«Da allora era solito andare di pomeriggio a conversare con l’uomo del faro sulle innumerevoli meraviglie della terra e dell’acqua che l’uomo conosceva. […] Florentino Ariza imparò ad alimentare la luce, prima con carichi di legna e poi con orci di olio, prima dell’arrivo dell’energia elettrica. Imparò a dirigerla e ad aumentarla con gli specchi, e in svariate occasioni in cui l’uomo del faro non poté farlo si fermò a vigilare dalla torre le notti del mare. Imparò a conoscere le imbarcazioni dalle loro voci, dalla misura delle loro luci sull’orizzonte, e a percepire che qualcosa di loro gli tornava indietro nei lampi del faro»

(Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera, Mondadori, 1985)

 

BREVE STORIA DEI FARI

I fari hanno da sempre affascinato l’immaginario collettivo: sono molto antichi, nascono in epoche lontanissime e la loro evoluzione va di pari passo con l’evolversi  della navigazione. All’inizio sono stati solo dei semplici falò, alimentati con fascine di legna che venivano tenute accese durante tutta la notte sulle colline prospicienti zone pericolose per la navigazione o ingressi di rade e porti, poi si sono evoluti attraverso i secoli fino a diventare quelli che oggi conosciamo.

Già nel XIX libro dell’Iliade (VIII sec. a.C. circa) viene paragonato lo sfavillìo dello scudo d’Achille ad uno di quei fuochi che dalle alture rendono sicura la via ai naviganti: «s’imbracciò lo scudo, che immenso e saldo di lontan splendea come luna, o qual foco ai naviganti sovr’alta apparso solitaria cima, quando lontani da’ lor cari il vento li travaglia nel mar: tale dal bello e vario scudo dell’eroe saliva all’etra lo splendor».

Ovidio e Virgilio ci raccontano la storia di Ero, la sacerdotessa di Afrodite e del suo amante segreto, Leandro, che ogni notte attraversa a nuoto l’Ellesponto per raggiungerla, guidato da una fiaccola che lei regge tra le mani per illuminargli la via: una notte il vento spegne la fiamma e Leandro, senza più una guida, si perde tra i flutti, mentre Ero, disperata, lo segue.

I Fenici, gli abitanti di una zona costiera oggi divisa tra Libano, la Siria ed Israele, raggiunta un’unità nazionale, cominciano ad espandersi verso il mare,  portando avanti un proficuo commercio con tutte le altre popolazioni del bacino del Mediterraneo. Costoro  accendono i falò e all’ingresso dei primi porti costruiscono impalcature che sollevano delle coffe o ceste, dentro le quali viene bruciato il combustibile.

Tra il 292 ed il 280 a.C. improvvisamente fanno la loro comparsa i due più famosi fari dell’antichità, il Colosso di Rodi ed il faro di Alessandria, i primi ed unici esempi di fari monumentali, considerati due delle meraviglie del mondo. Del Colosso di Rodi, sull’omonima isola, non si conosce l’esatta ubicazione, l’iconografia classica lo rappresenta  come una figura antropomorfa, il dio Elios che tiene un braciere in una mano, posta a cavallo dell’estremità di un porto circolare, con le navi che passano tra le sue gambe.  Costruito da Cario di Lindos nel 292 a.C. pare su una struttura metallica ricoperta di bronzo,  era alto circa 32 metri, ma ebbe vita breve, crollò  80 dopo la sua costruzione a causa di un terremoto. Il faro di Alessandria, costruito sull’isolotto di Pharos, che diede il nome a tutti gli altri monumenti simili nei secoli a venire, fu eretto nel 280 a.C. da Sostrato di Cnido; era una costruzione rivestita in marmo bianco, alta 120 metri e la sua luce poteva essere vista a 30 miglia di distanza.  Questo faro ebbe vita lunga, ma travagliata: tormentato dai terremoti crollò definitivamente nel 1302.

Con l’impero romano nascono le prime torri in pietra, con un fuoco acceso sulla sommità, che si espandono non solo nel Mediteranno, ma dovunque arrivasse la conquista romana.

Nel Medioevo vengono costruite altre torri di avvistamento lungo le coste, molte delle quali nel corso del tempo subiranno modifiche.

Nel Rinascimento e poi nell’Età del Barocco imponenti sono le costruzioni di fari monumentali come quello di Le Cordouan, all’estuario della Gironda, in Francia, opera dell’architetto Louis de Foix , iniziato nel 1584 e terminato nel 1611, e quello di Eddystone, in Inghilterra, costruito su uno scoglio all’ingresso del Canale della Manica nel 1696, distrutto nel 1703 e ricostruito più volte.  Fari bellissimi, ma poco adatti a svolgere il compito per cui erano stati costruiti.

Solo a partire dalla fine del 1700 ed i primi del 1800 i fari raggiungono la connotazione da noi oggi conosciuta.  La Statua della Libertà, donata dai Francesi al Governo Americano nel 1886, da quello stesso anno e fino al 1902 era a tutti gli effetti il faro di New York: gestito dal Servizio Fari Americano, è stato il primo a essere elettrificato alla fine del 1800. In seguito la sua luce non era più sufficiente a illuminare l’ingresso del porto ed è rimasta al suo posto come simbolo della città.

