«Alla stupida domanda “Perché io?”

l’universo si prende a malapena il disturbo di replicare:

“perché no”?»

(Christopher Hitchins)

Quello che accade è un paradosso.

Ne sono così sicura?

Sto fondamentalmente dando una definizione a questa “cosa”, perché da umana quale sono istintivamente ritengo di poter dare un nome alle cose.

E da cosa deriva quel nome? Dall’esperienza, dal vissuto, dall’osservazione, dalle categorie mentali acquisite.

Il male è male perché esiste il bene, il buio è buio perché esiste la luce, il dolore è dolore perché esiste la gioia e così via.

Il paradosso è paradosso perché esiste il normale.

Eccomi, presente, sta cascando l’asina, quella umana che si permette il lusso di iniziare a scrivere parlando di paradosso.

Umana, permette, lusso: in una parola “presuntuosa”. La solita bipede che è nata e cresciuta pensando che questo mondo le fosse dovuto, tanto da definirlo, dargli appellativi, parlarne, amarlo e criticarlo.

Era solo ieri sera: parlavo con la mia amica storica, una ricercatrice italiana che vive in Francia e che, con il linguaggio dissacrante che solo la scienza dura conosce, continuava a descrivermi la verità dall’interno di quello Stato. Ero sul punto di impazzire, non riuscivo più a leggerla e così le ho chiesto di parlarmi di quello che ci dicevamo un mese fa.

Era solo un mese fa: al telefono con lei io non avevo titoli e lei nemmeno. Non parlavamo del nostro lavoro ma di cosa ci avesse fatto Tizio, di come sopravvivere a Caio, di quale fosse il modo  più opportuno di affrontare Sempronio. Facevamo ipotesi sulle risposte, preparavamo contromosse, ridevamo di loro e di noi, ci chiedevamo cosa cucinare per pranzo.

Poi è giunto febbraio 2020 ed è iniziato qualcosa, qualcosa a cui a marzo 2020 io, l’asina, non posso e non voglio dare un nome. Mancanza di parole adeguate? Direi di no, possiedo un pozzo senza fondo di possibili campi semantici con cui potrei fare le capriole, laddove lo scegliessi: potrei lasciarli librare nell’aere, farli scendere, risalire, capovolgerli, rivoltarli e rimetterli addirittura al loro posto.

Potrei. Eppure oggi, quando ho nel mio sacco moltissime cose belle che mi fanno sorprendentemente sopravvivere in questa quarantena, tantissime sorprese che vorrei anche raccontare, la verità è una ed una soltanto: la natura ha i suoi tempi e tutti noi ci siamo adattati ad una situazione che non era realistica, così come stiamo vivendo ignorando totalmente che l’impatto di un asteroide può causare danni incalcolabili da un momento all’altro.

Questo pianeta e questo universo non sono nostri, non decidiamo noi cosa succede e cosa no. E se stiamo pensando che lo decida qualcun Altro, ancora siamo in errore.

Ci siamo sentiti padroni, quando eravamo custodi.

E nella qualità di custodi, abbiamo fatto seriamente schifo. La stiamo pagando cara e non lo vediamo, la pagheremo carissima e non so di cosa realmente ci renderemo conto.

Quello che so è che stamattina mi sono accorta della necessità di interrompere il mio lavoro per andare a fare la spesa: Acca, l’asina schiacciata. Uscire a fare la spesa: il bisogno più terrorizzante e scomodo mi si potesse profilare.

Uscire a fare la spesa, un mese fa: normale. Normale? E chi siamo noi per dire cosa sia normale e perpetrarlo come tale?

No, tutto questo non è un paradosso. Tutto questo è solo un risultato. Un risultato spaventoso, per chi non conosce, né mai ha conosciuto rispetto per tutto quanto aveva e non gli era dovuto.

E Dio no, non interverrà a mettere fine a nulla, né metterà in atto quello che appare essere l’incarnazione del proverbio secondo cui chi è causa del suo male, deve piangere sé stesso. Qui tocca piangerci gli uni con e per gli altri, figli delle nostre stesse strutture di peccato.

È la natura che presenta il conto, mentre io guardo la foto di copertina di questo OltreVerso e muoio ancor prima di sapere se ho contratto o meno un virus: si chiama Simone, ha dodici anni, è un compagno di scuola di mio figlio e sta così, di spalle, con il cappuccio e la testa china a pagare il prezzo di un debito non contratto, ad espiare le colpe di chi prima della sua innocente generazione, ne ha fatto appunto una generazione vittima, da qualsiasi punto di vista.

Questo siamo stati capaci di fare: ucciderci. Ucciderli.

Un plauso.

Dunque, vado a fare la spesa.

Con ossequio.

Acca.

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FontePhotocredits: Myriam Acca Massarelli
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

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