Il metodo storico-critico per una nuova filosofia delle matematiche, a cura di Mario Castellana (Milano, Meltemi 2020)

In questi ultimi tempi,  sia ricerche che collane editoriali stanno dando una più giusta importanza a figure e tematiche che pur appartenenti ad aree specifiche, ma affrontate con criteri derivati da approcci ermeneutici più allargati,  si rilevano  in grado di  fornirci strumenti indispensabili per capire e affrontare meglio alcuni cruciali nodi del mondo contemporaneo; si segnala in tal senso una nuova collana della casa editrice Meltemi e diretta da due giovani studiosi Gerardo Ienna e Lorenzo Sabetta Denkstil. Teorie della conoscenza, ispirata al pensiero del medico-filosofo e storico della scienza polacco e di origine ebraica  Ludwig Fleck (1896-1961), diventato, come succede spesso, solo dopo la morte una delle voci più significative del pensiero europeo per i suoi fondamentali contributi apportati  allo sviluppo della cosiddetta epistemologia comparata, diventata in questi ultimi decenni un capitolo non secondario della pur ricca letteratura prodotta nel campo degli studi di filosofia della scienza. Con un approccio per l’epoca quasi unico, scrisse  un’opera nel 1935 di storia e filosofia della medicina dall’emblematico titolo Genesi e sviluppo di un fatto scientifico, passata quasi inosservata sino all’edizione americana degli anni ’80 quando fu riproposta al pubblico internazionale grazie a Robert Merton e a Thomas Kuhn; tradotta subito dopo in italiano con una significativa introduzione dello storico della scienza Paolo Rossi, essa si è imposta all’attenzione generale per avere aperto ma rimasto inesplorato per diverso tempo, insieme a pochi altri come quello  di Hélène Metzger (1889-1944), un percorso storico-epistemologico improntato ad una visione più allargata della conoscenza umana, considerata il frutto di più dinamiche non solo di ordine teorico ma anche di natura antropologica e psico-sociale oltre a costituire un vero e proprio ‘stile di pensiero’ a base della comunità scientifica e non solo.

Così ha trovato spazio, come prima espressione di un tale approccio che interroga quel prodotto dotato di una particolare forma storica che è appunto la scienza con le diverse articolazioni, un’antologia di scritti di una figura del pur ricco panorama culturale francese, del tutto sconosciuta, come Maximilien Winter (1871-1935) dal titolo Il metodo storico-critico per una nuova filosofia delle matematiche, a cura di Mario Castellana (Milano, Meltemi 2020);  ciò che risalta subito è il fatto che tale autore, pur di formazione giuridica e avvocato  impegnato nel campo del diritto penale e nell’amministrazione della stessa giustizia penale sino ad approdare alla Corte d’Appello, fu non solo uno studioso delle filosofie di Hegel e di Comte ma soprattutto, a partire dai primi anni del ‘900, si dedicò in maniera preponderante ad un tema molto specialistico come il dibattito di natura epistemologica sulla natura della matematica, centrale per ogni teoria della conoscenza sin dalla filosofia platonica. Tale dibattito  in Francia tra ‘800 e ‘900, anche grazie alla tradizione illuministica e positivistica, era molto acceso e vedeva impegnati  diversi scienziati e filosofi, come ad esempio Henri Poincaré, a cui parteciparono altri uomini di scienza europei come Bertrand Russell, Giuseppe Peano e David Hilbert  in occasione del primo ‘Congrès International de Philosophie’, tenutosi  a Parigi nel 1900 durante la stessa   Esposizione Universale; questa fu del resto anche la prima importante occasione per rendere cosciente  il grande pubblico della dimensione sociale delle scienze e della tecnica, sia pure all’interno di una loro immagine  ancora di stampo positivistico, assunta anche sulla scia delle  importanti scoperte in campo medico come i vaccini, dello stretto rapporto tra scienza e società, tra sviluppo tecnologico e politica economica  e, diremmo oggi, tra scienza, epistemologia e politica.

Come messo in evidenza da Mario Castellana nella lunga introduzione da sembrare quasi una monografia, il giovane Winter  diede un valido contributo agli organizzatori di tale importante convegno col curare i rapporti tra scuole europee, come di altre iniziative analoghe in seguito, dopo però una lunga decennale e non comune immersione nelle problematiche che attraversavano le matematiche dell’epoca con il loro impatto   in primis   sulla riflessione filosofica e la cultura più in generale;  e per capire meglio l’impegno e le proposte di natura teoretica di Winter  si sottolinea che è da tenere presente che la stessa comunità dei filosofi con qualche eccezione si trovò quasi impreparata a cogliere le novità concettuali e metodologiche emergenti al loro interno, come nelle nuove teorie fisiche, per lo più interpretate come ‘crisi della ragione’, ‘crisi della scienza’,  quando invece si trattava, come sarà ben chiarito dalla ricca letteratura successiva internazionale degli anni ’20-’30 periodo in cui venne a costituirsi  quel nuovo sapere che è la filosofia della scienza o epistemologia, di un passaggio sì cruciale  ma da un vecchio paradigma ad uno nuovo, per usare la terminologia di Thomas Kuhn. Questo decisivo passaggio, molto più radicale della stessa svolta copernicana del ‘600, richiedeva infatti  ben altri strumenti concettuali per essere meglio compreso in quanto stava venendo progressivamente meno l’immagine positivistica della scienza col  suo riduzionismo metodologico, fenomeno complesso che solo con una riflessione filosofica di più ampio respiro tutta da costruire poteva essere colto come tale.

