Una breve chiacchierata con la giovane imprenditrice biscegliese, Valeria De Feudis, che, dopo aver maturato un’esperienza di studio fuori dalla nostra regione, ha deciso di farvi ritorno, per occuparsi dell’azienda di famiglia.

Un’occasione utile probabilmente per sfatare i comuni stereotipi che sovente descrivono il Sud Italia come un territorio nel quale i giovani non hanno alcun futuro professionale.

L’azienda fondata da Suo nonno, oggi continua a camminare anche sulle Sue gambe. Dopo aver vissuto molteplici esperienze lontana da Bisceglie, per motivi di studio e lavoro, ha deciso di tornare. Come inizia il Suo viaggio di ritorno alle origini?

In realtà quando sono tornata non era mia intenzione lavorare per l’azienda di famiglia, a dire il vero l’avevo escluso a priori, perché convinta che fosse un settore molto lontano dal mio percorso di studi e lavorativo. Tuttavia, dopo una breve esperienza presso un’azienda locale, ho finalmente capito che ricoprire ruoli in settori diversi dal commerciale/marketing, mal si conciliava con le mie propensioni ed ambizioni. La ricerca fu molto lunga e non sortì i risultati sperati, infatti ero pronta a ritornarmene a Milano.

Un bel giorno, tuttavia, il direttore commerciale dell’azienda di famiglia, dopo una lunga chiacchierata vertente sulle strategy aziendali da adottare nel breve e lungo periodo, mi ha proposto di affiancarlo e di intraprendere un percorso sperimentale mirante a creare un nuovo piano di comunicazione aziendale utile a collocare l’azienda, per la prima volta, su un piano diverso dallo storico magazzino edile dove poter acquistare il cemento. Cosi nacque la “DI PINTO” 2.0.

Di li a breve strutturammo un piano di comunicazione online/offline; fu realizzato il sito web e furono attivati i vari profili social; furono altresì avviati i primi progetti formativi e il “Progetto edilizia 2.0”: la prima fiera edile del nord barese ideata, organizzata e realizzata dalla “Di Pinto”, dove circa 15 espositori (tra le più grandi aziende edili produttrici su scala nazionale ed internazionale) per un giorno espongono nei locali della nostra azienda, tutte le novità in materia di prodotto e di servizio.

Un comparto, come quello dell’edilizia, con preponderante presenza maschile. Come preserva, e al contempo accresce, la Sua professionalità e quindi il suo essere Donna?

È vero, il settore edile è prettamente maschile: ci sono validissimi tecnici donna tuttavia, bisogna ammetterlo, la presenza di uomini è dominante, ma non “dominatrice”! Posso affermare, in base alla mia breve esperienza, che la figura della donna in questo settore è assolutamente rispettata. Detto ciò, a prescindere dai modi e dagli stereotipi, il rispetto si riceve, solo se prima si concede. A tal proposito credo di essere entrata in punta di piedi, fin dai primi giorni, ed essermi conquistata, giorno dopo giorno, il rispetto e la stima dei miei clienti avendo prima di tutto rispettato loro.

Molte imprese al sud assurgono al ruolo di “cattedrali nel deserto”. Quali, le maggiori criticità strutturali che riscontra nel sistema economico del Nostro territorio? Quali innovazioni apporterebbe oggi, all’esercizio dell’attività di Impresa?

Partendo dal presupposto che non si possono riassumere in poche righe le innumerevoli criticità del nostro sistema economico nazionale/locale e volendo restringere la portata della domanda al settore edile ritengo, che una della maggiori criticità sia riconducibile alla questione dell’accessibilità al credito. C’è da fare una piccola digressione. Il settore dell’edilizia ha subito una forte mutazione dopo la gravissima crisi economica degli ultimi anni, che ha visto prima lo stallo e poi l’arresto del sistema di compra/vendita della stessa filiera edile. In altre parole, a causa della crisi economica, l’accessibilità al credito ha subito una paralisi: da un lato gli stakeholder del settore hanno più difficoltà ad accedere ai cosiddetti “mutui edili” necessari per poter costruire nuovi edifici ed alimentare la loro attività quotidiana; dall’altro lato, se prima erano sufficienti pochi risparmi ed il consenso dei genitori, adesso una coppia di ragazzi che si affaccia in banca, per accendere un mutuo deve davvero avere le spalle solide e qualche santo in Paradiso!

