«L’elmo lo soffocava, gli limitava la visuale, e lui deve vedere lontano. Lo scudo è pesante, gli sottrae equilibrio ed il suo avversario è molto lontano!»

(Delios, 300, Zack Snyder)

1) Ho un’amica: affermazione.

Ora diamo tempo, spazio e motivo alle affermazioni che facciamo: prima regola del discorso argomentativo.

2) Ho un’amica perché quando l’ho conosciuta ero capace di tollerare anche le persone intollerabili (lei lo era moltissimo).

Bene, abbiamo argomentato. Ora approfondiamo il nostro pensiero circa l’affermazione che ha trovato collocazione spazio temporale.

3) Ho un’amica perché quando l’ho conosciuta ero capace di tollerare anche le persone intollerabili (lei lo era moltissimo) e ritengo che aver potuto, saputo e voluto conservare quel rapporto sia stata la cosa migliore che potesse capitarmi.

Perfetto: questo è un discorso argomentativo più o meno accettabile.

Passiamo a capire il perché.

Le sto spiegando un concetto astratto, scevro da qualsiasi dettaglio, e lo sto facendo nell’unico modo che conosco: scrivere, argomentando.

Prima risposta:

  • Oddio, il lenzuolo blu!

È quello che mi dice quando non è dall’altra parte del display perché, magari, si è allontanata sette secondi per fare una pipì e, tornando, trova il lenzuolo delle mie spiegazioni, che la tecnologia chiude in un rettangolo blu, grande tanto quanto è lungo ciò che c’è da leggere.

Già da qui, intelligenti pauca, è chiaro che io stia parlando di una persona che mi prende per il culo da una vita, almeno una volta al giorno. Mi piace, mi piace un sacco, da sempre.

Ha letto, certo che ha letto. Ed ha capito. Ovvio che abbia capito. Ma può accontentarsi e rispondere semplicemente a quella faccenda? NonSiaMaiLaMadonna.

Deve uscire dal seminato di un discorso per bacchettarmi, portarmi dove dice lei e poi mettere fuori che, tanto, era tutto già chiaro ancora prima che io rifacessi il letto.

Ecco, la mia amica ha un grosso difetto: avere, sul serio dico, sempre ragione.

Le voglio bene per questo: è difettosa. Io amo certe persone difettose e certi loro difetti.

Mi dice ancora:

  • Hey, senti, ti conosco da vent’anni e scrivi sempre incomprensibilmente. Tu, solo con quelli come te potevi andare d’accordo. Che poi ho sempre pensato scriveste a caso e faceste finta di capirvi.

Ho provato a rispondere in qualche modo: tutto inutile; così ho fatto la matematica. Ho semplificato, per sentirmi rispondere:

  • Oh, vedi che era facile? E si evitava pure il lenzuolo.

Dalle! Si è accontenta? MaNeanchePerSogno!

Ho insistito:

  • L’equazione lunga diceva la stessa cosa e, siccome era scritta bene, maledetta, lo sai che era scritta bene, era chiara!

Rieccola:

  • Lo so, ma sempre un meccanismo di difesa è. I sentimenti nudi fanno paura e/o vergogna, a seconda dei casi. Ma la vestizione li rende pressoché nulli. Sei la complicazione più assurda quando parli di sentimenti. Da questa parte ci sono io: quando spieghi a me, che senso ha fare il casino delle montagne russe verbali? Più si perde tempo a pensare a scrivere, e meno si vive. Hai tanti di quegli scudi intorno, che pari una cipolla emozionale.

Cioè: parliamone.

A me, che ho fatto della scrittura una panacea, deve dire che più scrivo e meno vivo. E soprattutto, caro il mio resto di Israele, mi ha apostrofata in un modo assurdo, come solo le persone troppo avanti possono sperare di riuscire a fare: una cipolla emozionale!

Ha sempre ragione! E mi fa ridere.

Oltreché ricordarmi che chiunque riconosce il buio, lo fa solo perché ha visto la luce. Così mi è tornato alla mente un ricordo bellissimo che custodirò per un certo tempo, perché non è bene guadare la luce dritta in faccia, quando non ci si è dentro.

Al momento, piuttosto, mi piacerebbe sapere se le cipolle emozionali sono esseri umani perfettibili o esseri alieni incorreggibili.

Se chicchessia potesse dirmelo, al di là delle mie proverbiali strane maniere, potrei ringraziare.


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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.