Winter, grazie alle sue penetranti analisi dei contributi di Cantor, della nuova logica, dell’algebra e di altri cambiamenti strutturali in corso anche nella nascente fisica relativistica, per Castellana è stato un fedele interprete di questo nuovo stato di cose; e anzi non è stato un ‘filosofo dalla vista corta’, come si dimostrarono molti filosofi di professione anche francesi che comunque, a partire dalla stagione cartesiana con la nascita della geometria algebrica, a differenza di quegli italiani, avevano prestato molto più attenzione ai problemi della scienza sino a delineare un percorso unico ed originale che chiamavano  philosophie mathématique,  assente in altri paesi. Ha  saputo guardare oltre sino a gettare le basi di un nuovo metodo, il metodo storico-critico sulla scia di quello inaugurato a fine Ottocento da Ernst Mach, ma più orientato a comprendere la portata ontologica e conoscitiva delle matematiche ed il loro ruolo nella rivoluzione scientifica in atto; ma tale non comune progetto era  ritenuto strategico  per meglio capire la  piena dimensione culturale del pensiero scientifico in un momento in cui sembrava appiattito agli aspetti puramente quantitativi e dominato già da altre logiche, e nello stesso tempo per evidenziarne l’intrinseco aspetto antropologico per non parlare della stessa dimensione spirituale, aspetto questo poco messo in risalto  dalla pur abbondante letteratura critica.

I testi qui tradotti  e presentati da parte di Mario Castellana, già autore di diversi studi su figure che hanno messo in risalto queste diverse valenze della scienza, permettono di conoscere la profondità e l’originalità della figura di Winter e di situarla all’interno di quel vasto movimento di pensiero che venne a coagularsi intorno alla  Revue deMétaphysique et de Morale, di cui fu un cofondatore nel 1893 e tutt’ora esistente, impegnata sin dal primo momento a difendere il valore storico, teoretico, etico ed antropologico della conoscenza scientifica proprio in un momento in cui, sulla scia di certe posizioni positivistiche, se ne esaltava solo la dimensione applicativa con inevitabili ricadute in senso scientista per le conquiste tecnologiche che permetteva di ottenere. E dato che allora, come del resto anche oggi, era presente un’abbondante e contraddittoria letteratura che riteneva la scienza  non essenziale ai fini del senso della vita e lontana dalle preoccupazioni di ordine etico e quindi lontana da quello che i francesi chiamavano esprit, lo spirito umano, Winter, insieme ad altri collaboratori di tale rivista, ha combattuto vigorosamente ed in vario modo contro tali punti di vista tipici dello scientismo dell’epoca da una parte e dall’altra contro quelle posizioni che escludevano la scienza e la sua storia dalle dimensioni più autentiche dell’uomo, come prive di senso; le sue riflessioni, pur concentrate sul tema della matematica concepita pensiero tout court grazie all’analisi delle opere dei maggiori matematici dell’epoca da Cantor e Poincaré a Hilbert e Russell, offrono un ventaglio di strumenti  finalizzati a potenziare le capacità critiche della ragione umana per non farla cadere in posizioni dogmatiche e riduzionistiche.

Come evidenzia in particolar modo Castellana, uno dei maggiori contributi e, nello stesso tempo, più originale  è stata la visione della crescente complessità del pensiero matematico che ha permesso a Winter di approdare ad un punto, già nei primi anni del ‘900, ancora oggi non molto frequentato, che si trova ai confini tra scienza, epistemologia e politica come la strategica idea di ‘estensione metascientifica di un risultato scientifico’, strumento che viene ad arricchire la stessa più recente epistemologia comparata; senza una adeguata riflessione critica  è facile cadere nella tentazione, sempre presente, di assolutizzarne un risultato  che porta inevitabilmente all’uso ideologico di una scienza, di una teoria al di fuori del suo contesto per legittimare punti di vista privi di ogni fondamento e manipolabili per fini per lo più di natura politica. Maximilien Winter come poche altre figure del ‘900,  ad esempio Simone Weil ed Hélène Metzger almeno per l’area francese ed oggetto di studio di Castellana,  grazie al suo approccio storico-critico non comune, ci ha fornito i primi e indispensabili strumenti ermeneutici per premunirci, sia sul piano concettuale che esistenziale, da queste tentazioni che possono rivelarsi fatali per i destini umani;  e nello stesso tempo ha sempre ribadito che chi si confronta con le scienze e la loro storia, rafforza lo spirito umano, ne potenzia le istanze razionali senza fargli assumere atteggiamenti dogmatici, che sono l’anticamera di posizioni ideologiche autoritarie di cui il ‘900 è stato in gran parte vittima. E merito non secondario di tale nuova  collana Denkstil non è solo quello di aver fatto emergere un pensiero sepolto e dimenticato e di farne tesoro per le prospettive teoretiche avanzate, ma anche quello di mettere sul tappeto questioni cruciali della contemporaneità da affrontare con rinnovato spirito critico.


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