… e i suoi valori

Come ci ricorda opportunamente lo scienziato al lavoro Antonio Musarò in un articolo pubblicato recentemente su Odysseo,  le  vicende legate a quella che chiama ‘realtà biologica super microscopica e potente’ che è il Sars-Cov-2 stanno facendo risaltare ad un più largo pubblico, tra le altre cose,  il ‘valore della Scienza’, su cui aveva in particolar modo insistito già dai primi anni del ‘900 nel suo percorso di ricerca di matematico-epistemologo l’italiano Federigo Enriques (1871-1946) ; tale valore inoltre è ritenuto inscindibile da quelli della ‘Carta Costituente’, valori che si reggono sulle libertà e responsabilità  individuali e  sulla libera ricerca,  parte integrante della nostra  storia di Europei fatto che spesso si dimentica. Ma oltre alla presa d’atto del valore sociale della conoscenza scientifica, aspetto che deve entrare nel nostro patrimonio cognitivo di base sino a diventare sempre di più un elemento trainante nella memoria collettiva, si mettono in evidenza i tempi inevitabilmente lunghi che la caratterizzano rispetto ai bisogni più impellenti che a volte l’umanità intera si trova ad affrontare senza avere a disposizione le opportune strategie per arrivare a dare risposte adeguate.

Pur risentendo del clima culturale dell’epoca quando le scienze stavano apportando decisive scoperte in diversi settori dalla matematica con l’avvento delle geometrie non-euclidee alla teoria dell’evoluzione di Darwin in biologia e  alle teorie elettromagnetiche con Maxwell nella fisica, ritornano sempre più attuali le parole rivolte ai responsabili delle istituzioni pronunciate da Louis Pasteur (1822-1895), il padre della microbiologia ed inventore dei vaccini: “vi prego di interessarvi attivamente a quegli spazi sacri chiamati laboratori. Chiedete che ve ne siano altri e che siano belli perché sono i templi del futuro, della vera ricchezza e del benessere. É qui che l’umanità crescerà, si rafforzerà e si migliorerà.  Qui l’umanità imparerà a interpretare l’opera nella natura come progresso e armonia individuale, mentre le opere degli uomini portano spesso alla barbarie, al fanatismo e alla distruzione”.

Queste parole profetiche di uno scienziato al lavoro, oltre all’implicito valore universale che contengono, richiedono  politiche culturali  lungimiranti che devono avere l’obiettivo di preparare il terreno di coltura per lo sviluppo della ricerca libera; essa, oltre alle  risorse, per sua struttura concettuale ha i suoi tempi ‘necessari’ interni che vanno dal cruciale momento della scoperta al momento altrettanto decisivo per validare metodi e protocolli messi in atto, come ribadisce Musarò, dove diventa necessaria la collaborazione fra diversi gruppi di ricerca e dove i ricercatori sono innanzitutto, come diceva un fine epistemologo francese del primo Novecento Gaston Bachelard, travailleurs de la preuve che devono sottoporre a verifiche rigorose i dati emersi nei rispettivi laboratori.

A tutto ciò si aggiunge il fatto poi non secondario che le scienze biomediche hanno un’altra particolarità epistemica e cioè quella a volte di studiare i fenomeni, come i fenomeni virali ad esempio, nel momento in cui verificano con tutto il loro portato di nuove evidenze da quelle più propriamente biologiche a quelle patologiche, bisognose di notevoli sforzi prima teorici a largo spettro e poi sperimentali per  passare alla diretta verifica sull’uomo; non a caso lo stesso  Pasteur nel 1854, uno  scienziato creativo vero e proprio ma spesso considerato a torto uno ‘sperimentalista’, nel discorso inaugurale della nascente Facoltà di Scienze dell’Università di Lille e rivolgendosi agli studenti ‘figli di industriali’, li invitava a dare il giusto peso alla ‘teoria’ e ad investire in primis su di essa  le loro capacità  e risorse: “senza una teoria, la pratica è solo routine, generata dall’abitudine. La teoria soltanto può promuovere e sviluppare lo spirito di invenzione. È a voi in particolar modo che spetterà il compito di rigettare l’opinione di quelle menti anguste che nella scienza disprezzano tutto ciò che non ha applicazione immediata”.

Questo è un avvertimento non di poco conto lanciato da uno scienziato al lavoro del passato che spesso si dimentica ancora oggi, nonostante sia diventata una realtà cognitiva di ampia portata  nelle scienze del Novecento a partire dalle teorie più onnicomprensive, come sono state prima quelle relativistiche e quantistiche  e quella della biologia molecolare dopo, e compresa criticamente da diversi settori della ricca letteratura epistemologica successiva; ma non è diventato una episteme sociale, cioè non è stata metabolizzata adeguatamente a livello civile ed istituzionale sino a produrre politiche in grado di creare le condizioni di base per permettere la costruzione, come diceva Pasteur, di sempre nuovi ‘laboratori’. Essi sono vere e proprie fucine dove le stesse teorie acquistano un maggior grado di oggettività e trovano ulteriori vite, come avvenne per Galileo quando andò a visitare i cantieri navali di Venezia ed ottenne da tale sopralluogo ulteriori ragioni per dare  basi più certe ai fondamenti della nascente fisica. Non a caso ancora negli anni ’40 un Premio Nobel per la chimica e la fisica, lo statunitense Irving Langmuir (1881-1957), pur diventato direttore dei laboratori della General Electric Company, diceva di non insistere molto sulle ricerche sperimentali “in modo da facilitare il processo di scoperta in generale. Non si può pianificare la scoperta. Ma si può pianificare il lavoro che porterà a delle scoperte”.

