“Bambini, imparate a fare le cose difficili: dare la mani al cieco, cantare per il sordo, liberare gli schiavi che si credono liberi”

(Gianni Rodari)

Hai ragione, Gianni, me sei nato nel 1920, per morire nel 1980.

Hai visto le conseguenze della guerra, hai vissuto il fascismo, lo hai visto cadere, hai conosciuto il sessantotto ed i sessantottini.

Sei morto quando io avevo due anni.

Se solo sapessi quanta ricchezza quegli anni ottanta e quanta decadenza dopo di loro.

Se sapessi che oggi tutte le ragioni del tuo pensiero sono evaporate.

Noi adulti, i bambini ai quali parlavi, non abbiamo imparato niente.

Non sono i bambini, oggi, a dover imparare.

Siamo noi che non abbiamo più la minima decenza nello stare al mondo.

Se solo tu provassi oggi ad esortare chicchessia dicendo:

– Canta per un sordo!

Se provassi a fartelo tradurre in lingua 2019, sai che risposta troveresti?

– Non ho tempo da perdere, i sordi non sentono.

C’è un cantautore pugliese, nato a Margherita di Savoia, tale Raf, che era già nato quando tu ancora eri su questa terra, ma il suo primo album lo ha inciso quando ormai ci avevi lasciati. Correva l’anno 1984.

Dopo soli cinque anni, nel 1989, quando io avevo 9 anni, ha pubblicato un singolo dal titolo “Cosa resterà”. Ci aveva visto lontano: io cantavo e non sapevo bene neanche cosa. Eppure cantavo.

È un effetto serra che scioglie la felicità,

delle nostre voglie e dei nostri jeans

che cosa resterà? (…)

Anni bucati e distratti,

noi vittime di noi.

Ora però ci costa il non amarsi più (…)

Cosa resterà di questi anni Ottanta,

afferrati e già scivolati via? (…)

La radio canta una verità dentro una bugia.

Anni ballando, ballando Reagan-Gorbaciov,

danza la fame nel mondo come un tragico rondò,

noi siamo sempre più soli,

singole metà (…)

Forse domani a quest’ora

non sarò esistito mai

e i sentimenti che senti se ne andranno come spray”.

A saperlo che quando ancora mancava un anno alla fine del decennio “più figo di sempre”, c’era già questo tormentone pop, neanche di grandissimo spessore musicale, che si sarebbe rivelato un amarissimo testamento.

Sono un po’ dura, lo capisco, ma quegli anni hanno visto, fra un milione di altre cose, miti musicali senza pari e lo dico con la contezza penosa di chi la musica non solo l’ha amata, ma l’ha anche studiata e oggi… oggi, Gianni, lasciamo stare, ti risparmio anche questo dolore. Un capitolo a sé stante.

Tornando a noi, io ero a pieno titolo una delle bambine a cui ti rivolgevi quando dicevi che c’erano da imparare le cose difficili. Che cosa faccio, quindi, Gianni? Ti leggo anacronisticamente o provo a darti risposta ora?

Hegel l’aveva detto: “Dalla storia impariamo che non impariamo niente dalla storia”.

Raf, nel testo di quella canzone, ci aveva messo l’incipit di quello che oggi è. E se già allora era evidente, immagina la deriva!

L’effetto serra che scioglie la felicità è diventato: “La felicità? Si compra al supermercato? Due etti, grazie, così finisce presto e domani la ricompro fresca”.

Le nostre voglie e i nostri jeans ci sono ancora, non hanno smesso di nutrire il mercato, ma sono diventate voglie a largo spettro, una vale l’altra ed i jeans si sono strappati o, se vuoi la verità, sono un complemento d’arredo che viene via molto facilmente.

Gli anni bucati e distratti, noi vittime di noi sono diventati anni egocentrati ed attenti. Noi? Vittime di noi, ma elevato alla #ennepotenza.

Il non amarsi più (…) non è più vero, basta leggerlo cambiando l’inclinazione. Certo che oggi ci si ama, sapessi quanto: ci si ama eccome, nell’atto di guardarsi allo specchio.

La radio che canta una verità dentro una bugia è diventata una radio che strimpella; un pezzo resta in auge venti giorni se ha un minimo di “qualità”. Però Gianni, non confonderti, la qualità oggi corrisponde al prezzo di mercato. L’ascoltatore non fa la differenza, poiché in sé non è differente. Durante le ultime feste natalizie c’era qualcuno che non faceva che pregare una tale Marlena di tornare a casa: era un continuo questa canzone, un continuo. Non lo so poi che fine abbia fatto Marlena, ma intanto la canzone è diventata latitante. Già, Gianni, siamo solo a Pasqua.

Anni ballando, ballando Reagan-Gorbaciov sono diventati anni ascoltando, ascoltando nomi che non faccio perché il buon Dio mi ha lasciato ancora il sentimento della vergogna.

Danza la fame nel mondo come un tragico rondò: sono trascorsi trent’anni. Non è un tragico rondò, è un funereo tango.

Noi siamo sempre più soli, singole metà (…) è diventata l’ignoranza assoluta rispetto al termine metà. Nella lingua 2019 la metà non esiste. Esisto io, “il pidocchio del pensiero” (mutuo un attimo Gadda, perché trovo che non esista un paragone migliore per l’io 2019: pidocchio!).

Forse domani a quest’ora non sarò esistito mai è diventato quanto mai reale. Oggi ci sei, domani non conti. Il 2019 è così: ha il pregio della velocità. Sposti mobili, modifichi schemi, cambi abitudini, smussi angoli, cancelli le virgole, metti i due punti. Ma il bello è che il 2019 non sposta mica mobili, non cambia mica abitudini, non smussa mica angoli, non cancella mica virgole, non mette mica i due punti.

Il 2019 è una lavatrice con centrifuga a 1800 giri al minuto ed il bucato all’interno è fatto da persone spesso prese, pretrattate con cura da un sistema, infilate nell’oblò e chi si è visto, si è visto. La durata del ciclo di pretrattamento, prelavaggio e lavaggio varia a seconda dei casi e del caso (perché il 2019 crede addirittura alle casualità, come Dio giocasse a dadi con l’universo, con buona pace di Einstein. Certo, va detto che Hans Christian von Bayer, un accademico americano tutt’ora vivente e quindi a conoscenza del linguaggio #2019style, ritiene che non solo Dio giochi a dadi, ma paia essere l’unico di cui fidarsi per un gioco onesto. Scusa, Gianni, ho un attimo divagato).

A fine centrifuga se la persona è uscita stropicciata si prova a stirarla, che altrimenti “sta male”. E se quella non si stira? No, il 2019 non ci pensa proprio al fatto che non si tratti di una camicia. Se una persona non si stira facilmente, detto fatto, si cambia il come; non funziona? Si cambia il quando. Niente ancora? Si cambia il perché. E domani, alla stessa ora, quella persona non sarà esistita mai.

I sentimenti che senti? Se ne andranno come spray.

Quasi trentanove anni giusti dalla tua morte, Gianni, trent’anni da “Cosa resterà”. Non ti piacerebbe, non ti piacerebbe affatto.

Siamo qua: et voilà, c’est plus facile!

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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.