Chiaramente l’inaccessibilità al credito, ha avuto una chiara e diretta conseguenza sulla struttura stessa del settore edile. Invece di costruire si ristruttura; invece di comprare il nuovo si sistema il vecchio; non si butta, si ricicla. Tutto ciò ha prodotto effetti sul nostro lavoro quotidiano, che oggi è profondamente mutato. Non potendo infatti più servire nuovi cantieri (perché di fatto non ce ne sono o sono davvero pochissimi in tutto il territorio), abbiamo diversificato i settori: in particolare, se per i primi trent’anni della nostra attività vendevamo prevalentemente cemento e mattoni forati, negli ultimi anni abbiamo investito in altri ambiti predisponendo, all’interno della nostra azienda, nuovi spazi: la Termoidraulica e il Colorificio con un’area tutta nuova dedicata ai corsi di riciclo creativo (che seguono e sostengono assolutamente il trend sopra citato del recupero del vecchio invece che dell’acquisto del nuovo!). Infine abbiamo potenziato il nostro Showroom dove vendiamo pavimenti rivestimenti ed arredo bagno.

In pochi anni, per la precisione tre, abbiamo creato una squadra di professionisti aziendali che si dedicano al marketing&comunicazione, al supporto tecnico e alla gestione commerciale a 360°. Una compagine di persone che, in sinergia con la proprietà, lavorano quotidianamente per migliorare e fortificare il progetto “DI PINTO 2.0”.

Fare impresa divulgando cultura sociale: utopia o realtà secondo Lei?

La costruzione edile e la ristrutturazione dell’esistente sono già di per sé temi strettamente legati al sociale. Se costruisci male al primo terremoto il palazzo crolla; se ristrutturi un appartamento utilizzando materiali scadenti, dopo pochi mesi le pareti saranno corrose dall’umidità e ciò provocherà seri problemi di salute al nucleo familiare ivi residente.

Ovviamente questi sono esempi estremi, ma utili per sottolineare che ogni giorno il singolo muratore che ripristina un mattone danneggiato in cucina, oppure l’imbianchino che pratica un intervento di bonifica delle pareti dalla muffa o ancora l’imprenditore edile che realizza un nuovo edificio dovrebbero ricordare l’aspetto sociale del loro lavoro e quindi avere ben a mente che questo dispiegherà effetti POSITIVI o NEGATIVI sulla vita e sulla salute altrui.

Le regalo una scatola di colori: quale di questi, La rappresenta maggiormente oggi e quale identifica compiutamente lo spirito, con il quale Suo nonno fondó la Vostra azienda?

L’arcobaleno. Mille colori, mille nuovi e coloratissimi progetti; ancora migliaia di strade da percorrere. Perché dover scegliere un colore se ne posso avere tanti?! I colori di mio nonno? Sicuramente rosso e verde. Rosso come la passione che lo ha animato, quando nel lontano 1977 ha fondato l’azienda dal nulla decidendo di intraprendere l’attività di vendita del cemento e delle pietre nella cantina della sua abitazione. Verde come il colore del suo conto corrente, quando ha rischiato il tutto per tutto per perseguire un sogno così non convenzionale per i canoni dell’epoca.


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Giuseppe Leonetti
Una famiglia dalle sane radici, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Bologna, con una tesi su “Il fenomeno mafioso in Puglia”, l’esperienza di tutti i giorni che ti porta a misurarti con piccole e grandi criticità ... e allora ti vien quasi spontaneo prendere una penna (anzi: una tastiera) e buttare giù i tuoi pensieri. In realtà, non è solo questo: è bisogno di cultura. Perché la cultura abbatte gli stereotipi, stimola la curiosità, permettere di interagire con persone diverse: dal clochard al professionista, dallo studente all’anziano saggio. Vivendo nel capoluogo emiliano ho inevitabilmente mutato il mio modo di osservare il contesto sociale nel quale vivo; si potrebbe dire che ho “aperto gli occhi”. L’occhio è fondamentale: osserva, dà la stura alla riflessione e questa laddove all’azione. “Occhio!!!” è semplicemente il titolo della rubrica che mi appresto a curare, affidandomi al benevolo, spero, giudizio dei lettori. Cercherò di raccontare le sensazioni che provo ogni qualvolta incontro, nella mia città, occhi felici o delusi, occhi pieni di speranza o meno, occhi che donano o ricevono aiuto; occhi di chi applica quotidianamente le regole e di chi si limita semplicemente a parlare delle stesse; occhi di chi si sporca le mani e di chi invece osserva da una comoda poltrona. Un Occhio libero che osserva senza filtri e pregiudizi…