Tutti oggi siamo accecati dal bisogno dell’immediatezza dei risultati, tutti pretendiamo di concentrarci sui risvolti applicativi di una scienza, di una scoperta con la speranza di un prodotto tecnologico in grado di risolvere i nostri problemi nel giro di pochi mesi, anche se come dice Musarò in tre mesi molto è stato fatto ma sempre in maniera emergenziale;  mass-media e  giornali a volte di fronte ad eventi imprevisti, come quello attuale, li invocano quasi in maniera magica, ma vittime come siamo del presente ci dimentichiamo che il presente è frutto di quello che è stato fatto e anzi non fatto. Non è stato ‘pianificato’ adeguatamente con le dovute risorse non solo economiche il momento della scoperta a livello ad esempio della ricerca, soprattutto quella condotta dalle aziende biofarmaceutiche che negli ultimi anni si sono accontentate delle conoscenze già acquisite sfruttandole al massimo sul terreno economico, data anche l’ideologia neoliberista dominante.

Come dicono alcuni ricercatori impegnati in tale ambito il numero dei nuovi farmaci, dopo gli anni ’70-’80 del Novecento considerati più produttivi, è calato in termini qualitativi a partire dai vaccini che pur sono stati una delle più grandi conquiste dell’umanità,  proprio per la mancanza di nuove conoscenze in alcuni settori o per i tempi lunghi necessari, non compatibili con le esigenze del mercato, per trarre dai risultati più recenti delle scienze biomediche dei prodotti più efficaci ma che si rivelano essere diversamente articolati e complessi, rispetto a quelli del recente passato, col richiedere anche una particolare riorganizzazione socio-sanitaria nel territorio ed un cambiamento di paradigma nella gestione della salute pubblica. Ciò che diceva  Carl F. Gauss (1777-1855) a proposito delle matematiche, uno delle menti scientifiche più proficue del primo Ottocento, si può estendere a tutta la scienza e alla sua ‘pianificazione’ una volta che essa viene a configurarsi come episteme sociale: “le scoperte matematiche, come le violette primaverili nei boschi, hanno la loro stagione che nessuna creatura umana può affrettare o ritardare”.

TRA LA RUGOSITÀ DEL REALE

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FontePhotocredits: Roberto Strafella
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Mario Castellana
Mario Castellana, docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.

1 COMMENTO

  1. Professor Castellana, i suoi scritti rappresentano sempre occasioni di riflessione ed importanti riferimenti, non solo per le connessioni logico argomentative che i suoi lettori conoscono bene, ma per una qualità inconsueta, piuttosto difficile da riscontrare: l’eleganza e il garbo nel presentare, sia pure con fermezza e convinzione, una riflessione critica. Uno schiaffo dato con la dolcezza di chi sa che per raggiungere un’obiettivo è importante il ruolo della comprensione.

    Il ruolo fondamentale della teoria e dei suoi tempi lenti, per evitare il rischio sempre in agguato di abbandonarsi alla più confortevole routine dettata dall’esperienza; la necessità di superare il limite dell”emergenza” non con la fretta nella ricerca della soluzione, ma con la prevenzione sono aspetti essenziali.
    Purtroppo temo che negli ultimi anni queste attenzioni argomentative siano state fortemente minate alla radice da diversi fattori provenienti da ambiti ideologici anche opposti:
    da una parte sicuramente l’efficientismo connesso al mito della sola crescita economica, che ha determinato uno sbilanciamento dalla ricerca sviluppo e progettazione verso il just in time e l’aumento dei consumi;
    dall’altra parte, in virtù degli abusi introdotti da semplicistiche mistificazioni connesse al profitto del consumismo, una reazione a volte esagerata e violenta nei confronti della ricerca scientifica interpretata come eccesso di tecnicismo e false teorie. Vedere spot pubblicitari con falsi dottori o ricercatori in camice che promuovono un dentifricio come frutto della ricerca per incentivarne il consumo, facilita i detrattori di questo tipo. Ricorderei il libro di Valentina Cremonesini ” il potere degli oggetti” che descrive molto bene il fenomeno;
    Il terzo e non ultimo aspetto è poi quello legato alla “cattiva scienza” che contribuisce non poco a creare diffidenze sia nei sostenitori di un certo tipo di liberismo, sia nei contrari.

    Insomma, da tali riflessioni può forse emergere la difficoltà, per tutti e in particolare  per chi deve  raccogliere consensi, nel sostenere la ricerca scientifica, e la pazienza necessaria, così come si dovrebbe.
    C’è chi vorrebbe subito un vaccino per ragioni anche economiche e chi non lo vorrebbe perché pensa che vi siano solo ragioni economiche nell’idea che si debba usare un vaccino e che questo rappresenti una violazione delle libertà individuali.
    Siamo stati chiusi in casa per molto e abbiamo un po’ tutti riscoperto la differenza e il piacere nel fare il pane con i tempi lenti del lievito madre che richiede passione, pazienza e cura come in ogni buona prassi.
    Adesso la pandemia ha forse spostato un po’ l’asticella verso un maggiore interesse per la ricerca e speriamo che non si tratti  di un interesse mosso più dalla paura che dalla consapevolezza piena delle questioni in gioco.
    Per questo la sua mirabile e, ripeto molto elegante, sintesi è un bel momento di riflessione e un modo dolce per richiamare alle sue responsabilità una società ancora troppo schiacciata sul presente e sui bisogni individuali.
    Grazie per questo contributo.

    Paolo Zizzi

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