Rombo di tuono se ne va…

Mentre il calcio è ripiombato nelle polemiche per i cori razzisti al portiere del Milan Mike Maignan e l’Inter conquista la terza Supercoppa Italiana, disputata nell’esilio d’oro dell’Arabia Saudita, Gigi Riva ci ha lasciato, uno degli ultimi romantici dell’arte del pallone. Chi l’ha visto giocare ricorda la sua forza e la sua spietatezza sotto porta, chi non ha avuto l’onore di ammirarne le gesta dal vivo, come il sottoscritto, si è nutrito delle sue imprese  dai  video rimandati in loop dei vari rotocalchi sportivi e delle videocassette che ti restavano nella memoria, preziose videoteche che custodivano i segreti e le gesta dei grandi campioni.

Riva è stato un eroe, romantico per certo, di questo sport che oggi fagogita denaro con facilità e mette in piazza calciatori sopravvalutati e superpagati. Riva aveva iniziato a calciare i suoi primi palloni in oratorio, rompendo caterve di vetri, forse con la rabbia di chi ha visto la vita voltargli le spalle già da piccolo, quando suo padre era morto sul lavoro –  oggi la chiamiamo morte bianca – e lui era cresciuto con la sorella maggiore. Il calcio, quello di una volta, dei valori e delle relazioni vere, l’ha salvato e lui ha ricambiato tanta gratitudine con gol e imprese restate nella storia.

È andato a giocare a Cagliari nel 1963 e lì ha messo la sua tenda, un amore che è stato eterno, fino al 22 gennaio, giorno della sua dipartita. Per la penna di Gianni Brera era Rombo di tuono, soprannome che è diventato comune a tutto il mondo del calcio per identificarlo e renderlo unico. A Cagliari aveva avuto come compagno di squadra Roberto Boninsegna, il Bonimba di Brera (ancora lui), altro rapace dell’area di rigore che spesso pestava i piedi a Gigi (andate a vedere il gol di Roberto in Italia Brasile ‘70). Boninsegna scelse piazze più prestigiose, nessuno lo biasima per questo, sia chiaro, mentre Riva ha legato il suo nome a Cagliari anche e soprattutto per quel clamoroso scudetto vinto nella stagione 1969/1970, calcio dei tempi andati, direbbe qualcuno, difficilmente spiegabile ai ragazzi di oggi, frastornati dalle stelline dell’album Panini e dalle sfarzose luci della Champions League, che rischia a sua volta di essere messa da parte dalla Superleague. Gran bella squadra quel Cagliari, che poteva contare su Pera, Domenghini e Ricky Albertosi tra i pali. I rossoblù isolani misero in fila Inter, Juventus e Milan. Mica male. Gigi aveva vinto anche con la Nazionale, altro grande amore, essendo stato protagonista dell’Europeo di casa del 1968 e mettendo il suo nome nel tabellino della finale contro la Jugoslavia. Era presente in quell’assurda carambola di emozioni dello Stadio Azteca, nella partita del secolo Italia Germania 4 a 3, episodio epico della storia del calcio, con Franz Beckenbauer, altro eroe dei tempi andati che ci ha lasciato da pochissimo, ferito e fasciato come un soldato al fronte. Ovviamente Rombo di Tuononon mancò di apporre la sua firma.

È stato un romantico Gigi, tante volte ha rifiutato le offerte dei grandi club pur di poter restare nella sua amata Cagliari dove ha vissuto in un palazzo del centro, come tanti cagliaritani comuni. A tratti mi ricordava Teofilo Stevenson, pugile cubano che vinse tre ori olimpici che avrebbe potuto arricchirsi con la sua classe, ma non volle. Gli infortuni, seri e brutti, hanno messo fine alla sua carriera dopo la quale si è dedicato alla Nazionale, dal 1990 al 2013, con la quale ha vinto dietro le quinte il quarto titolo iridato ricoprendo il ruolo di Team Manager.

Ci mancherà, come manca il calcio di una volta, romantico ed eroico, che pare aver perso i valori di lealtà, amore verso la maglia e rispetto che Riva impersonificava con ortodossa volontà.

Buon viaggio, Rombo di tuono!


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