Tra diritti e stereotipi…

I fragili: chi sono? Questa parola preziosa e incandescente, da giorni al centro del dibattito politico, deriva dal latino “frangere”, ossia “rompere”. Fragile, insomma, è chi si rompe, si spezza, oppure è più esposto al pericolo che ciò accada. Per questo i fragili vanno tutelati: portatori della sindrome di una delicatezza estrema, essi sembrano ispirare spontaneamente protezione.

È solo che mi chiedevo se i forti sono anche fragili e se i fragili possono rivelare una forza straordinaria, al punto da rimescolare le carte e obbligarci a non fare aut-aut. Ci pensavo perché l’altro giorno ero in fila in un ufficio e sul mio numerino campeggiava la scritta “utente fragile”. Eppure, guardando il mio pancione di 9 mesi, non mi sentivo tale. O meglio, mi sentivo fragile, ma fino a un certo punto. E semplicemente perché stavo facendo un servizio al posto di mio marito, steso da una brutta influenza post-covid, mentre io (che un tempo mi sarei ammalata subito) me ne andavo in giro a far cose, dopo una bella giornata lavorativa, con un’energia incredibile. Significa che questa condizione di fragilità ha un’altra faccia, quella di una forza incredibile.

Allora mi chiedo che senso ha continuare, ancora, a ragionare per opposti e guardare una barca di migranti stabilendo, a priori, che alcuni sono da soccorrere, mentre altri possono resistere. Senza pensare che una certa disperazione rende tutti fragili allo stesso modo e, quindi, dovrebbe ispirare solo empatia. Ma non è tutta politica, no. C’è di mezzo una cultura becera, impoverita dagli stereotipi. Perché, in genere, tra i soggetti fragili rientrano le donne e tra quelli forti gli uomini, senza considerare mille sfumature in grado di aprire certe gabbie alle quali siamo particolarmente affezionati.

Sì, perché questa società l’abbiamo costruita noi e continuiamo a farlo, ognuno nel proprio piccolo, nei mari del quotidiano. Così, a una quasi-mamma il commesso del negozio di passeggini raccomanda un prodotto leggero e maneggevole, a prova della sua forza inferiore, in quanto “tuo marito lavorerà e te la dovrai vedere tu”. Mentre al quasi-papà in genere si chiede con morbosa insistenza se assisterà al parto, con tutto il corredo di ironie sulle sue paure, assolutamente inopportune perché “è la natura, devi essere forte!”. Ai neo-genitori, poi, si raccomanda di non tenere troppo il neonato in braccio e di farlo piangere, altrimenti “cresce viziato e non rafforza il carattere”. Per non parlare dei complimenti che ti fanno se dici di aspettare un maschietto, come se fosse un merito particolare. E se pure l’idraulico si lamenta, tra una vite e un bullone, che in giro ci sono troppe “femminucce”, raccomandandosi di educare un “vero uomo”, allora la questione è seria.

Potrei andare avanti. E mi si perdoneranno i riferimenti troppo personali, ma per me le cose non sono mai scisse. E la responsabilità di certe decisioni “in alto” è anche la nostra, perché tutte le volte che parliamo in certi termini o non abbiamo la forza di rispondere stiamo contribuendo a seminare un semplicismo velenoso e disumano.

Se, invece, accade di sentire l’attrito con i luoghi comuni e di reagire, dovremmo gioire. Significa che, accanto a un senso di solitudine, incomprensione e smarrimento, abbiamo colto una trappola sociale e la stiamo disinnescando con il nostro desiderio di essere diversi e con piccole, grandi scelte coraggiose. Forse non salveremo nell’immediato chi ha bisogno di aiuto, purtroppo. Ma almeno salveremo noi stessi dall’arduo compito di omaggiare l’iniquità. E il diritto di indignarsi per certi fatti è radicato nel dovere di cambiare per primi, a cominciare dalle parole più ordinarie e dalle questioni più banali.


FontePhoto by freestocks on Unsplash
Articolo precedenteLa bellezza rimasta
Articolo successivoVeni, Vidi, Vintage
Sono un'insegnante, anche se il più delle volte sono io quella in-segnata dai miei studenti. Sono una ricercatrice, perché cerco piste di rilevanza pubblica per una materia troppo fraintesa e troppo di nicchia: la teologia. Sono una giornalista e faccio cose con le parole. "Quello che non ho è quel che non mi manca" (F. De André) e sono immensamente grata alla vita perché, non senza impegno e sacrificio, "ho trovato amore nel mezzo de la via, in abito legger di peregrino" (Dante Alighieri, Vita nova)

1 COMMENTO

  1. Sarebbe opportuno cominciare a sradicare questa assurda mentalità della debolezza e della fragilità per puntare su una lettura più autentica e reale di ciò che accade intorno a noi! Grazie perché ogni volta riesci ad aprire la mente con messaggi chiari e semplici.

LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.