‘Le nuove geometrie e le dinamiche’ presenti ‘nel cuore della natura e del vivente’

Non sempre succede che coloro che si dedicano alla ricerca,  nel dare dei significativi contributi ad ambiti molto specialisti del sapere da sembrare lontani dalle preoccupazioni di questo mondo, rivolgano il loro sguardo alle vicende della vita che li circonda; e forti dei risultati conseguiti le interrogano per ricavarne ulteriori spunti per rivedere sotto altra luce i percorsi di ricerca intrapresi col rivelarsi  a volte fonte di ulteriori risorse per ridisegnare, questa volta in base ad una diversa prospettiva, il nuovo progetto di vita e di pensiero verso cui ci si sta avviando. E anche se può sembrare un  po’ azzardato ed incongruo, è  come ritrovarsi ad essere quasi un novello Adamo ‘sulla sponda del Rubicone’ nel senso avanzato da Kant, lanciati cioè verso una nuova avventura della ragione rigenerata da un modo diverso di vedere e abitare il reale e le sue diverse ‘asperità’ sempre difficili da spianare a dirla con Jean Cavaillès (1903-1944), filosofo della matematica francese e strenuo combattente del nazismo sino alla morte per la  non comune capacità di cogliere lo stretto nesso tra pensiero e azione. Lo scontrarsi onestamente con il reale senza mentire e con le implicite contraddizioni o rugosità, però, questa volta non spaventa e non crea più turbamenti  come succedeva per  la ormai logora ‘ragione paradisiaca’ cartesiana, come la chiamava Simone Weil, nei  diversi tentativi fatti nella modernità a volte disperati  di limarlo,  tentativi per lo più falliti ma con dei portati e lasciti di natura ideologica  arrivati a dominare ancora sulle nostre menti e azioni sino a qualche decennio fa.

Su diversi crinali della ragione  si è messo da oltre un trentennio e si muove ancora il percorso avviato da Luciano Boi che, sin dall’inizio e senza nessuna remora, non ha avuto nessuna esitazione ad attraversare spesso la ‘sponda del Rubicone’ con l’insediarsi in modo strutturale con uno ‘spirito’, in senso bachelardiano, decisamente non analitico nell’ambito degli studi epistemologici; e questa già non comune scelta  è stata determinata dall’aver messo al centro  dei suoi interessi in modo strutturale e costante l’attenzione per il geometrico ed il topologico sulla scia dei  fondamentali contributi di Bernhard Riemann e Henri Poincaré, di Hermann Weyl e René Thom, figure  che nella pur ricca letteratura prodotta negli studi di filosofia della scienza del ‘900 non avevano ricevuto una adeguata considerazione critica. É emerso così un articolato percorso filosofico-scientifico frutto di una non comune metabolizzazione della piena dimensione teoretica della scienza geometrica e della sua ricca storia concettuale; essa è ritenuta saldamente ancorata alle ragioni del reale quasi una ‘forma archetipale di conoscenza’ in grado di pensare e ‘produrre nuove strutture e proprietà nei fenomeni’, come Riemann nei suoi pochi  scritti di natura gnoseologica aveva reso ancora più pregnante proprio in virtù dei gradi  di astrazione e di generalizzazione  sempre più elevati  raggiunti nelle cosiddette geometrie non-euclidee, poi divenute strategiche per gli sviluppi del pensiero fisico a partire dalla teoria della relatività.

I numerosi lavori, a partire da Le problème mathématique de l’espace. Une quȇte de l’intelligible con prefazione di René Thom del 1995 e Science et philosophie de la nature. Un nouveau dialogue del 2000  sino a Geometries of Nature, Living Systems and Human Cognition del 2005 e Morphologie de l’invisible del 2011, sono stati e continuano ad essere un costante interrogare la ragione geometrica nelle sue pieghe o nuances, a dirla con Gaston Bachelard, col farne venire fuori gli aspetti qualitativi intrinseci e ritenuti condizioni strutturali dei fenomeni naturali e non solo; tale scelta strategica poi ha portato Luciano Boi a scovarli e a farli emergere nella fisica contemporanea ed in altri settori scientifici ed in primis nelle scienze biologiche bisognose di diversi approcci matematici non esaustivi sino ad approdare, grazie  ad un non comune utilizzo ermeneutico della teoria delle catastrofi di René Thom e di alcune idee dei fisici Richard Feynman e Roger Penrose, ad una visione unitaria dei diversi campi della conoscenza col superare le pseudo-barriere, artificialmente spesso costruite, da diverse filosofie dalla vista corta che specialmente in Italia hanno dominato a lungo. In tal modo il suo percorso di ricerca si è contraddistinto nel dare voce in maniera programmatica alla necessità teoretica, oggi da diverse parti avvertita come cogente, del definitivo superamento delle due culture, dove un sano impegno filosofico è chiamato più che mai a svolgere questo insostituibile ruolo di cerniera nel fornire le basi di un autentico ‘pensiero teorico’ ma forte di una ‘nuova alleanza’, nel senso di Ilya Prigogine, col ricco corredo concettuale fornito dalle varie scienze interrogate però nei loro fondi e ragioni più profonde non sempre  facilmente percepibili.

