«Dimmi di cosa ti vanti e ti dirò di cosa sei privo»

(C.L. Zafón)

Era andata al lavoro, ne faceva uno tutto particolare: non è dato sapere bene quale fosse, ma si sa che era un lavoro faticoso, partiva per essere un mestiere di concetto e finiva per essere anche e soprattutto un lavoro di corpo. In più era un lavoro di voce, di sguardi e di occhi: osservare, bisognava soprattutto osservare.

In altri termini, un lavoro scomodo da fare in abiti comodi.

Quella mattina era arrivata in anticipo ed immediatamente era stata salutata da diverse voci che, per un qualche caso, si erano ritrovare tutte insieme ad organizzare la mattinata, inaspettatamente piena zeppa di gap e variabili non previste fino a quel momento.

Improvvisamente una voce sulle altre.

  • Ragazzi belli ma vi siete visti? Sembriamo una mandria di quindicenni appena usciti da una classe di liceo.

Ognuno guardò sé stesso: tuta e scarpe da ginnastica per la maggiore. Nella migliore delle ipotesi erano jeans e sneakers… scoppiarono a ridere, forti e consapevoli ognuno delle proprie ragioni.

Fu così che una seconda voce rispose:

  • Solo chi si spacca la schiena da mattina a sera può capire. Di piùse se la spacca pur non essendo un operaio ed avendo all’attivo le responsabilità di non so più quante teste.

Ed era esattamente così: tutta gente seria, quella che il ciel l’aiuta.

Le persone oneste che lavorano ogni giorno in sordina e non si fermano mai.

La gente lontana dalle grandi apparenze e vicina alle immense sostanze.

Quelli che a fine mese ci arrivano sempre bene e per il rotto della cuffia, ma mai meglio.

Senza trucco e senza inganno.

Quelli che fanno silenzio.

E in silenzio, fanno.

Il popolo dei fatti.

Perché le chiacchiere, signori miei, se le porta il vento.

E bene, di tutto ciò, chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza.

In ultimo, una nota: l’unica cosa sicura su questa terra non è più nemmeno la morte, ma solo ed esclusivamente l’idiozia delle apparenze.

E niente: la bellezza salverà il mondo, diceva un saggio. Ed aveva ragione: tutto sta nella saggezza di saper capire cosa e dove sia davvero bellezza e cosa e dove sia semplicemente vanità. Le rizz vacand, si dice a Bari. Le rizz vacand!

Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re a Gerusalemme.
Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità: tutto è vanità.
Quale guadagno viene alluomo
per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole?
Una generazione se ne va e unaltra arriva,
ma la terra resta sempre la stessa.
Il sole sorge, il sole tramonta
e si affretta a tornare là dove rinasce.
Il vento va verso sud e piega verso nord.
Gira e va e sui suoi giri ritorna il vento.
Tutti i fiumi scorrono verso il mare,
eppure il mare non è mai pieno:
al luogo dove i fiumi scorrono,
continuano a scorrere.
Tutte le parole si esauriscono
e nessuno è in grado di esprimersi a fondo.
Non si sazia locchio di guardare
né lorecchio è mai sazio di udire.
Quel che è stato sarà
e quel che si è fatto si rifarà;

non c’è niente di nuovo sotto il sole.
C’è forse qualcosa di cui si possa dire:
«
Ecco, questa è una novità»?
Proprio questa è già avvenuta
nei secoli che ci hanno preceduto.
Nessun ricordo resta degli antichi,
ma neppure di coloro che saranno
si conserverà memoria
presso quelli che verranno in seguito.
Io, Qoèlet, fui re dIsraele a Gerusalemme. Mi sono proposto di ricercare ed esplorare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo. Questa è unoccupazione gravosa che Dio ha dato agli uomini, perché vi si affatichino. Ho visto tutte le opere che si fanno sotto il sole, ed ecco: tutto è vanità e un correre dietro al vento.
Ciò che è storto non si può raddrizzare
e quel che manca non si può contare.
Pensavo e dicevo fra me: «Ecco, io sono cresciuto e avanzato in sapienza più di quanti regnarono prima di me a Gerusalemme. La mia mente ha curato molto la sapienza e la scienza». Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia, e ho capito che anche questo è un correre dietro al vento. Infatti:
molta sapienza, molto affanno;
chi accresce il sapere aumenta il dolore.

(Ecclesiaste 1, 1-18)


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Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.

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