Recensione di Lorenzo Spurio

La nuova opera poetica di Tina Ferreri Tiberio, autrice originaria e residente a San Ferdinando di Puglia (BT), dal titolo molto evocativo I sentieri del vento (L’Oceano nell’Anima Edizioni, Bari, 2019), giunge dopo la pubblicazione del 2017 col titolo Frammenti. Ad essa hanno fatto seguito numerosi riconoscimenti letterari in vari contesti nazionali per opere singole e anche pubblicazioni dei relativi testi in volumi e opere antologiche e su riviste dove, pure, si è dedicata – e continua a farlo con interesse e competenza – anche di critica letteraria.

La dotta nota critica del professore Domenico Pisana che inaugura la nuova pubblicazione è così ricca di contenuti e dotata di una semplicità di analisi che nello scavo ermeneutico nulla dimentica, e risulta difficile poter avvicinarsi a quest’opera, così ottimamente presentata e analizzata in termini critici. Quel che doverosamente va detto – e da subito – è che il tema del vento, al quale ci si riferisce nel titolo e che ritorna in maniera costante e coerente per tutto il corso del libro, si è dimostrato essere assai caro e ricorrente in molti poeti – tanto italiani che stranieri – della nostra tradizione letteraria. Penso a Mario Luzi e ad Andrea Zanzotto ma anche in vari testi di denuncia, scritti e pensati per finalità cantautoriali che hanno reso grande la stagione dell’impegno nella nostra canzone italiana. Questo per dire che la dicotomia vento-impegno sociale non è nuova e si ritrova ampiamente in vari autori del nostro passato letterario, più o meno distanti e ben si colloca nei panni di quella definizione spesso adoperata nel comune utilizzo della lingua, ovvero “il vento del cambiamento”, teso a indicare un momento di rinata consapevolezza e di denuncia che apre, a seguito di un convincimento espresso e di una battaglia collettiva, a un’età nuova, che possa consentire all’uomo di dirsi maggiormente emancipato.

Queste brevi considerazioni, che possono apparire decontestualizzate dal discorso del libro in oggetto, credo possano essere tenute in considerazione all’atto della lettura del volume dal momento che la poetessa pugliese ha inteso raccogliere in questa pregevole pubblicazione una serie di componimenti dal taglio marcatamente civile, atti a imprimere uno scuotimento delle coscienze. Sono opere poetiche che – nella gran parte dei casi – pur partendo da dolenti casi di cronaca locale e internazionale, si discostano dalla componente frivola e voyeuristica tipica della cronaca nera, per far risaltare l’emotività di chi sperimenta, con pathos e mimesis, un dolore d’altri che, in fondo, in quanto parte di una comunità, appartiene a tutti.

L’autrice dedica versi alle condizioni deplorevoli e illiberali alle quali vengono sottoposte le donne afghane, “costrette a coprirsi/ per non essere/ inesorabilmente/ linciate, picchiate, violentate” (18) descrivendocele, in maniera così drammatica ma vera, come fossero un “sole in eclissi” (19). Ma si tratta di un avvicinamento da investigare in forma analogica, se pensiamo che l’eclissi è un fenomeno naturale, che avviene indipendentemente dalle ragioni dell’uomo, in forma automatica sebbene con delle modalità e tempistiche che l’uomo conosce perché è stato in grado di studiare, di disvelare. La condizione di queste “Donne di Kabul”, al contrario, è dettata dall’atteggiamento tirannico e incivile dell’uomo che ne dispone come bestie e, peggio ancora, le asservisce alla sua volontà, impiegando vari sistemi di sottomissione e violenza, tanto fisica che – immaginiamo – psicologica.

Le poesie della Nostra affondano volutamente il bisturi in una materia complicata, in quel “grembo rabbioso/ del cuore della terra” (29) dove insensibilità, disattenzioni e ipocrisie trovano alleate sicure nell’efferatezza e concupiscenza, nell’egoismo e nella mancata rinuncia a un linguaggio di guerra e all’adozione della violenza. Ed è questo il caso, tra le altre, di “4 aprile 2017, Idlib”, lirica che commemora le vittime inermi, tra il popolo (tra cui molti bambini), in una delle varie operazioni difensive operate con il bombardamento di gas mortali, come il sarin o il nervino. Nella nota esplicativa che chiude la poesia viene chiarito che la poesia si riferisce all’episodio datato come da titolo quando, sulla città di Khan Sheikun venne lanciato un attacco chimico” (31).

Su una linea analoga si sviluppano le poesie “I bambini di Mosul” e “No, non uccidere (Contro ogni terrorismo)”; ne “I bambini di Mosul” che porta come data “Aprile 2017”, la Nostra intende riferirsi a una delle stragi più dolorose degli ultimi tempi e che la portano a esternare il tormento in questa forma: “I bambini di Mosul/ non vogliono più svegliarsi” (44) e a cercare un qualche senso, indagando la plausibilità di un recupero del Bene: “Dov’è la Pace,/ gemma preziosa,/ incastonata nella tormenta/ di una notte innevata?” (44). Si potrebbero citare altri titoli che, assieme ai precedenti, potremmo considerare afferenti alla cosiddetta poesia etico-civile[1] che negli ultimi tempi – con esiti diversi e mai pronosticabili – sembra essere particolarmente percorsa. La necessità di dire (di denunciare) porta i poeti d’oggi alla volontà di esternare il pensiero che ha una validità collettiva e universale, consci che la parola può diventare arnese efficace non solo per solidarizzare con i meno fortunati ma anche per reclamare la giusta attenzione attorno a tematiche e situazioni che necessitano un intervento diretto e veloce.

