Molto più  della vergognosa propaganda nazista che ne fece Hitler nel 1936

I Giochi olimpici, senza dubbio, sono la manifestazione sportiva più importante al mondo. Un palcoscenico sul quale, alle imprese sportive di atleti divenuti immortali,vere icone dell’epoca contemporanea, si sono intersecate le dinamiche politiche globali e non solo. Innumerevoli sono stati gli episodi nei quali la politica ha travalicato i confini del puramente sportivo. Una vittoria, un gesto, una presa di posizione sono stati spesso caricati di un significato altro, trascendente, simbolico…

Dopo i primi anni in cui le Olimpiadi avevano faticato a emergere come evento sportivo totalizzante, Adolf Hitler colse a pieno il potenziale che tale manifestazione poteva avere ai fini della propaganda nazista. Fece mettere su un’edizione in grande stile, che Leni Riefenstahl ha immortalato nel suo leggendario “Olympia”, preambolo di quello che i risultati militari tedeschi non sono stati. Peccato che un non ariano, Jesse Owens, avesse rovinato la festa, vincendo quattro ori sui 100 m, 200 m, staffetta 4×100 e battendo il suo rivale tedesco, Luz Long, nel salto in lungo, morto poi nella seconda guerra mondiale.

Che i Giochi fossero la cassa di risonanza ideale per smuovere un po’ le coscienze, l’avevano capito Tommie Smith e John Carlos, che con il loro pugno nero alzato a Città del Messico, avevano celebrato l’oro e il bronzo per gli Stati Uniti, nazione che li tributerà con insulti e minacce. Quei Giochi  furono turbati dal massacro di Piazza delle Tre Culture, dieci giorni prima dell’inaugurazione. Dici Città del Messico, e la mente va a Fosbury, inventore di un metodo nuovo nel salto in alto. Rivoluzionario, come d’altra parte quell’anno.

Era il 1968.

A Monaco ’72 un’ ipertecnologica edizione, che aveva conosciuto le prodezze in vasca di mister sette medaglie d’oro, Mark Spitz, fu violata dalla strage messa in atto da Settembre Nero, che tenne in ostaggio e massacrò undici atleti israeliani, macchiando un’edizione che andò avanti con l’inerzia di parole sofferte e obbligate, pronunciate dal presidente del CIO Avery Brundage :”The Games must go on”. Una tragedia a cui Spielberg ha dedicato un film.

Facile andare con la memoria alla stagione dei boicottaggi, che era iniziata prepotentemente con la rinuncia ai Giochi di Montreal da parte degli atleti africani, che avevano lasciato il villaggio olimpico in segno di protesta, per una tournée della nazionale neozelandese di rugby in Sudafrica, bandito dal CIO per le leggi razziali dell’Apartheid. Soltanto due squadre olimpiche africane, Senegal e Costa d’Avorio, presero parte ai Giochi, dove brillò la stella di Nadia Comaneci, rumena.

Nel 1979 l`Unione Sovietica invase l’Afghanistan. Un anno dopo Mosca avrebbe ospitato i suoi Giochi olimpici, ottenuti a spese di Los Angeles. Molti paesi occidentali scelsero di boicottare la kermesse olimpica, tra cui parzialmente l’Italia, che in segno di protesta lasciò a casa gli atleti che gareggiavano nelle squadre militari, sfilando sotto la bandiera olimpica. I risultati di questa grande assenza giustificata furono la mancanza di sessanta paesi, un medagliere stravinto dall’URSS e un livello, in alcune discipline, falsato. Per noi italiani, i ricordi più belli furono la vittoria di Pietro Mennea sui 200 m e quella di Sara Simeoni nel salto in alto, caso più unico che raro nel quale le rivali erano tutte presenti.

Quattro anni dopo cambia la sede, non la musica: i russi ricambiano il favore, non presentandosi negli States, con altre tredici nazionali. Furono le Olimpiadi di Carl Lewis, il figlio del vento, che ottenne quattro medaglie d’oro nell’atletica. Inutile dire che gli Usa furono primi nel medagliere.

Dal 1992 tornò ai Giochi di Barcellona il Sudafrica, mentre in quell’edizione l’URSS vi prese parte sotto il nome di CSI (Comunità Stati Indipendenti) e alla Jugoslavia, in fase di autodistruzione, fu negata la partecipazione, situazioni che si erano già proposte nell’edizione del Campionato Europeo di calcio, effetti del crollo della Cortina di Ferro.

Recentemente, a Tokio la Russia ha concorso senza bandiera e senza inno, a seguito dello scandalo doping del 2014, scandalo che, alla luce dei recenti sviluppi geopolitici, potrebbe avere non solo giuste motivazioni sportive, ma anche politiche perché lo sport alle volte, parafrasando scioccamente Von Clausevitz, è la continuazione della politica con altri mezzi.


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