Nell’uso comune del termine ictus, si è soliti indicare una patologia, ma, più che essere tale, la parola dovrebbe indicare un evento di ordine clinico.

Nell’uso comune del termine ictus, si è soliti indicare una patologia, ma, più che essere tale, la parola dovrebbe indicare un evento di ordine clinico.

Ictus deriva dal latino e significa “attacco”, per cui ci troveremo in medicina indica una situazione clinica in cui il nostro organismo subisce un attacco a livello cerebrale. L’ictus può distinguersi, in base alle cause e alle conseguenze, in infarto ed emorragia.

Con infarto intendiamo un blocco del flusso sanguigno, il quale non riesce a trasportare sangue e quindi anche ossigeno sia al cervello che al cuore, così da instaurare processi di necrosi del tessuto parenchimale cerebrale e cardiaco. Due possono essere le cause di infarto: la prima avviene nel momento in cui sono presenti lipidi nel circolo che richiamano l’instaurazione di processi riparativi incentivati da piastrine, fibrina e globuli rossi. Tuttavia, ciò non fa altro che ingrandire il trombo, il quale sarà dato da placca aterosclerotica unita a tutti gli ingredienti del sistema riparativo. Il trombo farà sì che il flusso venga ostruito. La seconda causa invece è dovuta allo sfaldamento di trombi troppo grandi che con i loro frammenti vanno ad ostruire vasi più piccoli.

L’emorragia, invece, è una perdita di sangue dovuta a lacerazione dei vasi. Può verificarsi a livello intraparenchimale o subaracnoideo, a seconda che il vaso danneggiato si trovi all’interno dell’encefalo o nello spazio circostante ad esso. L’emorragia può essere causata da ipertensione arteriosa, la quale fa schizzare la pressione sanguigna a livelli anomali tanto da portare allo sfiancamento del lume vasale, da MAV (malformazione artero-venosa), nella quale il sangue passa dalle arterie alle vene senza presenza di letto capillare (ciò porta ad un mancato rallentamento del flusso che provoca sfaldamento dei vasi); infine, può essere data da aterosclerosi, ovvero da ciò che accade nell’infarto.

Se ci troviamo di fronte ad un soggetto che non respira a seguito di queste od altre cause è opportuno ricorrere alla catena della sopravvivenza che è costituita da 4 anelli:

  1. Ricorso veloce al sistema di emergenza italiano, tramite il numero 118.
  2. Rapido inizio delle manovre di BLS (Basic Life Support).
  3. Defibrillazione precoce: sia per l’arrivo tempestivo sul posto di un team in grado di praticare la defibrillazione sia per la presenza nell’ambiente circostante all’evento di un defibrillatore e di un soggetto abilitato e istruito nel suo utilizzo.
  4. Inizio precoce del trattamento intensivo da parte di personale medico e infermieristico adeguatamente formato.

Attraverso il BLS andiamo a valutare lo stato di coscienza del soggetto, a verificare la pervietà delle sue vie aeree, a capire se ha polso in base al fatto che respiri o no; se sono assenti tutte queste prerogative si passa alla riabilitazione cardiopolmonare.

Tuttavia un soggetto a rischio infarto o qualsiasi patologia che provochi danni al flusso sanguigno, è opportuno che intervenga con misure di prevenzione. Non è mai troppo tardi per far sì che la prevenzione scongiuri una patologia di questo calibro, anche se si è già stati colpiti in precedenza.

La terapia farmacologica sta divenendo sempre maggiormente il punto cardine per evitare un secondo evento infartuale e per essere il miglior ausilio possibile nei confronti di un miocardio o di un encefalo danneggiato. Chiaramente è indispensabile che il soggetto attui uno stile di vita diverso e migliore da quello assunto prima dell’evento patologico: è questo un dato fondamentale nella prevenzione e nella riabilitazione.