«Quello che proteggi racconta chi sei»

(F. Caramagna)

“Hai gli occhi di tua madre”, così sono stata accolta un giorno di settembre dei miei 44 anni.

Avevo quattro anni, quella macchina da scrivere troneggiava su un piccolo tavolo alla sinistra di una grande scrivania, in una  stanza che mi sembrava immensa, allinterno dello Studio Legale Castellana.

Era la postazione di guerra” di mia madre, un luogo molto più “residenza” della nostra stessa casa. Lo era e lo è rimasto nei secoli dei secoli. Con lei e dopo di lei.

Da quel tavolino, quando erano ancora le ore 16:00 di pomeriggi qualunque e quando ancora non era arrivato nessuno in studio, mamma andava ad innaffiare le piante sul balconcino interno nella stanza che poi sarebbe diventata quella di Luisa Castellana, la figlia del dominus, io mi sedevo e iniziavo (di nascosto) a battere a caso sui tasti, come a voler imitare il modo in cui solo mia madre sapeva toccarli… e non so descriverlo. Qualcun altro potrà farlo al posto mio, ne sono sicura, poiché credetemi, era un modo che avrebbe dovuto essere brevettato. Porta la sua firma ancora oggi nelle orecchie di chi lo ha sentito… sì, nelle orecchie, poiché quelle macchine da scrivere possedevano un suono, non un ticchettio. Ed era tutto molto diverso.

Quando aveva finito con le piante e tornava in quella stanza, sistematicamente mi trovava seduta dove non avevo mai avuto il permesso di sedermi e partiva: Alzati immediatamente e non toccare! Si può rompere!”… balzavo sullattenti, toglievo le mani dai tasti e fuggivo a sedermi nellangolo di un divano nero in pelle di cui stranamente ricordo i piedi: sottili e di ferro. Oggi, sarebbe un autentico pezzo vintage… io poggiavo le chiappette sulloriginale!

Alle 16:30 arrivava lavvocato e, da lì, partiva il tran tran dei pomeriggi in studio.

Antonio Castellana, lavv. Antonio Castellana, ai miei occhi di bambina una roccia impossibile da scalfire, difficile anche dire di aver visto mai un suo sorriso: oltre i suoi baffi, un universo infinito che solo gli anni mi avrebbero rivelato.

Ne è passata da allora di acqua sotto i ponti: il figlio maggiore di Giuseppe Castellana Soldano, Antonio junior in sostanza, quando era piccino non sapeva pronunciare bene il nome di mamma… Ins, la chiamava… Ins, lei ripeteva ridendo e lo adorava quel bambino. Lo stringeva come stringeva il suo papà, Peppone, così lo chiamava, quando era lui ad essere piccolo.

Potrei riempire unenciclopedia con questa storia, ma non è il luogo giusto per farlo. Mi soffermo, però, sulle lezioni di vita che custodisco e che la famiglia Castellana non ha mai smesso di darmi.

Le sistemo solo in ordine cronologico, poiché non possono avere un ordine di importanza.

Lezione n.1 – Lavvocato Antonio Castellana, nonostante gli oltre quarantanni durante i quali ha avuto mia mamma in studio, non aveva mai smesso di darle del lei. Mai. Era una specie di conferma di quanto mi insegnava mia nonna, ragione per la quale io ancora oggi faccio una fatica immensa a dare del tu a molte persone. Mamma però a un certo punto aveva iniziato a star male, poi un popiù male, poi molto male, poi malissimo. Eravamo agli sgoccioli, quelluomo roccia, dopo anni lunghi secoli, per la prima ed unica volta fece il viaggio al contrario e venne da lei, a casa nostra. Avevo 27 anni ormai, ma questo non cambiava il timore reverenziale che nutrivo per quella figura… scoprii quel giorno perché avevo timore. Andò da lei e così si espresse: Ciao Ines, come stai?” ed aveva il tono più amorevole delluniverso. Per la prima volta lo sentii rivolgersi a lei dandole del tu. Alla fine. Ecco cosa temevo da sempre: la grandezza del rispetto sconfinato, della fiducia cieca ed evidentemente dellaffetto distillato, che andava molto oltre qualsiasi concetto possiamo comprendere oggi, tempo in cui della classe umana di certe persone, non conosciamo più  nemmeno lombra.

