La franchezza di Francesco

La diplomazia vaticana ha sempre avuto un ruolo attivo nelle varie crisi internazionali, a partire, in modo specifico, dalla prima guerra mondiale, allorquando Benedetto XV aveva cercato di portare i contendenti alla cessazione degli eventi bellici, attraverso i radiomessaggi e con quella celeberrima nota, datata 1°agosto 1917, che sui libri di storia è ricordata come “l’inutile strage”.

Dopo il pontificato di Pio XII, la cui posizione durante il secondo conflitto mondiale resta al vaglio continuo degli storici, Giovanni XXIII si impegnò costantemente a favore della pace, soprattutto in occasione della crisi cubana della Baia dei Porci. L’impegno per quella tensione internazionale, che fece tremare il mondo, indusse il Papa Buono a scrivere la Pacem in Terris, come monito e speranza, e a prodigarsi attivamente per la pace.

Anche gli altri sommi pontefici si sono espressi su quelle crisi regionali che hanno segnato gli ultimi decenni. Il pensiero va in particolare a Giovanni Paolo II che è intervenuto nella prima Guerra del Golfo e nelle guerre balcaniche. Francesco è l’ultimo di questa lista, ma non ultimo per impegno e prodigalità. Prima ancora della crisi ucraina ha parlato di una terza guerra mondiale a pezzi, rilevando tutte quelle particolari crisi belliche dimenticate dalla gran parte dei potenti della terra. Con la guerra in Ucraina la sua preoccupazione, e non solo la sua, è aumentata, e la possibilità di una terza guerra mondiale, nemmeno tanto sottaciuta dai protagonisti di questo conflitto, ha visto un maggior protagonismo da parte di Bergoglio che si è proposto più di una volta come mediatore di pace. D’altra parte il suo pontificato si basa anche sulla volontà di essere un operatore di pace. La schiettezza di Bergoglio si è rivelata con maggiore intensità nella recente intervista a Civiltà Cattolica, parole che ogni cristiano dovrebbe attendersi dal Vicario di Cristo e da chi guida le comunità cristiane. Ha criticato giustamente l’appoggio di Kirill alla guerra russa :«Ho avuto una conversazione di 40 minuti con il patriarca Kirill. Nella prima parte mi ha letto una dichiarazione in cui dava i motivi per giustificare la guerra. Quando ha finito, sono intervenuto e gli ho detto: “Fratello, noi non siamo chierici di Stato, siamo pastori del popolo”».

Il papa ha condannato l’azione militare del Cremlino, ma non ha voluto attribuire tutte le colpe a Putin. Non esistono buoni e cattivi, il lupo della favola di Cappuccetto Rosso pronto a sbranare l’innocente, ha detto riferendosi al presidente russo. Bergoglio questa volta ha analizzato la situazione con le lenti della neutralità, il che non vuol dire assolutamente il non schierarsi, correndo il rischio di essere annoverato tra gli ignavi, ma essere più che mai evangelico, in nome della verità, di quella verità che rende davvero liberi ed è un concetto che ha ribadito anche nel suo colloquio nella succitata intervista, quel “faccia a faccia” che non perde il rapporto con la realtà e con le persone. Papa Francesco critica anche la poca lungimiranza con la quale gli occidentali, e la NATO, si sono rapportati con la superpotenza russa :«il pericolo è che vediamo solo questo, che è mostruoso, e non vediamo l’intero dramma che si sta svolgendo dietro questa guerra, che è stata forse in qualche modo o provocata o non impedita».

Abbiamo bisogno di verità, della franchezza con la quale Francesco ha messo sul piatto i nodi nevralgici di un conflitto innescato dalla cenere della precedente guerra nel Donbas, alimentato dalla tensione delle parole, dagli spionaggi e dai proclami, esploso nella devastazione di morte e dei rifugiati per i quali la vita non sarà più come prima. Per gli ucraini, le vere vittime, il Sommo Pontefice ha avuto parole di profonda tenerezza, riconoscendone tutto l’eroismo. Il commento del Papa supera anche la mancanza di critica che tanti media stanno avendo nei confronti di una guerra che dimentica le sue ragioni più profonde, come ha dimostrato il caso Innaro e altre accuse mosse verso la RAI. Non si tratta di assolvere Putin, la sua resterà una scelta deplorevole, come le dichiarazioni di becero nazionalismo di Medvedev, ma vanno capite le cause e le reali motivazioni che hanno portato il mondo a un passo dal baratro. Quell’abbaiare alle porte del nemico ha seminato zizzania e ha caldeggiato profonde incomprensioni. Certo, anche le parole dei leaders europei non aiutano a risolvere pacificamente la disputa, ne tantomeno l’invio di armi che fanno dell’Ucraina l’agnello sacrificale da strizzare il più possibile per indebolire Mosca, o per credere di farlo. Draghi, in visita a Kiev, ha riferito che l’Ucraina deve poter avere la pace che vuole, alle condizioni precedenti al 24 febbraio, per intenderci. Un incitamento a continuare, un procrastinare la ripresa del dialogo tra le parti belligeranti. La verità delle parole di Francesco va oltre i paraocchi di una propaganda forzata e si affida a quella pericope evangelica che ci ricorda che “il nostro parlare sia si si, no no”.

La chiarezza prima di tutto.

Chiarezza finalmente, di un pastore che ha parlato in nome di Dio, non a favore di egoistiche rivendicazioni nazionaliste, chiese comprese. Parole chiare che non  dimenticano  il lupo cattivo pronto a divorare la povera Cappuccetto Rosso, ma che scardinano le nostre ottuse convinzioni e la nostra cocciuta consapevolezza di essere dalla parte del vero e del giusto. Un intervento, quello del Pontefice, che lascia aperto dunque il seguente quesito : e se i lupi fossero molti di più?


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