Contro una pedagogia nera che non accenna a diminuire, ma che di certo si sente minacciata

“Fiore” è una parola semplice: il suo corrispondente latino significa soltanto “fiore”. La sua radice indoeuropea bhla- (da cui fla-) spalanca, invece, l’universo della sovrabbondanza, con la sua idea di “traboccare”. Del resto, un fiore non è forse un disavanzo di vita e bellezza?

Sarà per questo che, quando abbiamo qualcosa di speciale da comunicare, ci affidiamo ai fiori. Senza doppi fini e senza calcoli. L’eccedenza non si può controllare. L’eccedenza eccede senza permesso, altrimenti tale non sarebbe.

Sarà questo che ha fatto imbestialire e inorridire i più negli ultimi giorni, giorni di conclusione dell’esame di Stato per migliaia di studenti e studentesse d’Italia. Fiori, fiori ovunque. E poi foto, festeggiamenti, genitori in prima fila. A tal proposito l’indignazione sta circolando indisturbata: da una parte piovono fiori, dall’altra giudizi su una generazione di giovani ipercelebrata da madri e padri immaturi, infantili, completamente devoti alla prole, incapaci di un po’ di quella sana austerità che, fino a qualche anno fa, era considerata archetipica per quel ruolo.

È inutile: la generazione del “dovere per il dovere” e del “volere è potere” non si smentisce mai. È la stessa dello “schiaffo che non ha mai fatto male a nessuno” e del “tienilo giù il bambino altrimenti lo vizi”. Sono le stesse bocche. Cambia di volta in volta l’età dei genitori ai quali è rivolta la sentenza. Quello che non cambia, invece, è la convinzione che una breccia nel muro di un modello genitoriale vecchio di secoli possa minarne l’autorità. Quello che non cambia è il rifiuto aprioristico di aprire l’istituzione all’emozione, la razionalità al sentimento, l’esame alla festa, il dovere al piacere.

Non si parla di situazioni limite, come quella in cui genitori assenti per l’intero quinquennio si presentano all’orale dell’esame di Stato e si mettono pure a filmare. Né si discute la pericolosità di ingerenze continue, gravi e nefande nella vita scolastica e nel lavoro dei docenti. Si parla soltanto di pericolose generalizzazioni. Si parla soltanto del sospetto malato verso un nuovo modo di vivere la relazione con i figli. E si parla, anche e soprattutto, di una povertà spaventosa: quella di chi, cresciuto a botte di “sei piccolo; non capisci niente; faccio io, che tu non ci riesci; da grande capirai”, adesso ripercuote il modello assorbito su questi fantomatici giovani d’oggi. E loro “cosa ne sanno di quanto era difficile la maturità ai miei tempi? Di quanto era impegnativo lo studio quando io frequentavo le superiori?”. Io, io, io. Povero ego, traumatizzato, senza saperlo, da un modello educativo completamente smentito dalle neuroscienze, le quali hanno ormai ampiamente dimostrato che non c’è bisogno di umiliare per educare e che la disciplina veicolata dalla gentilezza funziona più e meglio di quella imperniata sull’umiliazione e sulla sofferenza. Povero ego, protagonista inconsapevole di una catena di sant’Antonio di pedagogia nera che non accenna a diminuire, ma che di certo si sente minacciata.

La minacciano quei genitori che hanno chiesto un permesso al lavoro per andare ad ascoltare i propri ragazzi e le proprie ragazze, stanchi di una società dove contano solo perché producono. La minacciano quei figli che, comunque sia andata, sorridono e festeggiano fuori scuola e si scattano un selfie con mamma e papà. E la minacciano quelle tonnellate di fiori, quella sovrabbondanza muta e invadente, fatta solo per chi sa sospendere il giudizio e sapere di non sapere tutto. Perché i fiori hanno bisogno di semplicità per essere capiti. Semplicità che non è ingenuità, adultescenza, lassismo, chiacchiera, pochezza, ma purezza, trasparenza, passione.

E visto che per alcuni linguisti di mezzo ci sarebbe la radice flos-, da cui la “fiamma” che, idealmente, è il fiore del fuoco, auguro agli scontenti di turno di lasciarsi purificare da tutto questo ardore, da tutta questa bellezza, da tutta questa scandalosa novità. Anche se l’augurio più grande va ai giovani, perché abbiano il coraggio di mettere fine all’era della scontentezza, del “si è sempre fatto così”, del “che ne vuoi sapere tu” e inaugurino un mondo in cui la festa e la gioia per le piccole, grandi cose della vita faccia germogliare la possibilità di vivere bene senza la spasmodica necessità di punirsi e di punire.


FontePhotocredits: Michela Conte
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Sono un'insegnante, anche se il più delle volte sono io quella in-segnata dai miei studenti. Sono una ricercatrice, perché cerco piste di rilevanza pubblica per una materia troppo fraintesa e troppo di nicchia: la teologia. Sono una giornalista e faccio cose con le parole. "Quello che non ho è quel che non mi manca" (F. De André) e sono immensamente grata alla vita perché, non senza impegno e sacrificio, "ho trovato amore nel mezzo de la via, in abito legger di peregrino" (Dante Alighieri, Vita nova)

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