Lezione n.2 – E sono ancora passati anni: sono tornata in quello studio in Via Andrea da Bari un giorno, non ricordo perché. La stanza di mamma era ora di Luisa e la macchina da scrivere su cui lavorava Ines” era sistemata sul tavolino, nellingresso. Intatta. La sensazione che avevo addosso era quella di sempre: nulla era cambiato e guardavo quella macchina con la stessa brama di quando avevo quattro anni. Luisa, come posso fare ad averla?”, chiesi in preda ad un panico che nemmeno io sapevo perché lo provassi. “È tua, prendila”, mi rispose, lasciandomi imbambolata. Posso? Dici davvero?”. “È tua” ripeté lei, Prendila”. Non stava lasciando io portassi via una qualsiasi macchina da scrivere, perché anche per lei ricopriva valori, ricordi, vuoti, amore. E io lo sentivo. Con quel gesto mi stava donando tutto quanto cera di non detto e rimarrà così per sempre. Non c’è alcun bisogno di dire, in certi casi.

Lezione n.3 – Ieri sono tornata in Via Andrea da Bari. Un nuovo portiere mi ha guardata con laria di chi, giustamente, si stava chiedendo chi diavolo fossi e dove stessi andando con quella sicurezza, come lui non esistesse. Aveva ragione, avevo il passo spedito, ero a casa, al suo posto avrebbe dovuto esserci Saverio, il portiere che per nessuna ragione avrebbe potuto fermare ”bimba Myriam” che andava allo studio Castellana. Sono rinsavita, ho salutato e gli ho detto dove ero diretta… con il sorriso ha lasciato che salissi. Solo dopo mi hanno detto che c’è stato un passaggio di consegne: quel ragazzo altri non è che il figlio dello storico Saverio. Ne ho sorriso. Però quando sono entrata in quello studio dove si ferma la frenesia del mondo perché è tutto sempre uguale, è la mia macchina del tempo, quando Luisa mi ha aperto la porta e spedita con il sorriso da suo fratello, nella stanza in fondo, ho varcato la soglia e Peppe si è alzato; il tempo di un ciao e i suoi occhi, quelli di un uomo con cui paradossalmente ho sempre parlato poco, si sono fatti lucidi. Il nodo nella mia gola ha impiegato un istante ad arrivare ed eccolo il suono della sua voce, con un idioma tipico di noi baresi: Hai fatto gli occhi di tua madre”. E niente, cosa mi si poteva dire di più bello e disarmante? Niente, assolutamente niente. La lezione dunque stava sempre nello stesso verso: una parola è poca, due sono troppe. Piccoli e rarissimi fatti, che descrivono in un attimo sconfinati stati danimo ed immensità di persone.

Mia madre era la mia colonna, mi ha mollata un po’ troppo presto per i miei gusti, ma vogliamo mettere le eredità che mi ha lasciato?

Imparare tangibilmente che nella vita le chiacchiere stanno a zero e contano i fatti e che fra i fatti, quelli importanti, stanno nei dettagli, non ha prezzo!

E questo non è Oltre, non è nemmeno Verso. Questo è letteralmente Dentro.

Alla salute di chiunque di noi si faccia grande, troppo grande, senza mai essersi realmente risolto.

I grandi sono di un altro tempo, di un altro spazio e soprattutto, di un’altra pasta ed hanno calpestato il mio percorso, per un lungo periodo… sono una miracolata.


FontePhotocredits: Miriam Arsedea Massarelli
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Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

2 COMMENTI

  1. Ho l’onore di avere lettori pazienti e appassionati al punto da dirmi una cosa tanto bella. Grazie.

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