Il considerare pertanto, come recita uno degli ultimi saggi, ‘la geometria più dei suoi stessi assiomi’, una scienza ‘ricca e complessa’, ha portato Luciano Boi a prendere in esame ‘le nuove geometrie e le dinamiche’ presenti ‘nel cuore della natura e del vivente’ sino a fornirgli gli strumenti concettuali per attraversare un’ulteriore ‘sponda del Rubicone’, o meglio più sponde, con lanciarsi in una rinnovata riflessione sulla necessità di ‘una nuova filosofia della natura’ con i suoi diversi enjeux  nel senso propostoci da Gilles Châtelet (Gilles Châtelet: le virtualità di una vita, 25 novembre 2021 ); e così oltre alla prima sponda attraversata, lo spirito non analitico ricavato dal lungo confrontarsi con le ‘virtualità’ della scienza geometrica, è emerso questa prospettiva con l’apportavi significativi contributi ancora in corso e ritenuta strategica per i destini non solo della ragione filosofica ma anche per una nuova visione del nostro modo di vedere il mondo reale e di viverlo. E per tale importante esito hanno giocato un ruolo decisivo  altri non secondari passaggi del Rubicone come quello relativo al mondo della complessità insieme con un’attenzione non comune verso il cosiddetto pensiero diagrammatico e la questione dell’immaginazione e visualizzazione delle forme matematiche ad esso profondamente legata, quest’ultimo oggetto di riflessione ancora da parte di poche figure; in questi mondi sono state aperte inedite piste di interpretazione ma sono sempre risultati dell’essersi posto criticamente agli avamposti del pensiero scientifico più recente ed interrogato con una non comune ragione filosofica ouverte e attenta a tutto ciò che succede nelle 24 ore del giorno, in senso bachelardiano, in grado di coglierne le tensioni non solo di ordine cognitivo ma anche quelle di natura antropologica che si vivono nella quotidianità col loro portato di verità esistenziali.

In tal modo, Luciano Boi dà voce al bisogno, oggi avvertito da più parti, teso a rendere la filosofia sempre più un pensiero ‘vivente’ che si nutre di un’esplorazione della realtà stratificata e delle diverse dinamiche umane e naturali col mettere da parte le obsolete attitudini da pensiero normativo ed ideologico; ed in tale percorso, forte dei risultati conseguiti grazie alla presa in carico del pensiero complesso e del pensiero diagrammatico all’interno di una rinnovata filosofia della natura, si mette in moto la ‘vera filosofia’ e con essa la ‘vera scienza’, come le chiamava negli anni ‘30 Hélène Metzger nel combattere da una parte il vecchio scientismo e dall’altra parte l’anti-scienza, col proporre degli efficaci ‘rimedi razionali’ (Hélène Metzger: la complessità come rimedio razionale, 20 agosto 2020) contro gli unilateralismi ed i riduzionismi in cui siamo ancora immersi ed imperanti ancora oggi in diversi contesti non solo scientifici e filosofici, ereditati da certa modernità afflitta dal mito della semplificazione e della ‘paradisiaca’ ragione cartesiana.