Nella poesia “Con rabbia” Tina Ferreri Tiberio ha voluto riferirsi alla grave strage ferroviaria accaduta nel luglio del 2016 nei pressi di Corato quando – pare per un errore umano – vi fu un fortissimo impatto nel quale morirono varie persone. Anche qui le riflessioni, che partono dalla visione della sciagura (lamiere contorte, sangue, lenzuoli posti a coprire le vittime) e dalla costernazione di parenti e affini alle vittime non subito riconosciute, lasciano il posto a impellenti e tortuose domande: “Perché la verde campagna/ di Puglia si è tinta del sangue/ di giovani vite?” (60). Ma l’interrogativo, attorno alla “vita bruciata di ventitré persone/ simili a foglie secche” (60) non ha nessuna risposta plausibile e accettabile.

Tra le varie liriche che guardano con preoccupazione all’universo dell’infanzia (già richiamata per i bambini-kamikaze e i bambini di Mosul) va collocata anche “Chicca, ti chiamavano Chicca” dedicata al ricordo della giovanissima (sei anni) Fortunata Loffredo di Caivano (NA) che venne gettata dall’ottavo piano di una palazzina. “Ti hanno strappato la luce e l’azzurro” (62) scrive la Nostra – e si percepisce la compartecipazione al dolore, la denuncia della violenza e la riprovazione verso l’insensibilità diffusa, l’assenza di affetto, la degradazione di famiglie e di intere fasce sociali – che, come un’amorevole nonna, non può non pensare alla più bieca delle violenze operate su un corpo vulnerabile e indifeso, che niente reclamava se non un po’ d’affetto. Dinanzi alle aberrazioni sin qui evocate, per mezzo di altrettante poesie della Nostra, il ragionamento intuitivo da partorire sarebbe quello di non vedere luce nel futuro, essendo il presente di per sé già così gravato di malignità e devianza. L’idea viene in qualche modo consentita e favorita anche dalla seconda lirica di questo libro, dal titolo chiarificatore pur nella sua dolente verità: “Speranza, tu che fuggi” (21). Questa sensazione di cocente – e sempre più pressante – sperdimento di certezze e di errante andatura dell’uomo d’oggi, dilaniato da insicurezze e povertà, viene contrastata dal ricorso (necessario nella Nostra) alla fede, vale a dire con l’appello al Creatore e alla necessità di confidenza e confessione, capaci di maturare quel conforto che dia, se non la risoluzione esatta e concreta ai drammi, la giusta misura, la levità, nell’affrontare il mondo, le disavventure, l’ordinario che non possiamo eludere (si legga la poesia “Ti ho cercato, o Dio, Ti ho cercato”, 24-25). Vi sono poesie dedicate alla Regione della Nostra, l’amata “Mia terra” dell’omonima poesia nella quale traccia, con pennellate fugaci ma non per questo meno espressive, la sua fisionomia caratterizzata da “campi assolati” (32), tra il “respiro delle foglie” (32), lì dove l’uomo si prende cura della terra, suo sostentamento: “la fatica della zolla” (32). In “Ricordo “Shanghai”, magistralmente commentata dal poeta e saggista siciliano Domenico Pisana, la rievocazione di Shanghai – non la città cinese, ma un noto quartiere popolare di San Ferdinando di Puglia – negli anni Cinquanta, abitato con prevalenza dalle famiglie di braccianti.

Tra gli omaggi meritano attenzione la “Ode a Paul Valéry” dedicata al noto poeta francese e già pubblicata, in precedenza, sul n°26 della rivista «Euterpe» nel novembre del 2017. La lirica è espressamente voluta e tesa a ricordare la versatile natura di Valéry e la sua composita cultura di poeta “astratto” e originale; “poeta metafisico” (34) e “poeta dell’autocoscienza” (34) lo apostrofa la Nostra non mancando di richiamare quel quid di mistero e di scavo riflessivo, in un “tormento introspettivo” (34) vasto i cui segni rimangono nel tracciato su carta, in quegli “immortali versi” (34).Tra gli altri contenuti la Poetessa investiga i temi della giustizia terrena e della legalità in senso generale, la difesa dei diritti umani e della democrazia, la necessità di uno spazio di dialogo che venga preservato e implementato, Una delle particolarità del libro è di fornire, al termine di alcuni componimenti, per meglio contestualizzarli e permettere l’esatta comprensione al lettore – soprattutto a quello disattento nei confronti della geopolitica e della cronaca contemporanea – note e didascalie sulle vicende ricordate, ampliate, poste quali argomento di discussione e analisi, per una considerazione attenta e responsabile.

Lorenzo Spurio

[1] Tra le quali “Volo sospeso”, “Cuore di pietra” e “Dammi i colori, madre” di cui le prime due dedicate al tema della violenza sessuale e la terza al dramma della shoah, con il sottotitolo che recita “Ricordando Auschwitz”). In quest’ultima lirica, in particolare, leggiamo: “Mi chiami col mio nome, Ariel/ qui nel lager sono solo un numero,/ ad Auschwitz siamo vestiti a strisce” (87). A questi tre testi citati aggiungo anche “Il piccolo Kamikaze” in cui la Nostra così recita: “Ti hanno rapito, violato,/ ti hanno imbottito di esplosivo,/ […]// La clessidra capovolta/ svuota, impercettibile, l’abisso/ e fiabe, come spettri ambulanti e/ visioni luminescenti/ si riversano dolenti/ nel regno della caligine” (90).


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