove ogni differenza sia la base per poter essere amici».

Pablo Neruda:

«Anch’io, come la Terra appartengo a tutti
non c’è una sola goccia di odio nel mio petto
aperte sono le mie mani
e spargono le uve nel vento».

Gaber: «L’appartenenza è avere gli altri dentro di sé».


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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