Da tenere presente che in questi diversi passaggi del Rubicone è venuto a giocare un non secondario ruolo la costante attenzione verso le figure di Giacomo Leopardi, Jorge Luis Borges e di Paul Valéry, scrittore-pensatore che, nel confrontarsi non a caso con le stesse virtualità presenti nelle idee geometriche di Henri Poincaré, è pervenuto a tracciare una sua via della complessità (Paul Valéry: un viaggio nella complessità, 13 agosto 2020) e a fornirci dei percorsi strettamente intrecciati tra vita e filosofia, tra scienza e letteratura; e sono stati diversi gli spunti tratti da un’opera del 1937 dal significativo titolo L’Homme et la coquille, che Luciano Boi ha sviluppato nelle sue ricerche nel trovare intrecci ed interazioni tra i diversi livelli dei fenomeni naturali ed umani dove vengono a giocare un ruolo strategico i fattori emergenziali che certa ragione ancora di stampo cartesiano non tollera e fa fatica a metabolizzare. Il confronto col multiforme pensiero di Valéry non è stato da meno per vedere sotto altra luce i fatti umani e i veri ‘protagonisti’ della vita reale così come vengono chiamati “i contadini, i panettieri, i cestai, i falegnami, i pescatori, le sarte, le tessitrici, le ricamatrici, le lavandaie” che hanno fornito a Luciano Boi la “trama e la forza” per scrivere questo suo ultimo lavoro, apparso in forma online nel 2019 ed in corso di stampa, dal significativo titolo Elogio dell’intreccio. Immaginazione matematica, inventività della natura e creatività artistica.

Tale scritto, ‘nel fare tesoro’ in senso biblico dei risultati conseguiti nell’ampia produzione filosofico-scientifica col renderli a dirla con Primo Levi ‘la miglior merce e pur essendo un ‘saggio di scienza e filosofia’, deve la sua origine all’osservazione acuta dei “linguaggi multiformi” e della estrema “varietà di gesti, di doti e di altre qualità materiali e umane incarnate in un’opera o in una forma di vita cariche al contempo di concretezza e di simbolismo”; tale scelta si rivela un altro passaggio del Rubicone nel vedere con inedita torsione concettuale nelle gesta di  un panettiere, ad esempio, quelli che vengono chiamati “incontri segreti tra scienza, arte e letteratura”  dove viene a giocare un euristico ruolo cruciale l’idea di ‘intreccio’ che sta alla base di quell’insieme teorico venutosi a costituire con la scienza della complessità, ritenuto da Boi “una forma nuova di praticare la conoscenza e di un modo diverso di percepire la realtà”. E la novità di tale approccio è ritenuto stare nel cercare di comprendere ogni fenomeno ed il suo “spettro di apparenze in quanto processo ed evento” e come tale più in grado di cogliere “il campo dinamico di intrecci pulsanti tra le cose e gli esseri viventi”; e dagli intrecci reali tra oggetti, tipici dell’“arte della gestualità delle mani vissuta come forma di un’esistenza creativa”, possono scaturire eventi che vengono a mettere in atto nuovi processi col “generare nuove proprietà e qualità”.

Boi analizza nei singoli capitoli quella che chiama “l’arte dell’intreccio che è anche un’arte della vita” dove le persone con i loro gesti “sembrano modellare, insieme alla materia” anche lo spazio e il tempo nella vita quotidiana col dare forma agli oggetti, col mettere in atto dei processi simili a quelli che avvengono nella scienza, nell’arte e nella poesia caratterizzati dalla “creazione continua di nuove forme astratte e concrete (simboliche ed estetiche)”; ma ciò che è più importante è che tale approccio ci consente di concepire il mondo come “un orizzonte aperto a una moltitudine di prospettive” dove il topologo, il filosofo, il poeta, l’artista o il singolo panettiere abbattono ogni “dogma” quasi animati dal bisogno ‘ancestrale ‘ed incessante di “scoprire le connessioni profonde” tra i fenomeni e di vedere il nodo come un evento-gesto, “un ponte gettato tra i due mondi, un intreccio tra natura e cultura”. In tal modo Luciano Boi ci indica una strada per abbattere steccati e dogmi, per sentirci umili navigatori della conoscenza del reale che chiama a sua volta ‘rugoso, ritorto e plectico’ e fatto di diverse pieghe con delle potenzialità implicite se si prende, però, atto degli infiniti intrecci che lo caratterizzano; e “davanti ai nodi ci si sente come un esploratore errante” in quanto “dono e frutto dell’inveramento della creazione umana e dell’inventività della natura”.


FontePhotocredits: Foto di Gerd Altmann da Pixabay
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Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.