“L’uomo ha una tale passione per il sistema e la deduzione logica che è disposto ad alterare la verità pur di non vedere il vedibile, a non udire l’udibile pur di legittimare la propria logica e non ammetterne i limiti. Ed una tale ammissione sarebbe l’unica via per consentire alla cognizione di trovare la strada”

(Fedor Dostoevskij)

Antoine Magnan, zoologo ed ingegnere aeronautico, insegnava che “la struttura alare del bombo, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso”.

L’attribuzione ad Einstein di queste parole è un errore di saggezza popolare, come peraltro il fatto che in luogo del bombo, con Albert, si nomini il calabrone, il quale non solo non è un sostantivo sinonimo, ma non è affatto lo stesso animale.

Orbene, nonostante le oggettive smentite, l’idea che la scienza abbia dichiarato definitivamente che il bombo non può volare, continua a persistere e ciò mette in luce un dettaglio fondamentale: un fenomeno-evento-fatto ed il suo connesso modello logico-matematico sono due cose distinte.

Ed è il secondo a doversi adattare al primo, non il contrario.

Sia chiaro, la scienza non ha sbagliato, né ha dimostrato che il volo del bombo è impossibile; semplicemente ha evidenziato che il suo modello logico-matematico era inadeguato o insufficiente a descriverlo. Ne serviva, altrettanto semplicemente, uno più completo.

Ergo, il bombo può volare, infatti vola.

La logica doveva solo allargare il suo orizzonte ristretto e lineare, al fine di farsene una ragione e riuscire a spiegarlo.

Un fatto, di per sé, è un fatto.

Ed “il fatto è la cosa più ostinata del mondo”, diceva il maestro parlando con Margherita, in Bulgakov.

Il bombo, quel goffo ciccione, sbatte le ali come un forsennato e si libra, poiché non può farsi  domande. Lui, per esempio, non ha alcuno modo per pensare, quando ancora è maggio che, chessò, il dieci giugno sarà un ics giorno.

Lui conosce la via: per volare, ti devi sbattere.

E quando sente di aver bisogno di una spinta, dev’essere che fisiologicamente la cerca in fondo alla sua schiena, come chi ha imparato a suon di necessità, che quando serve una mano, occorre la ricerca in fondo al proprio braccio.

“Una volta in più mi fu insegnato che la logica uccide la vita. E non contiene nulla in sé stessa” (A. de Saint Exupéry).

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FontePhotocredits: Sbornie Letterarie
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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

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