I FARI IN ITALIA ED I LORO GUARDIANI

I fari in Italia sono sotto la giurisdizione della Marina Militare; fino al 1994 l’assunzione del guardiano del faro, che oggi si definisce “operatore o collaboratore nautico”, avveniva attraverso concorsi pubblicati, come per altri, sulla Gazzetta Ufficiale. In seguito si è passati a concorsi interni, volti alla riqualificazione di personale civile della Difesa: dopo l’inoltro della domanda, si seguiva un apposito corso formativo presso l’ufficio tecnico dei fari di La Spezia.

Lungo gli 8000 km di costa italiana esistono 161 fari e solo 62 oggi ancora presidiati da chi ormai si definisce “operatore nautico”, non più “guardiano”, mentre il resto dei fari è automatizzato. Sin dal 2011 non ci sono più assunzioni per guardiani del faro in Italia, nonostante continuino ad arrivare alla Marina le domande di chi ancora ambirebbe a svolgere questo ruolo.

San Venerio, un eremita vissuto sull’isola di Tino, nel Golfo ligure, che col fuoco di notte indicava la rotta ai naviganti, è il protettore dei faristi. Ogni faro ha la sua storia, sin dalla posa della prima pietra, così come ogni faro è diverso da un altro anche per il tipo di luce che produce e dalla combinazione di luce e buio che lo caratterizza: guardando proprio questa combinazione, i naviganti sanno precisamente dove si trovano.

Per diventare farista bisogna essere dipendenti civili della Marina, occorre poi avere la categoria di assistente tecnico nautico, avere la patente militare e l’autorizzazione a condurre natanti. Se in possesso di questi titoli e requisiti ed essendoci posizioni di faristi liberi, si deve fare un corso per faristi, tenuto presso l’ufficio tecnico di La Spezia.

LA PRIMA DONNA ITALIANA GUARDIANA DEL FARO

A Forìo d’Ischia, di fronte al mare aperto, dove le onde s’infrangono sugli scogli con tutta la loro forza, si trova il faro di Punta Imperatore. In questo faro e davanti ad un panorama mozzafiato si è svolta la storia di Lucia Capuano fra gli anni ’30 e ’40 del Novecento. Lucia era sposata con Francesco De Falco nel 2008, detto “a’lanterna”, il primo guardiano del faro che, in quel luogo, trovò la morte. Lucia aveva appena 30 anni e già sette figli: prese così il posto di suo marito come guardiana. Il faro di Punta Imperatore, che si staglia solitario, quasi sospeso tra terra e cielo, è il più antico del Mediterraneo: dal giorno della sua attivazione, nel 1884, ogni cinque secondi la luce abbagliante e continua della sua lanterna da un’altezza di oltre 60 metri, viene in aiuto ai naviganti. Francesco Capuano aveva cura estrema del faro ma fu proprio all’interno di questo che, a causa di una scarica elettrica subita durante una riparazione, trovò la morte il 25 novembre 1937. Indomita, Lucia non si perse d’animo e chiese alle autorità di prendere il posto di suo marito: divenne così la prima donna farista italiana. La sua storia è stata rappresentata da sua nipote, Lucianna De Falco nel 2008, con lo spettacolo Lucì: voci e volti dal faro, proprio nell’androne del faro di Punta Imperatore, nella Baia di Citara.

IL FARO DI PUNTA PALASCÌA ED IL SUO GUARDIANO

Per raggiungere il faro della Palascìa vicino Porto Badisco, il faro più ad Est d’Italia (il luogo in cui il giorno comincia prima che nel resto della Penisola – siamo sul lembo estremo più ad Est d’Italia, 18°31’22” di longitudine), occorre fermarsi con l’auto nelle sue prossimità e poi percorrere a piedi un sentiero sterrato, facendosi largo tra la natura, le rocce e la macchia mediterranea: non appena si giunge alla sua vista, il candido faro si staglia tra l’azzurro del cielo e del mare, lasciando senza fiato. Fino al 1978 esso è stato presidiato dall’Aeronautica militare, essendo una stazione meteorologica; successivamente a questa data, è diventato una stazione meteorologica automatica.

Qui si svolse la romantica storia dell’ultimo guardiano del faro che lo abitò fino al 1978, quando dovette consegnare definitivamente le chiavi. Elio Vitiello era nato nel 1931 – è morto nel giugno scorso; arrivò a Otranto nel 1956 dal faro del Molo di San Vincenzo a Napoli portando con sé la tradizione di famiglia, faristi sia il padre Agostino sia il fratello Benedetto. A Otranto Elio trovò anche l’amore: si sposò e la sua luna di miele fu proprio al faro con la sua Rosina Greco, idruntina. Vent’anni di vita nel faro tra intemperie e giornate di sole, venti e isolamento. Era stato, così, l’ultimo guardiano del faro.

Elio ha raccontato che ai suoi esordi come guardiano era un periodo davvero difficile alla Palascìa: ogni giorno, intorno a mezzogiorno, al limite delle acque territoriali, «a vista nei giorni di bel tempo, gli Albanesi, per provocare, facevano le loro esercitazioni di tiro navale in mare». Si sentivano le esplosioni, lì, su quel faro. Tanti i suoi ricordi: «Pasqualino, il massaro della Masseria Caprara, ci portava il formaggio fresco e quasi sempre si fermava a pranzo, i pescatori di Otranto e Castro, i marinai della Metauro che rifornivano il faro di acqua, camminando sugli scogli in un equilibrio incredibile, sui sandali. E poi gli amici che, per tenerci compagnia, scendevano e si fermavano a condividere un pasto, prima del turno di servizio«.

Il faro, racconta, «funzionava a vapori di petrolio: una grossa lampada riscaldava il petrolio e questo evaporava, bagnando la retina ed incendiandosi, né più né meno che come una grossa lampara». E poi il servizio, l’attenzione alla luce ed alla rotazione: «Aveva sette ore di autonomia ed era controllata da un orologio, ma ogni notte bisognava percorrere i 132 gradini che portano alla lampada e stare di vedetta, col mare in burrasca ed il vento che entrava da tutte le parti. Solo nel 1966 arrivò l’elettrificazione».

Dopo l’abbandono, la lente sarà portata via da lì, il faro di Palascìa non ruota più. La lampada di Palascìa è a Messina; un’altra lampada, sempre dell’Ottocento è lì, «ma quella luce che girava lungo la costa era diversa». La vita al faro era condivisa con altre sei persone, loro due e la famiglia e quella del reggente Colaci. «Aprivo le finestre ed i delfini saltavano sotto la riva, indimenticabile», raccontavano insieme, con gli occhi lucidi, lui e sua moglie Rosina. E poi, ancora, i ricordi di questo lavoro, duro e bellissimo, ma impossibile da fare senza passione.

Il faro della Punta possedeva l’alloggio del fanalista (ancora oggi esistente, a pochi metri dallo stesso). Qui l’incaricato del servizio era costretto a controllarne il corretto funzionamento, ma non solo. Dalla sommità dello stesso faro, più volte ogni sera, doveva verificare se il fanale galleggiante posto presso la secca di Missipezze fosse acceso. Missipezze era un pericolo molto serio per la navigazione, almeno fino a che non entrò in funzione definitivamente il Faro di Sant’Andrea.

Oggi il faro è stato preso in carico dall’Università del Salento e dal Comune: è diventato il primo faro-museo, sentinella della storia. La torre ottocentesca può ormai essere visitata da tutti: con la nascita di un osservatorio naturale sull’ecologia e la salute degli ecosistemi mediterranei ed una mostra sulle lagune e sulle  foci fluviali si apre la seconda vita del faro; inoltre la nuova lanterna per la riaccensione è arrivata da La Spezia.

Il faro della Palascìa è stato costruito nel 1850 ha perciò guidato non poche navigazioni in Adriatico. La casa a due piani sulla quale è poggiata la grande torre in carparo è stata da sempre la dimora dei faristi, due famiglie che hanno vissuto in questo eremo, collegato alla superstrada con una mulattiera, fino agli anni Sessanta. Grazie a fondi pubblici e ad accordi tra Comune di Otranto, Regione Puglia, Università di Lecce, Marina Militare, il faro torna alla pubblica fruizione.

Guardando un faro di notte, stando in mezzo al mare, non si distingue la torre nell’oscurità, ma solo il salvifico fascio di luce che attraversa l’infinito e che ci guida verso la nostra destinazione: «I pescatori del tratto di mare tra la Torre del Serpe e la Palascìa raccontano che in certe giornate, quando le nuvole in cielo sono gonfie di pioggia e il sole le illumina come fossero vele, sulla superficie dell’acqua si può scorgere un brillio: i riflessi dorati di qualcosa di simile a una tromba».

(Roberto Cotroneo, E nemmeno un rimpianto, Mondadori, 2011).

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera, Mondadori, 1985

Cristiana Bartolomei, I fari d’Italia. Magnamare, Arzignano, 2009

Istituto Idrografico della Marina, Elenco dei fari e dei segnali da nebbia. Marina Militare, Genova, 2011.

Giovan Battista Magnaghi, Ernesto di Persano, a cura di Cristiana Bartolomei, Vedute e descrizioni dei fari e semafori sulle coste d’Italia, Vol. 1, 1877, Magnamare, Arzignano, 2008

Roberto Cotroneo, E nemmeno un rimpianto, Mondadori, 2011

https://www.ilmondodeifari.com/

https://www.youtube.com/watch?v=pFaZTENLCaI

https://www.youtube.com/watch?v=17cCmz8HxWY

https://www.farodihan.it/

https://youtu.be/msVEJfur3fw

https://www.salentoflash.it/2020/06/05/palascia-addio-allultimo-guardiano-del-faro/

https://www.quotidianodipuglia.it/lecce/faro_della_palascia_otranto_guardiano_del_faro-5268695

Immagini dal web.

 

 

 

 

 

 


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